Domenica 16 giugno 2019
Dal Vangelo secondo Giovanni 16,12-15

In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli:
«Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso.
Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità, perché non parlerà da se stesso, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annuncerà le cose future.
Egli mi glorificherà, perché prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà. Tutto quello che il Padre possiede è mio; per questo ho detto che prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà».

                                                                                      Risultati immagini per Giovanni 16,12-15     

 

 

16,12 Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso.

r MOLTE COSE HO ANCORA DA DIRVI=lett. “molto” ho ancora da dirvi. Gesù sta dicendo che Lui continuerà a parlare anche quando non ci sarà più. La sua presenza sarà una presenza non più fisica ma reale, sarà il Maestro che insegna.

r MA PER IL MOMENTO NON SIETE CAPACI DI PORTARNE IL PESO=perché Gesù dice questo? Perché i discepoli non sono ancora in grado, capaci, di capire la portata completa di ciò che Gesù ha fatto. Gesù ha chiuso un modo di credere Dio; Gesù ha rovesciato i criteri precedenti della religione; Gesù ha portato sulla terra un amore mai prima vissuto. Cose ancora troppo grandi per i discepoli.

Man mano che noi cresciamo nell’amore comprendiamo sempre di più chi è Dio, chi è Gesù e comprendiamo la sua Parola; man mano che noi dilatiamo la nostra capacità d’amore, permettiamo a Dio di far posto nella nostra esistenza e, se permettiamo a Dio di far posto alla nostra esistenza, ecco che la sua azione sarà infinitamente più forte, incisiva e potente, di quella che attualmente noi vediamo realizzare.

L’azione di Dio nella nostra vita non dipende da lui ma dipende da noi. Se noi gli lasciamo posto e gli facciamo spazio Lui viene, progressivamente e gradualmente e ci fa diversi, ci fa nuovi, ci fa capaci di amare, di essere liberi e di vivere nella verità. Questa è l’azione dello Spirito.

Ma ci sono tre condizioni:

  1. l’APERTURA: bisogna volerlo, bisogna accettare di lasciarsi modificare da Lui; bisogna, come Maria, dirgli: “Sì”, qualunque cosa voglia dire o dovunque voglia portarmi;
  2. il TEMPO: tutto avviene progressivamente, non in un colpo solo; è un cambiamento che avviene per gradi e se avviene nel tempo ci fa totalmente diversi, nuovi, altri (=santi), da quello che eravamo all’inizio; quindi, all’inizio non si vede la differenza… ma nel tempo eccome!;
  3. lo SPAZIO: se non c’è l’amore nella nostra vita, lo Spirito non può entrare. L’amore è un vuoto accogliente che dice alle persone, alle parole, alle sorprese, agli eventi e a Dio: “Puoi entrare; puoi venire; puoi succedere; hai spazio nella mia vita; puoi starci”.

Ma se lo spazio della nostra mente, del nostro cuore o della nostra anima è tutto occupato da rancori, risentimenti, rivendicazioni infantili, egoismi, chiusure mentali, allora lo Spirito non ha spazio di entrata. Non può entrare! Non c’è la libertà, lo spazio perché Lui entri.

 

Chissà quante cose il Signore ha ancora da dirci! Chissà quante cose possiamo ancora imparare!

Chissà quanto potremo trasformarci! Chissà cosa potremo divenire!

Chissà che libertà potremo scoprire! Chissà che gioia e che amore potremo vivere!

Chissà che forza potremo sentire dentro di noi!

 

I discepoli non sono ancora però arrivati a questo livello. Ci arriveranno… ma non ora.

Gv 2,22: “Quando poi fu resuscitato dai morti, i suoi discepoli si ricordarono che aveva detto questo, e credettero alla Scrittura e alla parola detta da Gesù”. Gv 12,16: “Sul momento i suoi discepoli non compresero queste cose; ma quando Gesù fu glorificato, si ricordarono che questo era stato scritto di lui”. Gv in varie parti del vangelo annota che i discepoli non capiscono e che solo dopo la morte e resurrezione capiranno cosa Gesù ha veramente fatto (cioè la portata del suo insegnamento) e detto.

 

Ma il “non siete ancora in grado di portarne il peso” ha anche un altro senso: “Non siete in grado di accettarne le conseguenze”.

Quando un uomo si apre allo Spirito (secondo le tre condizioni) e si lascia inondare da Lui allora un tale uomo sa chiaramente che tutti i modi, le forme, le formule per rapportarsi al Signore sono importanti ma che ce ne sono anche delle altre.

