Domenica 04 agosto 2019
Dal Vangelo secondo Luca  12,13-21

In quel tempo, uno della folla disse a Gesù: «Maestro, di’ a mio fratello che divida con me l’eredità». Ma egli rispose: «O uomo, chi mi ha costituito giudice o mediatore sopra di voi?».
E disse loro: «Fate attenzione e tenetevi lontani da ogni cupidigia perché, anche se uno è nell’abbondanza, la sua vita non dipende da ciò che egli possiede».
Poi disse loro una parabola: «La campagna di un uomo ricco aveva dato un raccolto abbondante. Egli ragionava tra sé: “Che farò, poiché non ho dove mettere i miei raccolti? Farò così – disse –: demolirò i miei magazzini e ne costruirò altri più grandi e vi raccoglierò tutto il grano e i miei beni. Poi dirò a me stesso: Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni; ripòsati, mangia, bevi e divèrtiti!”. Ma Dio gli disse: “Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato, di chi sarà?”. Così è di chi accumula tesori per sé e non si arricchisce presso Dio».

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Gesù, nei versetti precedenti (Lc 12,1-12) sta parlando di fiducia, in Dio, nel Padre. Finché parla di tutto questo, di questi discorsi alti, profondi, viene banalmente interrotto da chi invece la fiducia la pone nel denaro. Gesù parla di sicurezza in Dio e c’è chi invece la sicurezza la pone nei suoi beni.

 

12,13Uno della folla gli disse: «Maestro, di’ a mio fratello che divida con me l’eredità».

MAESTRO, DI’ A MIO FRATELLO=ecco la grande questione: l’eredità. “Dì”=è imperativo: è un comando, un ordine che questa persona da a Gesù!

Non c’è nulla di più grande come l’eredità per dividere le persone. L’eredità è una questione antica come il mondo, ed è causa sempre di divisioni e di dissapori, perché tanto ci sarà sempre qualcuno che si aspettava di più, che pretendeva di più, che desiderava di più. E questo causerà inimicizia e spesso dissapori che durano per sempre.

Sull’eredità Gesù la pensa diversamente da noi.

1) Se ci sono dei beni c’è ingiustizia, perché c’è accumulo. Perché se uno fosse veramente generoso, veramente amante degli altri, non accumulerebbe tanto da poter lasciare in eredità.

2) Quando lasci l’eredità pensi di fare del bene, invece, fai del male, perché creerai divisioni, là dove prima non c’erano. Darai ai tuoi discendenti un frutto avvelenato che prima o poi porterà i suoi frutti disastrosi.

3) Inoltre, per Gesù, è un voler essere presenti anche quando si è assenti: si vuole, cioè, prolungare la propria influenza anche quando si è morti! È un atto narcisistico.

4) Poiché l’eredità un correspettivo simbolico dell’amore, dell’energia vitale, quando si divide in maniera non equa, di fatto, è come dirottare più acqua di un fiume verso alcune terre e non verso altre. Le terre con meno acqua soffriranno e diventeranno aride; quelle con “acqua rubata” avranno un profondo nascosto senso di colpa da espiare.

Un uomo è venuto a parlare perché non riusciva mai a realizzare i suoi affari proprio quando questi sembravano raggiunti. Sul più bello, accadeva sempre qualcosa, per cui perdeva tutto. Sembrava non esserci motivo di questo.

Ma poi, un giorno disse: “Non riesco a godermi tutta la ricchezza che mio padre mi ha lasciato”: ecco il motivo.

Parlando era emerso che suo padre, prima di morire, aveva diviso i beni tra i tre fratelli e aveva favorito lui. Lui non aveva chiesto nulla, ma essendo il più grande, il maggiore, aveva avuto le maggiori attenzioni paterne.

Tutto funzionò bene quando – e fu difficilissimo per lui accettare di fare questa cosa – rimborsò i suoi fratelli del “di più” sottratto. Da quel giorno iniziò a raggiungere i suoi obiettivi.

 

14Ma egli rispose: «O uomo, chi mi ha costituito giudice o mediatore sopra di voi?».

O UOMO=quando Gesù usa questa espressione “uomo” è sempre al negativo.

CHI MI HA COSTITUITO GIUDICE O MEDIATORE=lett. “giudice e divisore”, la parola è la stessa del verbo precedente (Lc 12,13). Gesù non vuole proprio entrare in questi discorsi.

