Domenica 02 giugno 2019
Dal Vangelo secondo Luca 24,46-53

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Così sta scritto: il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno, e nel suo nome saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. Di questo voi siete testimoni. Ed ecco, io mando su di voi colui che il Padre mio ha promesso; ma voi restate in città, finché non siate rivestiti di potenza dall’alto».
Poi li condusse fuori verso Betània e, alzate le mani, li benedisse. Mentre li benediceva, si staccò da loro e veniva portato su, in cielo. Ed essi si prostrarono davanti a lui; poi tornarono a Gerusalemme con grande gioia e stavano sempre nel tempio lodando Dio.

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In quel tempo si credeva che gli uomini stessero sulla terra e Dio nei cieli: non in cielo ma nei cieli. Infatti vi erano sette cieli: nel primo vi erano fissati gli astri (luna, stelle, sole), nel terzo vi era il paradiso, nel settimo cielo c’era Dio. Fra un cielo e l’altro c’erano cinquecento anni di differenza. Quindi tutto quello che proveniva da Dio, a quel tempo, scendeva dal cielo e tutto quello che andava verso Dio saliva verso il cielo.

Sapere questo ci aiuta a capire questo brano del vangelo: in questo racconto Lc non vuole raccontarci di una separazione di Dio dagli uomini ma un’unione ancora più intensa. Con l’Ascensione Gesù non si allontana dal mondo, non è assente, ma la sua è una presenza ancora più intensa.

 

24,45 ALLORA APRÌ LORO LA MENTE ALL’INTELLIGENZA DELLE SCRITTURE

Nel versetto precedente (Lc 24,45) si dice lett.: “Allora aprì (dianoigo) loro la mente (nous) per comprendere le Scritture”. E’ solo una mente aperta che può capire le Scritture, una chiusa no!

Per comprendere le Scritture non basta leggerle ma bisogna aprire la mente. Chi si rifà a schemi, modelli e formule del passato e non apre la mente per comprendere il nuovo, può leggere la Bibbia mille volte ma non la comprende mai!

Ero sordo come una campana. Vedevo la gente che faceva ogni sorta di giravolte: la chiamavano danza. A me, che ero sordo, pareva così stupido. Ma un giorno sentii la musica e capii: quant’era bella la danza!”. Se tu non hai mai sentito l’amore, la musica, come pensi di poter leggere la Bibbia che è la lettera d’amore di Dio? Sì, la leggi, ma non puoi comprenderla.

Gli scribi erano espertissimi della Bibbia… eppure così ignoranti perché la loro mente era chiusa!

 

Menti chiuse

 

Chi possiede una mente chiusa non è capace di accettare idee nuove che sente pericolose per la sua identità. Un’idea ti costringe a cambiare e a ridefinirti: tu sei quello di prima ma, grazie a (o purtroppo per) l’idea nuova, non sei più quello di prima. L’equilibrio di prima adesso viene rimesso in gioco e ne devi trovare un altro. Le menti aperte dicono: “Sì!”. Le menti chiuse dicono: “No!”.

Avere la mente aperta significa avere la volontà di prendere in considerazione nuove idee.

Le menti chiuse vivono con diffidenza, pregiudizio e disprezzo del nuovo, e sostengono la loro verità ad ogni costo e contro ogni logica.

Le menti aperte, invece, dicono: “E perché no? Che idea interessante! Interessante questo! Non ci avevo mai pensato! E se fosse proprio così! Non avevo mai visto la cosa da questa prospettiva”.

Le menti chiuse di fronte al passato dicono: “E’ successo, adesso non conta più”. Così non imparano dai loro errori.

Le menti aperte di fronte al passato dicono: “E’ successo e cerco di capire perché è successo e cosa io debba cambiare nella mia vita perché non riaccada”. Così, imparando dai loro errori, non lo ripeteranno.

Il 6 aprile 2009 Barack Obama, dinanzi al parlamento turco, fece le seguenti riflessioni: “Ogni paese deve elaborare il proprio passato. Riconciliarci col passato ci aiuterà ad avere un futuro migliore. Lo dico come presidente di un paese nel quale, non molto tempo fa’, a una persona come me era difficile votare. Però è esattamente questa capacità di cambiamento che arricchisce le nostre nazioni”.

Le menti chiuse di fronte ad una novità dicono: “No!”. Quelle aperte dicono: “Beh conosciamo e capiamo che tipo di novità è”.

Le menti chiuse di fronte ad un problema dicono: “E’ colpa sua! E’ stato lui!”. Le menti aperte invece dicono: “Che cosa posso fare io per migliorare la questione?”.