Un uomo così “sente” dove Dio c’è e dove Dio non c’è (dove si parla di Dio ma non c’è Dio!); un uomo così non è più controllabile, manipolabile, perché è libero; un uomo così si lascia guidare dallo Spirito e non dalla paura degli altri, di perdere la faccia, la popolarità, ecc. Quindi, un uomo così è soggetto alle persecuzioni religiose, si attira l’odio di chi non vuol vivere secondo lo Spirito, di chi non vuole cambiare, di chi vuol lasciare le cose sempre così, di chi ha paura e di chi è invidioso.

Per questo gli uomini dello Spirito devono essere uomini dalle radici forti, profonde, radicate, perché le tempeste che incontreranno saranno molte e forti. Ma d’altronde, l’unica barca che non incontra le tempeste è quella che non esce mai dal porto!

 

13 Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità, perché non parlerà da se stesso, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annuncerà le cose future.

r QUANDO VERRÀ LUI, LO SPIRITO DELLA VERITÀ, VI GUIDERÀ A TUTTA LA VERITÀ =la comunità, tutti i credenti, devono compiere un cammino nella verità. Gesù ha già definito se stesso come la verità: lo Spirito li condurrà in questo cammino di verità un po’ alla volta. Lo Spirito è il profeta di Gesù.

La verità cioè ha gradi di conoscenza progressiva: è un’esperienza sempre più profonda. La verità non la si comprende una volta e poi si è a posto.

La verità (come ogni cosa: la libertà, l’amore, Dio, ecc) è un cammino di conoscenza sempre più profondo. Per questo è una continua e sempre nuova scoperta. Questo ci ricorda che la verità non è tutta esplorata ma che viene scoperta (nel senso di alzare la coperta e di vedere) nel tempo di fronte ai nuovi tempi e alle nuove esigenze. Per questo ciascuna persona e ciascuna istituzione ha bisogno sempre di rinnovarsi perché la sua verità non è affatto finita e completa. E la grande scoperta sulla verità non è che si ha la verità (altrimenti diventa un possesso e una superiorità: “io ho la verità… io so… tu no…!”) ma che si è nella verità.

Il grande cammino di ciascuno uomo è fare verità sulla propria vita, in modo da essere sempre più ciò che è, in modo da poter risplendere, in modo da poter essere quel “figlio della luce” (Gv 3,21), quella luce (Mt 5,14) a cui ciascuno è chiamato di essere.

r PERCHÉ NON PARLERÀ DA SE STESSO, MA DIRÀ TUTTO CIÒ CHE AVRÀ UDITO E VI ANNUNCERÀ LE COSE FUTURE=lett. “le cose che verranno”: ecco la funzione dello Spirito.

Lo Spirito ha la funzione di annunciare le cose future, quelle che verranno, rendendo capace la comunità di avere sempre risposte attuali alle risposte emergenti del tempo, evitando il rischio che può correre l’istituzione religiosa di rispondere con risposte vecchie a problemi nuovi.

Gesù quello che doveva dire l’ha detto per sempre: non si dà una nuova rivelazione. Ma la sua attualizzazione sarà sempre nuova perché, grazie allo Spirito, avrà forme e modi sempre nuovi. E’ questa novità dello Spirito che permette alla Chiesa di essere sempre viva e sempre nuova e di non passare mai col passare dei tempi.

 

Non si può rispondere a problemi nuovi con risposte vecchie

 

A volte abbiamo la “sindrome da cover”. Cos’è una cover? Una cover è la reinterpretazione o il rifacimento di un brano musicale interpretato da altri. Ci fu un tempo in cui quella musica fu originale. Adesso invece è la solita musica fatta, rifatta, risistemata e riadattata.

Spesso siamo così di fronte alle nuove situazioni ecclesiali (ad esempio: la crisi delle vocazioni), sociali (ad esempio il problema immigratorio) o politiche: tutto è “cover”, non ci sono risposte originali. Spesso diamo risposte vecchie a problemi nuovi: non possono essere efficaci. Problemi nuovi hanno bisogno di risposte nuove. Non si può affrontare con l’arco e le frecce il nemico che fino a ieri aveva arco e frecce ma che oggi ha i fucili e i cannoni!

Abbiamo bisogno dello Spirito che ci dia risposte originali, diverse, nuove, alle nuove questioni del vivere. “La minestra riscaldata” non serve più.

E dobbiamo avere il coraggio di provare, di sperimentare, di osare, perché per trovare una buona risposta spesso bisogna provare molte risposte, che non sono sbagliate (come molti definiscono) ma ricerche della “buona risposta”.

Le risposte “sbagliate” sono necessarie per trovare la buona risposta: senza di loro, senza quel tratto di strada mai avremo potuto trovare questa strada! Solo lo Spirito ci permetterà di dare delle risposte nuove e non delle nuove risposte.