 

15E disse loro: «Fate attenzione e tenetevi lontani da ogni cupidigia perché, anche se uno è nell’abbondanza, la sua vita non dipende da ciò che egli possiede».

FATE ATTENZIONE E TENETEVI LONTANO…=la cupidigia sottende all’accumulo. Ma nella logica evangelica non ci può essere l’accumulo: “Se io ho come posso tenermi per me cose, beni, ricchezze, informazioni, ecc., quando un altro non ha’”.

  1. Paolo in Col 3,5 afferma che “l’avarizia (la cupidigia) è idolatria che attira l’ira di Dio”.

Puoi essere la persona più religiosa, più pia, più devota del mondo ma se accumuli denaro, se hai bramosia di possedere, se sei visceralmente e profondamente egoista, sei un idolatra, non hai nulla a che fare con il Padre, perché il Padre è amore che generosamente condivide.

CUPIDIGIA= Il termine pleonexia, avarizia, cupidigia, vuol dire “avere di più”. Il termine indica una persona che al di là che abbia molto o poco, in ogni caso ciò che ha non gli basta: “Tu hai ma non ti basta quello che hai, perché vuoi di più!”.

C’è una rana che vede un bue. Allora si gonfia per essere come il bue: “Sono come il bue?”, chiede alle altre rane. “Ma neanche per sogno!”. Allora si gonfia di più: “E adesso!”. “Non se ne parla neanche!”. Allora si gonfia ancor di più: “E ora?”. “Ma neanche lontanamente!”. Allora prende tutta la sua forza e si gonfia all’inverosimile… e scoppia!!!

La regola è: nulla è mai sufficiente per chi vuol sempre di più.

 

Hanno sequestrato beni ad un boss mafioso per venti-trenta milioni di euro: ma a che ti servono? Ma se hai un buco dentro, credi e pensi, che avere tanto ti farà tanto? È che il buco è di natura diversa: un buco dell’anima non si può riempire con le cose materiali.

C’erano un cavallo e un cane che si amavano “da morire”. Il cavallo dava al cane la miglior erba e il cane al cavallo i migliori ossi. Ognuno dava all’altro il meglio di ciò che aveva. Si amavano così tanto che morirono di fame. Un buco nel cuore non si può mai riempire con cose, oggetti o riconoscimenti. È di un’altra natura e va riempito con elementi della stessa natura!

 

LA SUA VITA NON DIPENDE DA QUELLO CHE POSSIEDE=il valore della vita della persona non dipende da quello che ha, ma da quello che dà. L’insegnamento di Gesù nei vangeli è che si possiede soltanto quello che si è capaci di dare; quello che si trattiene per sé non si possiede ma ci possiede. E noi, ciechi, continuiamo ad ammirare, emulare, voler essere, osannare, i divi televisivi, cioè “quelli che hanno”! Ma chi è veramente che ama? Solo quello che sa condividere!

 

16Poi disse loro una parabola: «La campagna di un uomo ricco aveva dato un raccolto abbondante.

DISSE LORO UNA PARABOLA=è una parabola micidiale!

UOMO RICCO=non ha un nome. Quando nel Vangelo un uomo non ha nome ha tutti i nomi: potresti essere tu!

RACCOLTO ABBONDANTE=meglio di così! Non solo è ricco… ma pure la ricchezza aumenta! Meglio di così, verrebbe da dire! Ma, invece…

Il frutto abbondante, nella tradizione biblica, è benedizione divina. Quindi questa campagna è stata benedetta da Dio.

 

Gesù non ce l’ha con la ricchezza. Ricchi sono tutti coloro che trattengono, cioè che tengono per sé, che accumulano (ricchezze, informazioni, beni, possibilità, ecc.).

Si racconta che un giorno da Madre Teresa arrivò un uomo molto potente e molto ricco. Con la Madre fecero un giro della città imbattendosi in una bambina sull’orlo della morte. Alla vista di ciò la Madre tirò dritto con grande sorpresa dell’uomo: “Ma, Madre non si ferma… Se non fa qualcosa muore… Lei può salvarla… Lei può fare qualcosa per salvarla…”, protestava l’uomo. La Madre si fermò tornò indietro e gli disse: “Ha ragione, sa!, quando si ha una ricchezza e si lascia morire un povero si è responsabili di quella morte, perché potendo fare qualcosa non lo si è fatto”. L’uomo capì e arrossì.