Le menti chiuse di fronte ad un proprio bisogno dicono: “Nessuno ti dà niente!”. Quelle aperte dicono: “Se è un mio bisogno tocca a me prendermene cura”.

Il problema delle menti chiuse è che hanno la bocca sempre aperta.

La meraviglia delle menti aperte è che hanno spesso la bocca chiusa. Infatti pensano e ascoltano prima di dire qualcosa, per questo parlano poco.

 

Ecco cosa scrive un ragazzo di 17 anni:

“Oh menti chiuse, voglio dedicarvi questo breve passo.

A voi che sorridete ogni giorno perché la vita non è un problema

a voi che non sapete cosa vuol dire la vera sofferenza, il dolore o la tristezza

a voi che non sapete sognare, immaginare, uscire dagli schemi

a voi che avete paura di scoprire qualcosa di nuovo, perché la temete

a voi che siete intolleranti della diversità

a voi che siete difficili nella semplicità e semplici nella difficoltà

a voi che continuate a essere ignoranti nella vostra ignoranza

a voi, che vi piace essere tutti uguali: le stesse passioni, le stesse mode, gli stessi modi di fare

a voi che in realtà nel vostro piccolo avete grandi potenzialità ma preferite non crederci

a voi che credete in qualcosa solo perché dovete dipendere da qualcos'altro

a voi che non credete nel mondo, nelle persone e nel cambiamento

a voi, che avete paura di osare

a voi, che fate le cose solo se vi dicono di farla… Oh menti chiuse”.

 

Conoscere il Vangelo

 

Noi abbiamo bisogno di capire il vangelo e la Bibbia. C’è molta ignoranza a riguardo. S. Girolamo diceva: “L’ignoranza delle Scritture è ignoranza di Cristo” e il cardinale Martini auspicava che il libro del terzo millennio fosse la Bibbia. Fino al concilio non si poteva neppure leggere!

Così oggi c’è ancora chi crede all’esistenza storica di Adamo ed Eva, di Caino e Abele o dei patriarchi così com’è scritto nella Bibbia. Crediamo ancora che Gesù sia nato a Betlemme (invece che a Nazareth), che il Magnificat sia stato scritto da Maria, che l’angelo sia fisicamente apparso a Maria nell’annunciazione; che i miracoli di Gesù siano dovuti al suo potere soprannaturale perché Lui poteva guarire chi voleva; che le apparizioni siano fisicamente degli incontri con il Signore. Quando si racconta che episodi come la moltiplicazione dei pani siano episodi un po’ “pompati” dai vangeli o che la trasfigurazione sia un evento interiore o che le guarigioni più che da Gesù dipendessero dalle persone che cambiavano di fronte a Lui, le persone vanno veramente in difficoltà. Si crede tutt’ora che il vangelo sia la narrazione filmata di quanto Gesù dicesse o facesse, come se ci fosse un giornalista che ne riportasse pari pari ciò che avveniva.

Allora io ho bisogno di comprendere, di capire, di andare in cerca della verità. Dobbiamo costruire comunità fondate sul vangelo e non sulla creduloneria; dobbiamo costruire comunità dove la gente crede per adesione dell’anima e per ricerca personale; dobbiamo annunciare la storia di Gesù e dire che nei secoli è stata un po’ fraintesa.

Non dobbiamo temere di scandalizzare qualcuno o che qualcuno ci dica: “Ma cosa ci avete insegnato finora?” (il che è anche vero!), perché dove c’è buio, ignoranza, ottusità, lì non si può costruire nulla.

La verità vi farà liberi, anche se a volte vi farà male e vi mostrerà un mondo diverso da come lo pensavate.

Tornare al vangelo e a Gesù è esperienza del Risorto. Perché il Gesù del vangelo ti infiamma l’anima, ti appassiona il profondo e ti riscalda il cuore.

Perché il vangelo non è un libro da leggere ma una persona da incontrare e da far entrare dentro.

 

46 E DISSE LORO: «COSÌ STA SCRITTO: IL CRISTO PATIRÀ E RISORGERÀ DAI MORTI IL TERZO GIORNO,

r COSI’ STA SCRITTO: IL CRISTO PATIRÀ E RISORGERÀ DAI MORTI=che il Messia o il Profeta di Dio potesse morire, era accettato. Ma non c’è mai nessun accenno che il Messia/Cristo possa risorgere. Ciò che accade con Gesù è qualcosa di totalmente inaspettato.

Se Gesù risorge vuol dire che Gesù Cristo non muore mai. Chi ama non muore mai.

r IL TERZO GIORNO=il terzo giorno vuol dire: “Per sempre!”. Il numero 3 nella lingua ebraica indica una completezza, ciò che è definitivo.