 

L’uomo “vecchio” di fronte ad una nuova questione dice: “Ancora! No! Ne ho appena risolta una: un'altra!”. E va a cercare tra ciò che sa la risposta. Ma non c’è perché il problema è nuovo! L’uomo vecchio è dipendente: va a vedere cos’hanno fatto gli altri o cosa si è fatto prima, non trova la risposta, e si sente insicuro: “Non ho la risposta, oddio!”.

L’uomo “nuovo”, spirituale, di fronte ad una nuova questione dice: “Interessante! Qui si può imparare qualcosa! Qui non ho la risposta, la devo cercare, la devo inventare, la devo costruire io perché non c’è”. L’uomo nuovo non guarda cos’hanno fatto gli altri e si sente sicuro: “Non ho minimamente la soluzione ma so che sono in grado di operare e di trovare delle soluzioni”. Si chiama anche fede: dire di sì a qualcosa che non si sa; sapere di trovare ciò che non si sa; andare anche se non si sa bene ancora dove.

 

Atlee racconta il caso di un contadino dell’Indiana i cui cani del vicino venivano ad uccidere le sue pecore. Poteva utilizzare i metodi tradizionali: minacce, cause legali, filo spinato, fucilate. Ma lui ebbe un’idea migliore. Il contadino regalò ai figli del suo vicino degli agnellini, come loro compagnia. I vicini, per amore dei figli e di quelle adorabili bestiole, legarono i cani (cosa che prima non facevano) di loro spontanea volontà e le due famiglie diventarono perfino amiche.

Nel nuoto, agli inizi degli negli anni ’90, i record mondiali diventavano sempre più difficili da battere. Serviva un’idea creativa, nuova, perché potessero cadere. Cercare tra i metodi di allenamento o sulla prestanza fisica degli atleti si rivelava inutile. Così si lavorò non sull’atleta, non sui metodi di allenamento, ma sul costume! Nacquero i fastskin. Si osservò che gli squali riescono a muoversi molto velocemente in acqua grazie proprio alla loro pelle. E così si fecero dei costumi “a pelle di squalo”. Negli anni 2000 i record mondiali cadevano “ogni giorno”: tant’è vero che i costumi fastskin furono aboliti (e anche i record mondiali finirono quasi del tutto).

Ad una questione nuova solamente una risposta nuova è efficace.

 

14 Egli mi glorificherà, perché prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà.

r GLORIFICHERA’=questa riattualizzazione rende sempre presente l’amore di Gesù ai suoi. La Gloria è l’amore massimo di Gesù che si è manifestato in croce. Questa riattualizzazione dello Spirito permetterà a noi credenti di rimanifestare l’amore (la Gloria) di Gesù, anche senza Gesù.

Quindi: lo Spirito ci dà la forza di amare come Gesù e di fare come Lui. Per cui, anche se Lui non c’è più, non è un problema perché ci siamo noi!

Sorge una domanda: alcune persone non sanno amare neppure gli uomini, come possono comprendere l’amore di Dio? Come possono essere testimoni di tale amore?

r PERCHÉ PRENDERÀ DA QUEL CHE È MIO E VE LO ANNUNCERÀ=compito dello Spirito è di annunciare il messaggio di Gesù. Lo Spirito non porta un nuovo messaggio ma la comprensione del messaggio di Gesù nelle nuove circostanze che verranno a manifestarsi.

 

15 Tutto quello che il Padre possiede è mio; per questo ho detto che prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà.

r TUTTO QUELLO CHE IL PADRE POSSIEDE È MIO=cos’è che il Padre e il Figlio Gesù possiedono entrambi? L’amore! Il Padre e Gesù hanno in comune un’unica passione: il bene degli uomini. Questo è un criterio: se quello che l’uomo annuncia è l’amore (vero) allora viene dal Padre (Dio), perché tutto quello che Dio possiede è l’amore. Per cui chi fa il bene dell’uomo viene da Dio.

r ANNUNCERA’=è la terza volta in questi versetti che viene usato questo verbo: si tratta di ascoltare (annuncio ricevuto) e di portarlo fuori e di travasarlo (annuncio donato).

 

Oggi la chiesa celebra la festa Della Trinità. La Trinità celebra un Dio che è comunione, relazione, famiglia. Dio non è un’entità di solitudine ma una realtà dinamica, viva e relazionale.

Quando noi diciamo la parola “famiglia”, non diciamo un’entità monolitica, statica: succedono così tante cose, dinamiche, rapporti, situazioni, in una famiglia. Dio è così: Famiglia. La Trinità non è un problema matematico (come conciliare che Dio sia Uno e che siano Tre: Padre, Figlio e S.S.) ma è la suprema espressione dell’esperienza che tutti facciamo dell’amore e della comunione umana.