 

17Egli ragionava tra sé: “Che farò, poiché non ho dove mettere i miei raccolti?”.

RAGIONAVA=Gesù è ironico perché quel ragionamento, scopriremo poi, viene da uno che è “scemo”.

CHE FARO’, POICHE’ NON HO DOVE METTERE I MIEI RACCOLTI=i ricchi sono malati terminali, gravi: è già ricco, ha già tutto, e pensa a possedere, invece, che ad essere generoso. Manco gli passa per la testa di dare, di condividere. Non dice: “A chi posso dare tutto questo di più (è già ricco!)? Lo darò ai miei braccianti, ai poveri, a chi non ha pane…”, ma: “Dove lo metterò?”.  

 

18“Farò così – disse –: demolirò i miei magazzini e ne costruirò altri più grandi e vi raccoglierò tutto il grano e i miei beni.

FARO’ COSI’=i ricchi devono pensare e preoccuparsi un sacco per tenere tutto il “di più”: banche, investimenti, beni mobili e immobili, ecc. È una grande preoccupazione tenersi il di più!

RACCOGLIERO’ TUTTO IL GRANO E I MIEI BENI=tutto gira attorno lì: i beni.  

 

19Poi dirò a me stesso: Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni; ripòsati, mangia, bevi e divèrtiti!”.

ANIMA MIA… RIPOSATI, MANGIA, BEVI, DIVERTITI=lett.: “Dirò alla mia anima (psiché): anima (psichè) mia…”. Nel versetto 12,20: Ti sarà richiesta la tua vita (psichè)”. La psiché è la vita, soprattutto la vita interiore, quella animata da una passione da uno spirito, da qualcosa.

Cosa ci dice Lc? Che i beni ti tolgono l’anima, ti rendono vuoto, povero dentro, ti svuotano di ciò che è veramente vitale: amore, condivisione, vitalità, energia, compassione.

È un peccato riposare, mangiare o divertirsi? No! Il problema è che lui pensa solo a sé: degli altri se ne stra-frega! Non lo sfiora minimamente un cenno di solidarietà o di condivisione.

 

20Ma Dio gli disse: “Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato, di chi sarà?”.

STOLTO=“stolto” (afron), vuol dire “Scemo, stupido, stolto”, in senso forte. Stolto è un termine troppo leggero! È un’espressione forte, che noi non useremo ma che Gesù non teme di usare.

Ma… perché il ricco è scemo? Perché pensa che tutto sia suo. Pensa che le cose siano sue! Pensa che le persone siano sue! Pensa di possedere delle cose, dei beni. Ma cos’è che possiede? Nulla, neppure la sua vita, visto che gli viene richiesta. È stolto perché vive nell’irrealtà: nulla è suo! Sono proprio i ragionamenti di uno scemo! A Napoli dicono che il ricco è come il porco: è buono soltanto dopo morto.

 

QUESTA NOTTE STESSA TI SARA’ RICHIESTA LA TUA VITA=questa sentenza, per noi è difficile capirlo, è sconvolgente. Teniamo presente che, al tempo di Gesù, il ricco si considerava una persona che era benedetta da Dio, mentre il povero era persona punita. Quindi, qui, Gesù sconvolge la mentalità del tempo.

E TUTTO QUELLO CHE HAI PREPARATO, DI CHI SARA’?=ecco la stupidità del ricco: non può godere di tutto quello che ha! Questi avari che hanno ammassato tutto per sé poi, tutto quello che hanno curato con tanta parsimonia, con tanta tenerezza, alla loro morte normalmente viene dilapidato dagli eredi, che si scanneranno a vicenda per ottenere un qualcosa di più.

 

21Così è di chi accumula tesori per sé e non si arricchisce presso Dio».

COSI’ È DI CHI ACCUMULA TESORI PER SÉ E NON SI ARRICCHISCE PRESSO DIO=qual è l’arricchimento presso Dio? Come si è arricchito Gesù? Si è arricchito scendendo dal mondo celeste e donandosi tutto a noi.

La ricchezza vera, nei vangeli, è donare: si possiede solo ciò che si può donare! Il resto ci possiede! S. Paolo negli Atti degli Apostoli dice: “Vi è più gioia nel dare che nel ricevere” (At 20,35).