 

47 E NEL SUO NOME SARANNO PREDICATI A TUTTI I POPOLI LA CONVERSIONE E IL PERDONO DEI PECCATI, COMINCIANDO DA GERUSALEMME.

r E NEL SUO NOME=nel nome di Gesù Salvatore; “nel suo nome” indica secondo lo spirito di Gesù. Gli apostoli andranno a fare e a predicare come faceva Lui.

r SARANNO PREDICATI A TUTTI I POPOLI=ethnè=sono i popoli pagani. Quindi il messaggio di Gesù non è riservato a un popolo ma è per tutta l’umanità.

r LA CONVERSIONE=metanoia=un cambiamento di mente, che comporta un cambio nel comportamento. Se fino adesso hai vissuto per te, adesso vivi per gli altri.

r PERDONO DEI PECCATI=quando l’uomo si converte e dall’egocentrismo passa all’amore, questo cambio diventa per lui il perdono di tutti i peccati.

Il perdono dei peccati=perdono è afiemi=lasciare andare, non trattenere, rimettere; peccati=a-martia da martis=testimone, colui che ha visto e che quindi ricorda.

Ciò che accade, noi non ce ne rendiamo conto, ma è scandaloso, clamoroso, rivoluzionario. E’ come se oggi una qualche persona dicesse: “Per andare a confessarsi non serve più andare in chiesa!”. Infatti, il perdono dei peccati si otteneva solamente a Gerusalemme andando al Tempio, pagando, portando offerte a Dio e venendo quindi assolti dal proprio peccato.

Ma cosa succede adesso? Che il perdono dei peccati non avviene più in un rito ma nella vita. E come? Cambiando la direzione della propria esistenza. Se fino adesso hai vissuto in un modo, adesso cambia completamente. Se c’è questo cambiamento, il tuo passato di peccatore viene completamente cancellato.

Infatti il perdono dei peccati si dà dappertutto: non serve più andare al Tempio. E come avviene adesso il perdono dei peccati? Modificando la propria esistenza! Il perdono, quindi, non è più un atto cultuale (vado al Tempio, mi pento, faccio la penitenza e sono assolto) ma un atto vitale: cambio il mio modo di vivere, di pensare e di comportarmi.

Se tu realmente cambi il tuo modo di vivere, la tua mente, il tuo cuore, la tua anima, le tue azioni, questo toglie i tuoi peccati.

r COMINCIANDO DA GERUSALEMME=ma come? Finora era a Gerusalemme che si perdonavano i peccati. Era nel Tempio che i peccati venivano perdonati. E adesso? Adesso Gerusalemme deve convertirsi e deve orientare la propria vita verso gli altri.

Questo passaggio indica la fine del Tempio. Non è più il tempio, le preghiere, le offerte, che danno il perdono dei peccati ma l’amore concreto, il servizio e il bene per gli altri.

 

METANOIA: CAMBIARE I PROPRI SCHEMI MENTALI

 

Noi pensiamo di pensare, di agire e di essere noi i protagonisti di tutto questo. Ma è proprio vero? Siamo noi a pensare o sono i nostri pensieri a pensare in noi, aldilà del nostro volere? Freud diceva: “L’io non è padrone in casa sua”. Einstein: “L’uomo può fare quello che vuole, ma non decide che cosa volere”. Per questo è fondamentale osservare e cambiare i nostri pensieri (ecco la metanoia del vangelo!).

 

Il primo stampa”: le prime esperienze diventano dei protocolli di comportamento (proto-kollon, in greco=ciò che viene incollato per primo). Quindi i fatti che ci succedono all’inizio, non solo sono dei fatti, ma diventano degli schemi di comportamento (un protocollo d’azione) e delle immagini di noi (“sono fatto così!”).

Facciamo un esempio. Sono un bambino e mio padre mi dice sempre: “Faccio io! Lascia stare che tu sei piccolo! Non farlo, che poi tu combini guai! Ti ho detto di no!”. Cosa ne ricavo io: che sono un incapace. Questo è quello che penso dentro di me e come mi vedo nel mondo. Ma è vero che sono così? No, è solo quello che ho imparato dalla relazione con mio padre. Ma i nostri pensieri determinano la nostra realtà.

Se penso di “essere incapace” (anche se non lo sarei in realtà), quando andrò a giocare a calcio con la squadra del mio quartiere, poiché sono un incapace, accetterò il ruolo che nessuno vuole (di solito: il portiere!) o se l’allenatore mi metterà in panchina, mi dirò: “Beh, è ovvio, io non sono capace”.