Ciò che importa nell’amore è che siamo uniti, ma che non ci fondiamo insieme. E’ importante che ci doniamo senza perderci. Ed è importante che rimaniamo uniti senza uniformarci e divisi senza essere separati. L’amore vero è così trinitario: unito ma non uniforme; separato ma non diviso.

 

La Trinità è un dogma, cioè definisce qualcosa che la Chiesa ha capito chiaramente.

Facciamo un esempio: incontri una ragazza, la frequenti, la conosci e lei conosce te. Vivi un’esperienza (la conoscenza e il fidanzamento), poi ad un certo punto senti in maniera chiara che quello che provi per lei è amore, che la vuoi sposare, che vuoi condividere con lei la tua vita. Allora le chiedi di sposarti. Ma prima di questa richiesta c’è tutto un lungo vissuto in cui tu hai capito questa cosa.

Il dogma è così: definisce qualcosa che prima si è vissuto e a cui adesso puoi dare un nome preciso.

La Trinità è l’esperienza che fecero i primi cristiani e i primi discepoli. Sperimentarono che Dio è amore, che Dio è relazione, che in Dio c’è unione ma non fusione, diversità ma non separazione. Capirono che il Padre, suo Figlio Gesù e lo Spirito, da una parte erano tre esperienze diverse, tre persone, ma che dall’altra erano lo stesso Dio, erano la stessa esperienza.

Per dire la loro esperienza di Dio utilizzarono il mezzo, l’immagine che più conoscevano: Dio è famiglia, comunione, relazione, rapporto.

Ma non dobbiamo mai dimenticare che prima viene l’esperienza e poi la definizione dell’esperienza. Molte persone vogliono sapere chi è Dio, ma non vogliono far esperienza di Dio. Ma l’esperienza precede sempre la concettualizzazione, la definizione, altrimenti parli di una cosa che non sai, che non hai mai visto né percepito. Parli ma non conosci.

Così molte persone parlano della vita, ma non vogliono vivere e altre parlano dell’amore ma non si lasciano coinvolgere. Quando invece hai vissuto un’esperienza, allora sì che sai che cos’è, allora sì che la comprendi, allora sì che ne capisci tutti i contorni, i limiti e la forza.

L’esperienza comporta il coinvolgimento, il mettersi in gioco, il provare sulla propria pelle.

Una persona sente di avere il cuore chiuso. “Voglio tornare a sentire, ad amare, a vivere. Sono freddo, arido, nulla mi tocca per davvero”. “Va bene – dico io – sei pronto?”. “Certo che lo voglio!”. E così abbiamo fatto insieme un cammino. In questo cammino dovette piangere, toccare ferite e dolori, lottare, cadere e rialzarsi, ripartire, chiedere aiuto, scoprire i propri lati deboli, vulnerabili e meschini. In questo cammino perse le sue sicurezze, i suoi riferimenti e dovette cambiare vita. Dovette perfino, per fedeltà a sé, al Dio che aveva dentro, mettere in discussione il proprio matrimonio e cambiare il proprio lavoro. Nell’ultimo incontro mi disse: “Solo adesso so cosa vuol dire vivere; chi l’avrebbe detto? Prima pensavo alla vita, adesso vivo. E che fatica, in certi momenti avrei voluto non avere mai iniziato questo cammino. Ti ho così tanto maledetto! Ma ne vale infinitamente la pena”. Come non ripensare a Giobbe (Gb 42,4) che solo al termine di un lungo cammino comprende chi è veramente Dio e può dire: “Io ti conoscevo Dio per sentito dire, ma ora i miei occhi ti vedono”.

Il dogma è il punto di arrivo di un lungo sentiero. Ma non capirai nulla se prima non avrai fatto la strada. Rimarrà solo una definizione messa là, oscura e arida.

 

“La Trinità è relazione tra un Io, un Tu e un Noi” (J. Ratzinger): esprime l’idea del dia-logo in Dio. In Dio c’è un Padre che ama il Figlio e che è amato dal Figlio. Il loro amore è lo Spirito. In Dio c’è relazione, c’è amicizia, c’è incontro, c’è comunione, c’è amore.

La forza di due sposi non è nel fatto che stanno insieme, ma nella relazione che si instaura fra di loro. Più ciascuno di loro è se stesso (persona), più c’è profondità, scambio, apertura all’altro e più c’è amore (spirito), più c’è complicità, confidenza, fiducia.

La stessa fisica ci ricorda che la forza e la consistenza della materia non è data dalla diversità interna degli elementi (gli stessi elementi sono uguali in tutto l’universo) ma dalla connessione che si instaura fra di essi. Cioè, un rapporto è forte, terrà e sarà fecondo se è forte, intensa e profonda la relazione.