 

Gesù non sopporta i ricchi perché i ricchi non sono liberi, sono posseduti. Gesù vuole al suo seguito solo persone libere: i ricchi, invece, non sono liberi perché sono degli illusi. Loro credono di possedere dei beni, non è vero che li possiedono! Sono i beni che possiedono i ricchi.

Credono di valere perché hanno soldi, belle donne, belle auto, una bella famiglia, si possono permettere la vacanza di qua o di là, l’uscita in barca o la scuola d’élite, il vestito di marca o frequentano la gente altolocata. Ma in realtà sono le cose che possiedono loro: senza di essere sarebbero niente. Per questo si attaccano alle cose in maniera terribile e non se ne possono staccare.

Il ricco pensa di possedere le cose ma in realtà sono le cose che lo possiedono.

 

Gesù ha guarito i lebbrosi e gli indemoniati, anche quelli in preda a una moltitudine di demoni; ha resuscitato i morti… la vista ai ciechi… camminare i paralitici… guarito perfino a distanza.

Ma con chi ha fatto l’unico fiasco? Con il giovane ricco. Non c’è stato verso; ci ha provato, ci ha tentato, ce l’ha messa tutta, lo ha amato con tutto il suo amore, ma non ha potuto niente.

Il ricco, cioè l’uomo posseduto, per Gesù è la sfiga più grande che un uomo può avere. Per questo dovrà dire: “Beati i poveri…”. È necessario essere poveri perché se sei ricco (=posseduto) non puoi, è impossibile per te seguire Gesù. “E più facile per un cammello passare per la cruna di un ago che per un ricco entrare nel regno di Dio” (Lc 18,15): cioè è impossibile.

Il ricco è tale perché non è generoso; se fosse generoso non sarebbe più ricco.

Per il Vangelo ciò che dà valore alla persona è la generosità. La spiritualità di Gesù è molto pratica: “Dove si mangia in due, si mangia anche in tre”; è una spiritualità che ci immerge nei bisogni e nelle sofferenze delle persone.

 

Cosa vuol dire questa parabola? La vera ricchezza è dentro. “L’esterno non aumenta neanche di un grammo la tua felicità”.

Gesù infatti non dice a quest’uomo: “Tu hai ragione e tuo fratello ha torto”. Dice: “Tu, tuo fratello e tutti quelli che confidano solo nelle ricchezze perderanno la vita... l’anima... la parte feconda, creativa, vera della vita”.

La parabola potrebbe sembrare quasi una maledizione di Dio: “Tu hai accumulato tanto, ma io ti tolgo tutto”.

Sembra che Dio se la rida di noi, che ci prenda in giro. Ma la parabola non vuole dire questo. La parabola è una semplice constatazione: “Per chi vive così finirà così, sappilo”, dice Gesù.

Se non ti curi della tua anima, del tuo cuore, dello spirito, della preghiera, di essere in armonia con te, di essere in pace con te, di riconciliarti con i tuoi mostri, di affrontare le tue paure, questa è la fine. Lo sai, quindi, non ti lamentare.

Certe persone dicono: “Padre sono vuoto… mi sento solo… sono così solo… così insicuro… così depresso… così triste… non provo più niente per nessuno… non mi sento più vivo… sento la morte dentro”.

Bisogna dirgli: “Te lo sei voluto, non ti lamentare tanto. Hai lasciato morire la tua anima… non te ne sei mai preso cura… hai pensato solo all’esterno… e adesso ti lamenti? Ma come potevi pensare che non succedesse che così?”.

Mi hanno regalato una pianta. Mi sono dimenticato di darle acqua per molto tempo ed è morta. Allora ho iniziato a pensare che cosa potesse essere stato: qualche animale... il troppo caldo... la terra non buona... o non era semplicemente che non me ne ero preso cura? Forse era inutile trovare scusanti, giustificazioni o fare la vittima. Perché lamentarsi, cosa potevo pretendere?

Le persone si lamentano a volte che il loro matrimonio è fallito… che non c’è più amore, che non ci si capisce più, che i figli sono così, ribelli, degeneri, che sono nervosi e nevrotici, che sono infelici, ma a ben pensarci cosa pretendere? Poteva finire diversamente?

Un ragazzo mi ha detto: “Sapessi che triste che sono: sono stato bocciato!”. Gli chiedo: “Ma hai studiato?”. “No”, mi dice. “E allora cosa ti aspettavi? Non poteva che finire così, ovvio!”.