Se c’è una bella ragazza magari neanche ci provo ad avvicinarmi perché “io sono incapace” (troverò delle giustificative per evitare questo dolore: “Non è per me! Non mi interessa! Se la tira!”) e se prendo un brutto voto a scuola, non è solamente un brutto voto a scuola ma una conferma e una prova di ciò che sono: “Un incapace”.

Se poi mi dovesse andare bene qualcosa, visto che sono un incapace mi dirò: “Solo fortuna” e mi aspetterò che finisca quanto prima e farò in modo che così sia. E quando sarà finita mi dirò: “Beh lo sapevo già all’inizio”.

E poiché non riuscirò mai a realizzare niente (visto che “sono incapace”) non potrò che dirmi: “La mia vita fa schifo! A che serve vivere! Che mondo di… Ci ho provato così tante volte!”.

Ma è proprio così? Non è che sto “stampando” invece sempre la solita copia? E cambiare? E se provassi a pensare (magari ci provo per 21 giorni, il tempo di un ciclo cellulare) per un mese: “Io sono capace” e ad agire in base a questo nuovo protocollo?

Un pensiero nuovo all’inizio è come una malattia: strano, sconvolgente, diverso, inusuale, fastidioso, lontano da noi, ma solo perché è nuovo. Col tempo diverrà un nuovo schema. Ma se pensi quello che hai sempre pensato, otterrai quello che hai sempre ottenuto.

 

Allora mi fermo e se voglio essere padrone della mia vita mi devo chiedere: “Che cosa penso di me?”.

Ascolto, cioè, le voci non dette ma presenti che agiscono dentro di me perché sono loro a determinare il mio destino e i miei risultati. Con certe voci la vita non potrà che andare così, non c’è altra possibilità.

Non sono io che non funziono; non sono io che non riesco o che nessuno mi vuole ma semplicemente che con certi protocolli non potremo che ottenere determinati risultati.

Ad esempio, se io dentro di me penso: “Sono inadeguato… sono incapace… sono inutile… sono un fallimento… è colpa mia… sono bisognoso (=non ce la faccio da solo)… sono bloccato… non sono degno d’amore… non sono piacevole; nessuno mi vuole… sono cattivo… ne combino sempre una… non sono abbastanza bravo… sono destinato ad essere abbandonato (o rifiutato)”, cosa stamperà la mia mente?

Pensieri e protocolli del genere produrranno solamente fallimenti.

 

Questo è un criterio importante. Finora di fronte ai nostri peccati noi ci siamo battuti il petto: “No, non dovevo farlo: chiedo perdono; faccio un pellegrinaggio in segno di conversione, ecc”.

Ma il vangelo dice: “Hai peccato? Ciò che è successo, è successo. Ama gli altri e il tuo peccato verrà condonato”. Che se ci pensate è ovvio. Hai disprezzato tua moglie (peccato)? Se vuoi il perdono non serve che tu dica tre Ave, Pater e Gloria, ma torna a casa e fa dei gesti d’amore concreti a tua moglie. Quando fai così il tuo peccato è perdonato.

 

48 DI QUESTO VOI SIETE TESTIMONI.

r DI QUESTO VOI SIETE TESTIMONI=perché ne sono testimoni? Perché saranno proprio a vedere ciò che Gesù sta annunciando.

 

49 ED ECCO, IO MANDO SU DI VOI COLUI CHE IL PADRE MIO HA PROMESSO; MA VOI RESTATE IN CITTÀ, FINCHÉ NON SIATE RIVESTITI DI POTENZA DALL’ALTO».

r ED ECCO=idou=sorpresa! Non se l’avrebbero mai aspettato!

r IO MANDO SU DI VOI=apostello (da cui apostoli)=mandare. Gli apostoli sono i mandati.

“Ma chi farà questo adesso che tu Gesù non ci sei più?”. “Ma è semplice: voi!”. Ecco la sorpresa totale. Saranno cioè proprio loro stessi a fare ciò; saranno proprio loro ad annunciare la conversione e il perdono dei peccati. Sono i testimoni (Lc 24,48) perché adesso sono proprio loro a portare avanti il testimone di Gesù.

r COLUI CHE IL PADRE MIO HA PROMESSO=Gesù qui annuncia la venuta dello Spirito. Finora nel vangelo lo Spirito era sceso su Gesù (Lc 3,22) ed era poi tornato al Padre (Lc 23,46: emise lo Spirito). Adesso quello stesso Spirito di Gesù scende sugli apostoli e su ogni uomo. Ogni uomo ha lo stesso Spirito, cioè la stessa forza, la stessa potenza, la stessa energia, lo stesso coraggio, la stessa intensità, lo stesso fuoco, di Gesù. Lo Spirito che scende su di noi è esattamente lo stesso che è sceso su Gesù. Se potessimo sentire o credere a questo!