Se noi guardiamo al vangelo, infatti, troviamo che la forza di Gesù era data dalla relazione particolarissima, speciale, intima che aveva con il Padre. Anche nei momenti difficili, fu questa apertura totale che lo sostenne. Fu la relazione, il rapporto che Gesù aveva con il Padre che lo aiutò in momenti cruciali, decisivi e drammatici, come nel Getsemani e nelle sue ultime ore.

 

Ogni relazione è composta fondamentalmente di tre elementi (è trinitaria): l’io, il tu e il noi. L’io vuol dire che io sono io, che io ci sono, che io sto in piedi con le mie gambe, che io sono persona. Io sono io e io non sono te. Io sono unico (unus) e non posso confondermi con te.

“Non posso stare senza di te; se mi lasci mi sento morire; ti amo perché ho bisogno di te; i figli sono tutto”, sono frasi che rivelano che io, come persona, non ci sono, che mi appoggio, che non riesco a vivermi come essere unico, separato. Poiché non riesco a vivere la mia vita, mi appoggio a te.

Quanti uomini che non riescono ad essere felici per se stessi e si illudono che sposandosi lo saranno. Quante donne che non hanno sicurezza in sé, credono che la potranno trovare nel partner. Ma il partner forte diventa poi il marito dittatore o freddo o insensibile. Quante coppie si illudono che il partner potrà compensare i propri buchi affettivi e le proprie lacune. Ma due zoppi non fanno uno che corre. Due zoppi fanno ancora più fatica a camminare. E se lo è uno solo, per un po’ di tempo quello che corre ti può portare in braccio, ma dopo si stanca. E d’altra parte nessuno ha il diritto di farsi portare dagli altri, visto che tutti abbiamo le nostre gambe. Il mio padre spirituale dice: “I rompiballe sono i più frustrati”. E’ così: se uno non riesce a vivere e a gioire della propria vita, non potrà che andare a rovinare quella degli altri.

Molte persone credono che fare le stesse cose faccia unità. Sì, può aiutare, ma non è questa l’unità. Molte persone credono che stando insieme poi verrà anche l’intimità. Ma non funziona così. Molte persone credono che in due i problemi personali passeranno. Ma non è così. Molte persone creano rapporti di fusione con il partner: non possono vivere senza di lui. In termini religiosi si chiamerebbe idolatria: si fa dell’altro un dio. Molte persone pretendono dal partner quello che loro non sono in grado di fare.

Ogni rapporto è come sei tu. Se tu sei maturo, lo saranno anche i tuoi rapporti, altrimenti no.

Il tu è tu. Tu non sei me e io non sono te. Non dobbiamo fare le stesse cose; non dobbiamo pensarla alla stesa maniera; non dobbiamo essere sempre uniti.

Le coppie che fanno tutto e sempre insieme nascondono la paura dell’individualità. Sembrano coppie romantiche, di grande amore, ma c’è molta paura nel sottobosco. Tu sei tu e io sono io: non facciamo confusione. Unità non è uni-formità o uni-direzionalità. Ma se tu non sei tu, ti sarà faticoso accettare che io sia io. Perché mi vorrai cambiare; perché vorrai che io faccia come te; perché non accetterai la mia diversità in quanto tu non accetti la tua.

Il padre frustrato non accetta che il figlio faccia una scuola diversa da quella che lui ha in testa. Siccome lui non vive la propria vita, non ne è felice, vuole la propria felicità da suo figlio. C’è un uomo che ha obbligato sua figlia a fare giurisprudenza. E’ chiaro che non è la facoltà per lei, ma lui non ne vuole sapere. Lui sarà felice se lei diventerà avvocato. Ma quella è la vita di sua figlia e non la sua. Se vuole essere felice diventi lui avvocato, perché lo chiede a lei?

La madre frustrata dal rapporto di coppia col marito vuole che sua figlia si trovi un “bravo partito”, così non passerà quello che ha passato lei. Ma agendo così, chiede a sua figlia quello che lei avrebbe voluto. C’è una donna che ha fatto in modo che sua figlia lasci il “moroso” perché era uno scapestrato – diceva lei -, in realtà senza grandi possibilità economiche. Ma sua figlia lo amava! Poi l’ha spinta a trovare uno di buona posizione e non si è mai posta la domanda: “Ma lo ama?”. Anzi, le diceva sempre: “Non gli manca niente a quello lì (soldi, auto, posizione sociale, non serve che tu vada a lavorare, ecc)”. Quando poi sua figlia ha divorziato, lei le ha detto: “Non me lo sarei mai aspettato da te, cosa potevi pretendere di più?”. Già, ma era quello che lei voleva e che lei non aveva realizzato.