Ti sei preso cura della tua anima? Del tuo mondo interiore o lo hai lasciato morire?

 

Il senso di irrealtà col tempo.

L’uomo del vangelo vive un terribile senso di irrealtà con il tempo. Ascoltate le sue parole: “Che farò... farò così... demolirò... costruirò... vi raccoglierò…”. Ma dove vive? Vive, accumula, pensa, progetta, per il domani.

Parla sempre al futuro, parla come se dovesse vivere per sempre: “Che farò... farò così... demolirò... costruirò... vi raccoglierò...”. Ma dove vive? Ma dove vivi?

Quante persone vivono per lavorare, per mettere da parte, per i figli, per avere un futuro, per quando potranno permettersi di essere felici, per quando i figli saranno grandi, per quando avranno tempo.

Anche quell’uomo si diceva: “Eh sì, verrà un giorno dove mi riposerò, mangerò, mi darò alla pazza gioia”.

Ma qual è la realtà? La realtà è che ciò che hai perso, lo hai perso per sempre. Ciò che è andato è andato e non torna più.

Ciò che non hai gustato, non lo potrai fare più. Se non gusti, assapori oggi, se non sei capace di farlo adesso perché dovresti farlo domani? Mi è difficile pensare che domani farai quello che oggi non sei in grado di fare. Perché dovresti farlo domani se oggi non sei capace di farlo? Se oggi non te lo permetti?

 

Le persone vivono con un senso di irrealtà del tempo terribile. Vivono come se ci fossero per sempre, come se ci fosse un’altra vita, un’altra possibilità, una vita di scorta.

Ma bisogna dirglielo, anche se è un ceffone terribile all’inizio. Nelle auto c’è la ruota di scorta e ai videogame, finita una partita, ne fai un’altra. Ma di vite ce n’è solo una e quando questa è passata, è passata. Non c’è una seconda possibilità, non c’è come a scuola l’esame di riparazione o i corsi di recupero. Cosa aspetti a vivere?

Molte persone stanno sul bordo della piscina (e della vita) tutta la vita. Vorrebbero tuffarsi, ma per sicurezza, non lo fanno mai. Così si muore senza aver vissuto.

La vita non è domani, è adesso. Ciò che non ami, che non vivi, che non senti, che non gusti adesso, non lo potrai fare mai più, perché il domani non sarà mai più come l’oggi.

 

Un giovane e una ragazza sono appoggiati al parapetto di una nave lussuosa. Si tengono teneramente abbracciati. Si sono appena sposati e questa crociera è la loro luna di miele. Stanno parlando del loro presente pieno di amore e del loro futuro che appare così roseo. Il giovane dice: “Il mio lavoro ha ottime prospettive e potremo presto trasferirci in una casa più grande. Fra otto-dieci anni potrò proprio mettermi in proprio. Vedrai che felici che saremo”. La giovane sposa continua: “Sì, e i nostri bambini potranno frequentare le scuole migliori e crescere nella serenità”. Si baciano e se ne vanno. Su di un salvagente, legato al parapetto si può vedere il nome della nave: Titanic.

L’ex giornalista e commentatore televisivo John Chancellor si preparava a godersi la meritata pensione, quando fu colpito da un tumore allo stomaco. Con la malattia arrivarono i soliti sensi di colpa: “Ho fumato, bevuto e fatto altre cose che non dovevo fare. Mi sono preoccupato abbastanza della mia salute? Nella mia famiglia c’erano mai stati casi di cancro? Perché a me?”. “Il cancro” dice “ci ricorda che siamo legati ad un guinzaglio corto, molto corto. Come ho letto da qualche parte: volete far ridere Dio? Parlategli dei vostri progetti”.

 

Il senso di irrealtà con lo spazio.

E poi il senso di irrealtà è dato dal rapporto con lo spazio: il suo problema è in-grandirsi, costruire altri granai, farli più grande, arricchirsi di più, in una parola diventare più grande.

Ma farsi più grandi di case, di soldi, di beni, è assolutamente irrilevante per l’anima. Ci si fa grandi fuori proprio perché dentro si è piccoli. Altrimenti non ce ne sarebbe bisogno!