 

Lc, nel Vangelo, fa coincidere l’Ascensione con il giorno della Resurrezione (Lc 24,13: “In quello stesso giorno”). Negli Atti, invece, l’Ascensione coincide con il giorno di Pentecoste, dopo quaranta giorni (=un tempo di trasformazione) cioè il giorno in cui la Legge era stata data da Dio a Mosè nel Monte Sinai. Nel giorno in cui gli ebrei ringraziavano la Legge, ebbene sulla comunità cristiana scende lo Spirito.

Credere non è più obbedire alla Legge ma essere simili nell’amore a Gesù.

 

r LA POTENZA DALL’ALTO=è lo Spirito.

 

50 POI LI CONDUSSE FUORI VERSO BETÀNIA E, ALZATE LE MANI, LI BENEDISSE.

r POI LI CONDUSSE=ex-ago=ex-odus=è lo stesso verbo dell’esodo. Gesù li sta conducendo fuori da un Egitto (quello della Legge) verso la Terra Promessa (il dono dello Spirito).

r ALZATE LE MANI=si rifà ad un episodio del libro dell’Esodo dove gli Israeliti erano in battaglia e quando Mosé alzava le mani gli Israeliti vincevano. Quindi questo gesto è un segno di vittoria.

r BENEDISSE=la benedizione è la trasmissione di potere. Il potere da Gesù passa adesso agli apostoli. Quando Isacco per sbaglio benedisse Giacobbe e non Esaù, che era il primogenito, il passaggio di potere non poteva più essere ritirato. Benedire nella Bibbia vuol dire: “Ti do il potere di…”.

 

51 MENTRE LI BENEDICEVA, SI STACCÒ DA LORO E VENIVA PORTATO SU, IN CIELO.

r MENTRE LI BENEDICEVA SI STACCO’=adesso il potere è sugli apostoli e sui discepoli: per questo può andarsene, perché anche se Lui se ne va rimane in loro. Gli apostoli sono i nuovi Gesù!

r VENIVA PORTATO SU=non è stato un istante, c’è voluto del tempo, la consapevolezza di essere i nuovi Gesù è avvenuta progressivamente.

r IN CIELO=è la cultura del tempo: tutto ciò che è divino va verso l’alto. Quindi Lc vuol dire che in Gesù si manifesta la pienezza della condizione divina. Quell’uomo che le autorità religiose avevano condannato come bestemmiatore, in realtà era Dio. Per cui chi bestemmiava non era Gesù, ma l’autorità religiosa, che per il proprio interesse lo ha assassinato.

 

52 ED ESSI SI PROSTRARONO DAVANTI A LUI; POI TORNARONO A GERUSALEMME CON GRANDE GIOIA

r SI PROSTRARONO=il fatto che si prostrino indica che non hanno ancora capito che lo Spirito abita anche in loro. Si prostrano di fronte al Risorto pensando che solo lì risieda lo Spirito; non hanno ancora capito che lo Spirito è dentro di loro. E, infatti…

 

53 E STAVANO SEMPRE NEL TEMPIO LODANDO DIO.

r E STAVANO SEMPRE NEL TEMPIO LODANDO DIO=cioè: “Non hanno capito niente! Il luogo che per Gesù era il massimo pericolo, il luogo che Gesù ha chiamato “un covo di ladri”, dove Gesù più si è infuriato, dove più volte hanno tentato di catturarlo e di ucciderlo, beh, per loro è un luogo di sicurezza”.

Ci vorrà la discesa dello Spirito santo per farli uscire dal tempio e andare da tutti i popoli pagani.

 

Tre feste ma un unico evento

 

Oggi la chiesa celebra la festa dell’Ascensione. La liturgia celebra tre feste: Pasqua (la resurrezione), quaranta giorni dopo Pasqua l’ascensione, cinquanta giorni dopo la Pentecoste (domenica prossima). Ma fino al V secolo vi era un’unica festa.

In realtà sono tre momenti di un’unica realtà e di un unico evento. Rispondono a tre domande diverse:

Gesù è morto? Sì, ma è anche risorto (Pasqua). Gesù non è rimasto nella morte.

E dov’è Gesù adesso? Gesù è in cielo, è salito al cielo (Ascensione).

Ma noi siamo senza Gesù? No, Lui c’è, solo che è presente in un altro modo: lo Spirito Santo (Pentecoste).

 

Nel N.T. solo Mc e Lc raccontano l’Ascensione. Sappiamo però che Mc (16,9-20) dipende da Lc. Lc la racconta invece due volte: sia nel Vangelo (24,50-52) sia negli Atti (At 1,8-11). Tra l’altro è molto interessante perché Lc, che ha scritto Vangelo e Atti, descrive l’ascensione in due modi molto diversi. E’ strano, non vi pare, che la stessa persona descriva la stessa cosa in due modi così diversi!