 

E’ il noi la nostra unità. E’ la relazione, il rapporto fra me e te la nostra forza. Null’altro. E’ quello che costruiamo fra me e te, la nostra “connessione” che sarà la nostra unità. E’ quello che c’è fra me e te che ci tiene uniti. Se non c’è niente il rapporto non terrà, è normale. Magari staremo insieme, ma è solo perché ci accontentiamo. E’ perché ci siamo abituati e non sapremo come vivere da soli. E’ perché abbiamo troppa paura di iniziare a vivere e preferiamo andare avanti (cioè alla deriva). E’ il noi che dice quanto ci amiamo. E’ lo spirito che c’è fra me e te che dice com’è il nostro rapporto.

E in tutte le relazioni si può lavorare su due elementi: l’io e il noi. E di solito che facciamo noi, invece? Chiediamo all’altro (tu) di cambiare, di farci questo, quello, di essere diverso. Ma non possiamo lavorare su di lui! Se lo vorrà lo farà lui! Ma possiamo lavorare sull’io (su di me) e sul noi (sulla nostra relazione). Ed è veramente tanto!

L’intensità di un rapporto è data dalla capacità che le due persone hanno di uscire da sé (senza perdersi) e di creare un “noi”, uno spazio dove ci si può esprimere e accogliere. In questo senso i figli possono essere il “noi” della coppia: la nostra creatività, il nostro amore si espande, è così tanto, che esce da noi e crea (i figli). Ma se non ci parliamo mai, non c’è nessuna creazione, c’è solo prole!

 

La relazione è il modo necessario, lo stile, di ogni rapporto.

 

L’affettività dev’essere relazionale: dare e ricevere. Perché se io solo chiedo, divento una sanguisuga. E se io solo voglio dare, allora voglio gestire e controllare l’altro.

 

La sessualità dev’essere relazionale: altrimenti diventa imposizione, sottomissione, sfruttamento, dovere. Un uomo pretende da sua moglie “una botta e via” ogni sera. A lei piace anche avere dei rapporti sessuali, ma non così. L’uomo non si chiede neppure cosa desidera lei, cosa vuole, cosa le piace. Lui pensa a sé.

Una donna ha avuto un figlio. Dopo una settimana dal parto, il marito pretende dei rapporti sessuali. La donna, ovviamente, fisicamente è ancora troppo debole. Ma lui si sente rifiutato e per ricatto non l’aiuta nell’accudimento del figlio e l’accusa di pensare solo al figlio.

Relazione vuol dire che ci sono io e che ci sei anche tu e che ci parliamo, che comunichiamo.

 

Il parlarsi dev’essere relazionale, altrimenti diventa monologo, autoritarismo, direttività. Se non voglio accettare le posizioni dell’altro, se non voglio ascoltarlo, se non voglio cambiare non c’è relazione.

A Padova vive un uomo che batte le mani ogni dieci secondi. Interrogato sul perché di questo strano comportamento ha risposto: “Per scacciare gli elefanti”. “Elefanti? Ma qui non ci sono elefanti”. E lui: “Appunto!”.

Una vecchia zitella che abita in riva al fiume chiama la polizia per avvertire che davanti a casa sua alcuni ragazzi fanno il bagno nudi. L’ispettore manda sul posto uno dei suoi uomini che ordina ai ragazzacci di andare a nuotare più in là dove non ci sono case. Il giorno seguente la donna telefona di nuovo: “I ragazzi si vedono ancora!”. Il poliziotto torna e li fa allontanare di più. Il giorno seguente la donna chiama ancora: “Dalla finestra della mia soffitta, con il cannocchiale, li posso ancora vedere!”. Cioè: relazionarsi vuol dire aprirsi e comunicare se stessi, ma anche aprirsi e rivedere l’altro, le sue parole, i suoi sentimenti, i suoi punti di vista, le sue diversità. Altrimenti, è come parlare con il muro.

 

In una parrocchia chiamai i catechisti e assegnai loro i compiti: “Tu fai questa classe, tu quell’altra e via dicendo”. Una catechista mi disse: “Tu ci tratti come degli oggetti, perché non ci chiedi cosa va a noi di fare?”. Fu un colpo tremendo, ma era vero.

I rapporti sono relazioni. Non sempre si può essere accontentati, ma sempre si è persone. Relazionarsi vuol dire sentire, ascoltare l’altro, cercare di capire chi è, cosa gli piace, cosa desidera. Altrimenti le persone sono solo oggetti.