C’è chi si ingrandisce ottenendo: “Quando avrò quella cosa, allora si che sarò qualcuno (=grande)”. Allora c’è chi dice: quando possiederò quella donna allora sì che sarò un uomo... quando avrò quella casa allora sì che me la potrò godere... quando sarò sposato allora sì che sarò diverso oppure lui sarà diverso… quando i figli saranno grandi allora sì che non avrò più queste preoccupazioni... quando sarò potente, laureato allora sì che sarò rispettato… quando avrò risolto tutti i miei problemi allora sì che starò bene…”.

La gente si attacca a delle cose da raggiungere: “Devo essere così... devo raggiungere questo... devo arrivare lì, altrimenti...” e così lotta... combatte... spende... il proprio tempo e la raggiunge anche, ma l’amara sorpresa è che non basta, che arrivati non si sa che farsene di quella cosa lì, che ce n’è un‘altra di più grande da raggiungere... che c’è qualcuno che è più in là di noi.

Allora ce la si racconta: “Questa l’ho raggiunta ma sono sicuro che quando raggiungerò quell’altra allora sì che basterà, che sarò a posto, che sarò felice” (lo si aveva detto anche prima questo!) e si torna a correre.

Questo perché le persone credono ancora che vi sia un tesoro, una cosa, che magicamente faccia felici e risolva tutti i loro problemi (fare un figlio… farsi la casa… trovare il lavoro… il partner giusto…) e non si accorgono che stanno facendo dipendere la propria vita dall’esterno.

In realtà nessuno ci può far felici se io dentro non sono felice. Che vuol dire: che l’esterno dipende dall’interno e non viceversa.

 

La sua grandiosità non è data da sé ma da quello che ha. Lui guarda i suoi campi: “Guarda cosa possiedo!”. Lui guarda i suoi granai: “Guarda cosa mi posso permettere”. Lui si sente grande perché i suoi granai sono grandi, il suo conto in banca è ricco, la sua posizione sociale lo “rende grande”. Ma essere grandiosi non è affatto essere sicuri. Il grandioso si sente grande per quello che ha (e quindi vi si attacca): lui ha bisogno di sentirsi qualcuno, grande, potente, più degli altri.

Il sicuro invece è fonda la sua grandezza su di sé: è sicuro di ciò che prova; sa dare un nome a ciò che vive; sa dire di sì e dire di no (=è re, cioè, sulla sua vita), porre confini e limiti; non si sente più degli altri e non si sente meno degli altri; sa apprezzarsi e mettere in luce i suoi talenti e le sue doti; è innamorato di sé; se ha qualcosa è felice ma se la perde non si dispera.

L’uomo del vangelo, invece, fonda la sua grandezza sulle cose. Si sente qualcuno perché ha tante cose. Il che, ovviamente vuol dire che senza di tutto questo sarebbe niente, piccolo piccolo.

 

La vera realtà invece è che io sono il mio tesoro. Niente di esterno mi farà sentire importante se io non mi sento importante; nulla mi farà sentire sicuro se io non sento di poter confidare su di me; nessun amore mi farà sentire amabile se io mi sento uno schifo; nessun Dio mi farà sentire vivo se io non riesco a dar spazio alle mie emozioni.

Questa è la differenza tra chi tesorizza per sé (continua ad ammassare tesori esterni) e chi tesorizza davanti a Dio (io sono il mio tesoro, la mia anima, Lui in me).

Quante persone dicono: “Senza di te non posso vivere”. Quando un adulto dice: “Tu sei la mia vita” vuol dire che lui ha perso la sua vita. Quando un adulto dice: “Senza di te non posso vivere”, vuol dire che è un parassita. Quando un adulto dice: “Tu sei tutto per me” vuol dire che lui si sente niente. Quando un adulto dice: “Solo lui (lei) mi fa sentire bello e importante”, vuol dire che lui non lo sente.

Se aspetti che qualcosa di fuori ti faccia felice, non sarai mai felice.

 

Un signore mi ha confidato che grazie alla sua azienda guadagna mensilmente 20-25.000 euro. Quando c’è stato il cambio lira-euro lui era davvero angosciato “perché adesso non si può più vivere”. Tutto è relativo!

Un altro possiede una catena di alberghi. Un giorno mi ha detto: “Sì, è vero, padre, ho molti soldi, posso permettermi quasi tutto”. Poi abbiamo parlato del più e del meno, e gli dico: quando vai in vacanza?”. “Ah, non me lo posso permettere padre, devo lavorare”. “E tu ti definisci ricco? Sarai ricco di soldi ma povero di tempo, di gioia, di vita”.