Per tutti gli altri la resurrezione è istantaneamente anche un’ascensione al cielo (Mt 28,18-20; Gv 3,13; 16,28; Rom 1,3-4; 1 Pt 3,22). Cioè: l’ascensione non è un avvenimento visibile ma invisibile.

Storicamente e teologicamente dire ascensione è nient’altro che dire: “Gesù è risorto e si trova in cielo (è salito al cielo)”. Quando si parla di “cielo” non si intende in aria o in alto. Cielo vuol dire un’altra dimensione (quella celeste), rispetto a quella terrena. Nessuno ha mai visto né la resurrezione né l’ascensione: sono verità di fede, che vanno cioè aldilà della storia.

Ma perché Lc allora racconta l’ascensione al cielo del Risorto?

Lc tenta di dire qualcosa che non si può dire. Tenta di esprimere con un racconto e con delle immagini una verità di fede: “Cristo si trova in Dio; Cristo salì al cielo (1 Pt 3,22); Cristo fu esaltato nella gloria (1 Tim 3,16).

Per capire questo brano dobbiamo cercare di entrare nella mentalità e nella testa di Lc.

 

Il genere “ascensione” era un genere letterario comune, tipico, per descrivere la fine dei grandi uomini del tempo. Tito Livio, ad esempio, racconta che Romolo, dopo aver organizzato un’assemblea popolare, scoppiata una forte tempesta, fu avvolto da una nube e che quando la nube sparì Romolo non c’era più perché fu assunto in cielo. Da quel giorno Romolo fu venerato come un nuovo Dio e come padre della città di Roma. Ma i testi antichi raccontano anche altre ascensioni di altri grandi personaggi: Eracle, Empedocle, Alessandro Magno, Apollonio di Tiana. Lo stesso A.T. fa riferimento al rapimento di Elia (2 Re 2,1-18) e all’ascensione di Enoch (Gen 5,24).

Il motivo dell'uso del genere letterario “ascensione”, “rapimento al cielo” è: questo uomo è stato così grande che ciò che ha detto e ciò che ha fatto non passerà mai e lui sarà sempre ricordato. Come a dire: non morirà mai (salire al cielo è un modo per dire che uno non è morto), non perché non sia anche lui effettivamente morto, ma perché la sua fama è stata così grande che sarà sempre ricordata.

Gesù è stato “un grande”, “il più grande”: la sua fama non passa e non passerà mai. Lui sarà vivo per sempre.

 

Dio c’è ma non si vede

 

Nella prima lettura di oggi (At 1,1-11) Lc racconta ancora l’ascensione e parla di una nube che lo sottrae agli occhi dei discepoli (At 1,9). La nube nella Bibbia è il segno della presenza misteriosa di Dio. Quando Mosè sale sul monte Sinai la nube lo ricoprì per sei giorni (Es 24,15-16). E lo stesso quando l’arca dell’alleanza fu collocata nel tempio di Salomone (1 Re 8,10) la nube riempì il tempio.

La nube da una parte rivela (Dio è presente) ma dall’altra nasconde (la nuvola nasconde).

D’ora in poi Dio è presente nel mondo così: c’è ma non si vede; non si vede ma c’è. Finora gli apostoli lo avevano visto in carne ed ossa; adesso continua ad esserci ma in un’altra forma.

Ci avete mai pensato? La parola Ri-velazione cosa vuol dire? Da una parte vuol dire vedere, essere illuminati, capire. Quando uno ti dice: “Ho avuto una rivelazione”, dice che all’improvviso ha visto, capito, qualcosa che prima non vedeva, non capiva: quindi vedere. Ma ri-velare vuol dire anche mettere il velo (velare) di nuovo (ri-), cioè nascondere.

Per chi ha occhi Dio è visibile dovunque e in ogni luogo. Per chi non ha occhi Dio è assente dappertutto e in ogni posto.

Due carcerati dalle fessure della loro cella guardano il cielo stellato. Uno impreca perché si trova lì, l’altro ringrazia Dio perché può vedere ciò che vede.

Due uomini vanno in chiesa. Uno è irrequieto, non vede l’ora che il tempo passi e più velocemente possibile, come inizia il canto finale fugge via. L’altro si sente a casa sua, il suo cuore respira e la sua anima si eleva. Nella casa di Dio, uno vede l’altro no.

Due uomini fanno un incidente in auto. L’auto è distrutta ma loro sono illesi. Uno piange dalla rabbia per l’auto che ha distrutto, l’altro piange dalla commozione perché non si è fatto niente.