In una famiglia tutti i figli avevano fatto come sport pallavolo. Quando anche l’ultima volle fare sport, il padre la iscrisse in automatico a pallavolo. Ma la figlia gli disse: “Papà, io non sono Chiara e neanche Anna, io mi chiamo Giorgia!”. Aveva ragione: perché doveva fare quello che già facevano le sue sorelle? Anzi, proprio perché loro già lo facevano, lei voleva diversificarsi per sottolineare che lei non era loro.

 

L’educazione dev’essere relazionale: mi ascolti perché sono tuo padre e tua madre, ma anche ti ascolto perché sei mio figlio. Altrimenti se è unidirezionale non può che provocare senso di rifiuto in chi è più debole.

I tuoi figli giocano con i figli di amici (età cinque-sei anni). Arriva il figlio del tuo amico piangendo dicendo che tuo figlio gli ha fatto del male. Tu prendi tuo figlio (non vuoi mica sfigurare di fronte ai tuoi amici, eh!) e lo rimproveri: “Cosa gli hai fatto?”. E i più arditi genitori gli tirano uno schiaffo. Ma perché non gli chiedi: “Cos’è successo?”. E se non avesse fatto niente? E se non fosse colpa sua? Perché non lo ascolti?

Come quel genitore che, in situazione simile, disse: “Se non è per oggi, è per domani!”, e giù un bel ceffone!

Oppure quelle frasi tremende: “Se tu mi amassi veramente, mangeresti tutto quello che la mamma ti fa”; oppure: “Se tu mi amassi veramente, questa cosa la faresti per me”. E’ un ricatto incredibile: ti dico che se non fai questa cosa non mi ami. E un bambino ci cade. Per cui, se lo fa va contro se stesso; se non lo fa va contro la mamma e si sente in colpa. E’ un modo sottile per esercitare il potere, per far fare all’altro quello che io voglio.

Con i nostri figli dobbiamo lavorare sulla relazione tra noi e loro.

“Dove sei stato?”, chiedi a tuo figlio. “A fare un giro!”: ed è stato fuori cinque ore. Se ti fermi lì, e non approfondisci e non ti interessi non crei relazione. D’altronde perché dovrebbe dirti di più se non ti interessa sapere cos’ha fatto e provato?

“Cos’avete fatto a scuola?”. “Niente”. Ma come: tutta la mattinata e non ha fatto niente. Ma se tu ti accontenti, se ti va bene la risposta, lui non ti dirà niente di più.

“Cosa provi?”. “Niente”. Ma non è possibile, sempre si prova qualcosa. Ma se non l’aiuti ad ascoltarsi, se non gli insegni ad esprimere quello che ha dentro, non saprai mai cos’ha dentro. E non si può pretendere che poi, quando vogliamo noi, ci dica cos’ha dentro!

“Come stai?”. “Bene!”. Sì, ma bene vuol dire tutto e vuol dire niente. “Bene” è anche un modo per non dire niente e chiudere in fretta il discorso. Cosa vuol dire bene?

I nostri figli sono come noi. Sono muti se noi non gli insegniamo ad esprimersi. Esprimersi non è aprire la bocca e parlare; esprimersi è tirare fuori ciò che io vivo, ciò che provo, ciò che ho dentro.

“Ieri hanno ricoverato un mio amico”, dice il figlio di dodici anni. E’ un'informazione, ma dietro le parole mi sta dicendo: “E io sto molto male”. Se io rimango all’informazione e non approfondisco, non lo ascolto. “E tu come stai? Sei preoccupato? Che pensieri hai fatto? Hai paura?”. Questo è ascolto.

Se i nostri figli non ci raccontano di loro è perché non glielo abbiamo insegnato.

“Non ho voglia di andare a messa!”. “Siamo sempre andati e quindi si va!”, non è una buona risposta. Perché mi dice così? Cosa vuol dirmi? Cosa mi sta dicendo dietro le parole?

“Papà ho paura di fare la Prima Comunione!”. “L’hanno fatta tutti, te a fe’ anca ti!”, non è una buona risposta. Se gli rispondo così non lo ascolto. Mi sta dicendo che ha paura e che vuole il mio ascolto e la mia attenzione.

“Mamma che brutta che sei!”. “A tua madre non dici così!”, non è una buona risposta. Che cosa mi sta dicendo? E’ arrabbiato con me? Ce l’ha con me? Sta cercando la mia attenzione? Ha bisogno di me?

L’adulto è significativo per il proprio figlio se va oltre le parole per leggere, per aiutarlo ad esprimere ciò che prova, ciò che sta tentando di dire dietro le parole. Ascoltare le loro emozioni vuol dire semplicemente ascoltarli, vuol dire dirgli: “Quello che tu stai vivendo è importante. Tu sei importante”. Un figlio educato così, cresce percependo il suo valore e con un senso di sicurezza consistente. Ma se quello che vivo non interessa a nessuno, come mi sentirò? E perché dirlo?