Una coppia senza figli ha fatto sacrifici enormi, ha speso tutta la vita per mettersi da parte un piccolo gruzzolo. Sapete poi cos’è successo: sono morti!

 

Un ricco industriale del nord rimase inorridito trovando il pescatore del sud pigramente sdraiato accanto alla sua barca a fumare la pipa. “Perché non sei in mare a pescare?”, gli chiese l’industriale. “Perché ho preso abbastanza pesce per oggi”, disse il pescatore. “Perché non prendi dell’altro?”, gli disse l’industriale. “E cosa mi servirebbe?”, gli domandò il pescatore. “Potresti guadagnare più soldi, dotare la barca di un motore, spingerti in acque più profonde e prendere più pesce. Allora avresti abbastanza soldi per comprare reti di nylon e queste ti frutterebbero più pesce e più soldi. Ben presto avresti abbastanza denaro per possedere due barche… magari un’intera flotta di barche. Allora saresti un uomo ricco come me”. “E a cosa mi servirebbe tutto ciò?”. “Allora potresti sederti e goderti la vita”, rispose l’industriale. “E cosa pensi che stia facendo in questo preciso momento”, disse il pescatore soddisfatto.

 

Quante persone non vanno mai in ferie perché non hanno tempo… Quante persone mai hanno fatto silenzio e mai hanno guardato negli occhi chi amavano o i loro figli… Quante persone non si accarezzano mai o non si abbracciano mai… Quante persone mai si dicono: “Ti voglio bene… ti amo… sei importante per me… sono felice che tu ci sia… sei una bella persona… grazie… ti stimo…”. Quante persone neppure festeggiano i compleanni o i loro successi. Quante persone non si ascoltano o non si fermano a guardare il sole che scende… gli alberi… un gatto… il sole… i giochi dei bambini o ad ascoltare le voci degli uccelli o delle persone…

Pensano a cercare… a raggiungere la felicità e non sanno che la felicità è già qui. Basta solo avere il coraggio di fermarsi e di sentire.

 

Il Vangelo non è per i ricchi e i ricchi non sono per il Vangelo

Questo vangelo è davvero scomodo per i ricchi. Se c’è un dato incontrovertibile, ci piaccia o no, è che Gesù non tollera i ricchi.

Qui c’è questo vangelo ma pensate all’episodio del ricco e del povero Lazzaro. Il ricco di quell’episodio non è cattivo, è solo insensibile. Il poveraccio di Lazzaro che gli muore davanti casa, lui manco lo vede. È così in preda alla sua paura, al suo terrore che gli manchi qualcosa, che lascia morire Lazzaro, la sua parte sensibile.

Ma cosa succede se tu lasci morire la tua parte sensibile? Cosa succede se tu smetti di sentire? Cosa succede se tu non ti lasci più “toccare”, sconvolgere, mettere in discussione da ciò che hai davanti? Finisce che tu stesso finisci all’inferno, all’inferno di questa vita.

Non so se di là ci sia l’inferno ma sicuramente di qua sì: l’inferno ti accade quando smetti di sentire, cioè di vivere, di emozionarti, di piangere, di amare, di provare misericordia e tenerezza. In sostanza sei un morto vivente. Per questo Gesù non sopportava i ricchi: perché sono dei morti viventi, dei zombi, che hanno così tanta paura da lasciarsi possedere dalle cose, dai ruoli e dalle maschere che si sono costruite.

Rabbì, che cosa pensi del denaro?”, chiese un giovane al maestro. “Guarda dalla finestra”, disse il maestro. “Che cosa vedi?”. “Vedo una donna con un bambino, una carrozza trainata da due cavalli e un contadino che va al mercato”. “Bene. E adesso guarda allo specchio. Che cosa vedi?”. “Che cosa vuoi che veda rabbì? Me stesso, naturalmente”. “Ora pensa: la finestra è fatta di vetro e anche lo specchio è fatto di vetro. Basta un sottilissimo strato d’argento sul vetro e l’uomo vede solo sé stesso”.

Stai attento perché è un attimo! Basta davvero poco per non vedere più nulla se non che se stessi!

  

Non si può essere liberi se non si ha coraggio.