Due uomini sono in fila in banca, davanti di loro c’è un vecchietto. Uno pensa: “Togliti di mezzo, vecchio rimbambito, non vedi che io ho fretta?”, l’altro invece: “Quante ne deve aver viste questo uomo qui!”.

Dio c’è? Dipende da te. Dio c’è? No. Dio c’è? Sì. Entrambe le cose sono vere è che si pongono su livelli diversi.

Un giorno un amico telefonandomi mi dice: “Mi dispiace, ho sentito che tuo padre non c’è più!”. “No, no, - gli ho detto – ti sbagli, c’è ancora è che è solo morto”. Dentro di me c’è, lo sento, vivo e forte, anche se fisicamente so e vedo che non c’è più.

Perché le cose non si vedono non vuol dire che non esistono.

In questo mondo la presenza di Dio è nell’assenza, è misteriosa, è rivelata, è silenziosa, discreta.

 

Gesù non c’è più ci siamo noi. Tocca a te adesso

 

Nella prima lettura un angelo dice agli apostoli: “Perché state a guardare il cielo?” (1,11). “Ma cosa aspetti? La manna dal cielo? Che un miracolo cada dall’alto? Una magia?”. Tocca a te adesso. Lui non c’è più ci sei tu.

C’era un uomo che si lamentava tutte le sere con Dio: “Ma Signore perché non fai niente per i bimbi che muoiono di fame? E per le donne sfruttate dai mariti? E per gli animali torturati? E per le guerre? E per l’inquinamento? E per l’ingiustizia?”… così ogni sera. Una sera il Signore gli rispose: “Ho deciso di fare qualcosa! Domani sera te lo dirò!”. La sera seguente l’uomo era pieno di emozione e aspettava con pazienza la preghiera serale per sapere la risposta del Signore. Si mise in preghiera: “Allora Signore, farai qualcosa per tutto questo?”. “Sì”, rispose Iddio. “E cosa hai fatto per tutto questo, Signore?”. “Ho fatto te!”.

E’ famoso la preghiera di quell’anonimo fiammingo del XIV secolo: “Cristo non ha più le mani, ha soltanto le nostre mani per fare il suo lavoro oggi. Cristo non ha più piedi, ha soltanto i nostri piedi per guidare gli uomini sui suoi sentieri. Cristo non ha più voce, ha soltanto la nostra voce per raccontare di sé agli uomini di oggi. Cristo non ha più forze, ha soltanto il nostro aiuto per condurre gli uomini a sé. Noi siamo l’unica Bibbia che i popoli leggono ancora; siamo l’unico messaggio di Dio scritto in opere e parole”.

Nel suo meraviglioso Diario 1941-1943, Etty Hillesum scrive: “Verrà un giorno Signore in cui non saremo noi a chiamare in causa te e a dirti: “Dove sei, Dio”, ma sarai tu a chiamare in causa noi e a chiederci: “Tu uomo, dove sei stato?””.

 

Il vangelo ha un’ottica completamente diversa dalla nostra. Dio ci ha dato tutti i poteri e la forza che ci serve.

Noi preghiamo spesso così: “Signore, dammi questo… dammi quello… fa’ che succeda questo… fa che non accada quella cosa… fa’ che lui diventi così… fa’ che l’altro cambi… fammi passare questo…”. A volte le nostre preghiere sembrano la lista della spesa o la vacca da latte da mungere: chiedi e ti viene concesso.

Ma quando andremo di là non saremo noi che diremo a Lui: “Beh, dov’eri qui?”, e gli mostreremo tanti momenti difficili della nostra vita. E saremo anche arrabbiati perché Lui, che doveva intervenire, non l’ha fatto e ci ha lasciati là soli nel casino e nella tempesta. E ci lamenteremo pure con Lui perché altri li ha trattati meglio di noi: a noi ci ha dato tante sfortune mentre altri avevano tutte le fortune del mondo.

Ma sarà Lui che ci dirà: “Ti ho dato la forza, ti ho dato la luce, ti ho dato tutto ciò che ti serviva. Perché hai lasciato morire il tuo matrimonio? Ma cosa pensavi, che dovessi intervenire io? Ti lamentavi sempre che “ne avevi sempre una, che eri sempre ammalato, che tutte accadevano a te”: ma ti avevo dato la luce per vedere i demoni che avevi dentro, perché non l’hai utilizzata? Perché ti sei sempre lamentato presso di me di essere triste? Non potevi fare qualcosa tu? Perché non hai fatto niente? Perché non hai preso i treni che io ti ho messo accanto e che ti son passati vicino? Ti lamentavi sempre che “non si può andare avanti così”, che la gente è egoista, che tutti pensano a sé: e tu cos’hai fatto tu? Perché non hai fatto niente? Avevo messo in te la mia forza: perché non ti sei mosso?