 

Il gioco dev’essere relazionale: perché se vinco sempre io, se ti batto sempre e ti umilio, tu non ti diverti più. C’è un genitore che gioca con suo figlio. Quando fanno alla lotta lui vince sempre (ha trent’anni di più!). Lo mette sempre sotto e ha bisogno di dimostrare chi è il più forte. Quando giocano a calcio, e lui ovviamente vince sempre, lo prende in giro.

 

L’amicizia dev’essere relazionale: perché se tu non hai mai bisogno di me, io mi sento inutile; e se tu, invece, hai sempre bisogno di me, io mi sento utilizzato.

Sono sicuro che tutti voi conoscete quegli amici (amici!?) che vi chiamano solo quando la fidanzata li ha lasciati e quando ne trovano un’altra non si fanno più sentire. Oppure quelli che quando alzate la cornetta del telefono e sentite la loro voce, dentro di voi vi dite: “Sentiamo cosa vorrà adesso!”.

 

La preghiera è relazione. Non quanto dico a Dio, ma quanto mi apro a Lui. Potrei non dirgli nulla e parlargli. E posso parlargli un sacco e in realtà parlarmi addosso.

 

La relazionalità dev’essere lo stile di ogni cosa. Vivere in uno stile relazionale vuol dire vivere secondo il modello trinitario.

 

A volte le persone si lamentano e dicono: “Nessuno mi ama! Sono solo!”. A volte questo è vero, ma in genere bisogna rispondere loro: “Ma chi vuoi che ami uno come te!”. Cioè: non solo noi abbiamo il diritto di essere amati, ma abbiamo anche il dovere di renderci amabili.

Non solo gli altri ci rifiutano, ma a volte hanno anche ottimi motivi per farlo. Se nessuno ci ama, forse, vale la pena di chiedersi se non dipenda da noi.

C’è una persona che quando le dai un po’ di corda diventa una sanguisuga. E’ ovvio, tutti la evitano. E così lei si sente sempre rifiutata. Dice sempre: “Che mondo di merda!”. Sì, vero; ma vero anche che avere una come te come amica è avere una palla al piede.

C’è un uomo che dice: “O gli altri mi accettano così o vuol dire che non mi amano”. E’ un ragionamento “del piffero”, perché vuol dire che tu non crei relazioni. Tu eserciti il tuo potere perché gli altri si sottomettano a te (tu la chiami accettazione), ma tu non vuoi fare neppure un passo verso di loro. A persone così bisogna serenamente dire: “E stattene da solo! E non lamentarti”.

Una donna pretendeva dall’amica che la andasse sempre a trovare. Ma quando si trovavano l’unico discorso della donna era il vicino di casa, quello che ha fatto questa o quell’altra. L’amica non ne poteva più. All’ennesima accusa: “Perché non vieni mai a trovarmi?”, l’amica rispose: “Perché non sei interessante!”.

Io ho bisogno di guardare al mio modo di rapportarmi con gli altri. Io ho bisogno di guardarmi in faccia, di vedere come io mi relaziono, come io sono quando sto con gli altri.

 

La fisica ci dice che tutto è relazione. Se cambio un elemento qualsiasi, anche gli altri variano.

La comunicazione ci dice che tutto è in relazione: se cambio il mio modo di rapportarmi, anche l’altro deve cambiare.

L’esperienza dice che veniamo da una relazione tra un uomo e una donna.

La natura ci dice che tutto è relazione: se tu cambi o alteri la natura, cambi e alteri anche la tua qualità di vita.

Le dinamiche familiari ci dicono che il benessere o il disagio sono frutto di determinate relazioni.

La bellezza della vita è data dalla capacità di avere relazioni significative, profonde, intense e durature.

L’amore è relazione, apertura nel dare e ricevere dove ci si incontra nelle profondità del corpi, dei progetti e delle anime.

La maturità personale è la relazione sana che io ho con me stesso.

La preghiera è la relazione, la comunicazione con Dio.

La fede è la relazione con l’Altissimo che permea la mia vita.

La relazione è la struttura non solo della materia, non solo delle persone, ma di ogni cosa. Tutto è in relazione. C’è una interdipendenza di tutte le cose. Noi siamo creature fatte per la relazione.

La Trinità ci ricorda che tutto è relazione.

La Trinità ci ricorda che il Tutto è Relazione.

La Trinità ci ricorda che Dio è Padre, Figlio e Spirito Santo.

 

In una relazione, al variare di un elemento varia anche l’altro elemento.

Non devo cambiare te.

Basta che cambi io e anche il nostro rapporto invariabilmente cambia.

Quando io cambio anche tu dovrai cambiare.