Lui non c’è più, ci siamo noi. Se come cristiani preghiamo Dio perché cambi questo mondo, allora forse non conosciamo bene Dio. Preghiamo Dio non perché Lui cambi il mondo, ma perché dia la forza a noi di cambiarlo. Perché Lui vive in me: le sue mani sono le mie mani.

 

Io ho bisogno di Lui perché Lui mi dia la forza per andare avanti, ma Lui ha bisogno di me perché in questo mondo senza di me Lui non può far nulla.

Io alla domenica vengo in chiesa: lo ascolto, lo canto, lo vivo, lo prendo nelle mie mani e Lui viene nel mio cuore. Lui entra in me e diventa la mia forza per andare avanti.

Una donna, quarantaquattro anni, è incinta: dove trova la forza per accettare quel figlio non previsto?

Un uomo deve dire al suo capo che non può più accettare di lavorare dodici ore al giorno. Non c’è più vita, non c’è più famiglia, non c’è nient’altro se non che il lavoro. Solo che ha paura delle conseguenze. Dove trova la forza?

Un ragazzo sta facendo economia aziendale ma ha capito di aver sbagliato università: lui vuole fare psicologia. Dove trova la forza per dirlo ai suoi genitori?

Una donna, trentacinque anni, ha un tumore aggressivo al seno: già si vede la morte davanti. Dove trovare la forza per credere di poter guarire? Dove trovare la forza per lottare?

Un uomo è stato lasciato da sua moglie e dai suoi figli. Lui non comunicava e non c’era mai in casa. In effetti adesso si rende conto che hanno ragione e si sente un “verme”. Dove trovare la forza per cambiare vita, per essere diverso, nuovo, un altro?

Una ragazza ha un buco d’amore enorme: ogni volta che incontra un uomo gli si appiccica addosso, gli si attacca, come se senza l’altro non potesse vivere. Sa cos’ha dentro, sa da dove deriva, sa che dovrebbe guardare in faccia questo passato doloroso ma dice: “Non ce la faccio!”. Dove trovare la forza?

Un uomo ha un sogno: aprire una gelateria per produrre gelati veramente artigianali, con ingredienti naturali del tutto. Tutti lo scoraggiano: “Non è periodo questo, lascia stare”. Dove trovare la forza per credere e inseguire il suo sogno?

Madre Teresa stava ore ed ore in adorazione davanti all’eucarestia. E quando le chiedevano: “Ma dove trova la forza, madre, per fare tutto questo?”. Lei rispondeva: “Qui!”.

Ogni volta che vengo a messa, ascolto il vangelo e prendo l’eucarestia, io vengo a fare “il pieno di Lui”, perché Lui sia la mia Forza e mi dia quell’energia, quella vitalità, quel coraggio, quella passione, quella decisione, che mi serve per vivere, per scegliere, per essere vero, per compiere la mia strada e il mio destino.

Finché era in vita c’era Gesù. Se gli apostoli avevano bisogno di qualcosa, c’era Gesù che faceva tutto. Adesso Lui non c’è più. Se ho bisogno di qualcosa ci sono io. E Lui? Lui è la mia forza. Io sono l’auto e lui è la benzina. Insieme faremo molta strada. E quando finisce? Si fa il pieno! Per questo si torna ogni domenica in chiesa: è un pieno di “benzina”.

Il grande monaco Lin Chi faceva molti miracoli e aveva un numero enorme di monaci nei suoi conventi, forse cinquanta o centomila. Un giorno gli chiesero: “Quanti monaci hai, Lin Chi?”. Lui si fermò, ci pensò un po’ e poi disse: “Quatto o cinque!”.

Tutti erano esterrefatti… Allora gli chiesero: “E gli altri?”. E lui: “Marionette!”. “Non capiamo, maestro”. “Una marionetta fa, esegue, ma non sa di essere viva, non sa il potere che ha. Forse ne ha paura. Un monaco sa che ha il potere di guarire, di cambiare il mondo e di diventare Buddha… e lo diventa. Vedete - concluse - essere potenti fa paura perché ti fa responsabile, perché sai che tutto è nelle tue mani e che tu puoi tutto. Meglio essere marionette così si può sempre dire: “Ma io non potevo, io non ne ero capace!”. I miei discepoli vogliono imitare il Buddha, copiarlo, studiarlo… ma essere il Buddha è un’altra cosa!”.

 

La stessa forza che ha sostenuto Gesù vive in me: si chiama Spirito.