Domenica 19 gennaio 2020 
Dal Vangelo secondo Giovanni 1,29-34

In quel tempo, Giovanni, vedendo Gesù venire verso di lui, disse: «Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo! Egli è colui del quale ho detto: “Dopo di me viene un uomo che è avanti a me, perché era prima di me”. Io non lo conoscevo, ma sono venuto a battezzare nell’acqua, perché egli fosse manifestato a Israele».
Giovanni testimoniò dicendo: «Ho contemplato lo Spirito discendere come una colomba dal cielo e rimanere su di lui. Io non lo conoscevo, ma proprio colui che mi ha inviato a battezzare nell’acqua mi disse: “Colui sul quale vedrai discendere e rimanere lo Spirito, è lui che battezza nello Spirito Santo”. E io ho visto e ho testimoniato che questi è il Figlio di Dio».

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29 IL GIORNO DOPO, VEDENDO GESÙ VENIRE VERSO DI LUI, DISSE: «ECCO L’AGNELLO DI DIO, COLUI CHE TOGLIE IL PECCATO DEL MONDO!

IL GIORNO DOPO=qui in Gv 1,29 si dice il “giorno dopo” (quindi questo è il secondo giorno): cos’è successo il giorno prima? E’ successo che Giovanni Battista ha espressamente detto a tutti che Lui non è il Messia, che Lui non è lo sposo (“io non sono degno di sciogliere il legaccio del sandalo”=colui che scioglie il sandalo è lo sposo legittimo nel rito del Levirato).

Poi in Gv 1,35 si parla di un terzo giorno quando si dice: “Il giorno dopo”. Poi c’è in Gv 1,43 un quarto giorno: “Il giorno dopo”. E poi, infine, si chiude la settimana: “Tre giorni dopo” (Gv 2,1), quindi sette giorni.

Ma cos’era accaduto in sette giorni? La Creazione del mondo (Gen 1). Allora Gv, dopo il prologo, annuncia la Nuova Creazione del mondo. E la nuova creazione è un matrimonio tra Dio (lo sposo di Cana) e l’umanità (la sposa). In questa nuova creazione, non più come nella prima (le 6 giare di pietra per la purificazione), il vino (l’amore) non finirà mai e sarà sempre abbondante.

La prima creazione stabiliva che cosa l’uomo doveva fare per Dio: sacrifici, preghiere, digiuni, Dieci Comandamenti, ecc. La direzione era dall’uomo a Dio. La seconda e definitiva creazione stabilisce che cosa Dio fa per l’uomo: lo ama sempre (tempo) e del tutto (spazio).

 

VEDENDO GESÙ VENIRE VERSO DI LUI=non si tratta tanto di un dato storico: infatti, perché il giorno prima il Battista non annuncia chiaramente che Gesù è il Messia? Qui si manifesta una verità teologica: c’è stato un tempo in cui neppure il Battista sapeva chi era il Messia (non sapeva che era Gesù!) e un tempo in cui “ha visto” chiaramente che il Messia era Gesù.

 

ECCO L’AGNELLO DI DIO=per spiegare quest’immagine dobbiamo capire che era un’immagine, a quel tempo, con significati molto diversi e per questo è stata interpretata in svariati e anche opposti modi.

Come faccio sapere qual è il modo di interpretazione esatto, quello che aveva in testa l’Evangelista? Devo guardare a tutto il vangelo e qui trovo che ritorna sempre l’immagine pasquale e non le altre! Ecco l’immagine di riferimento dell’evangelista.

Ma guardiamo le varie simbologie.

 

  1. Gli ebrei, ad esempio, erano un popolo nomade, allevatori di bestiame; conoscevano bene agnelli, pecore e caproni tanto da avere un Salmo che dice: “Il Signore è il mio pastore” (Sal 22).

 

  1. Poi gli ebrei conoscevano il capro espiatorio: c’era un giorno, il giorno dell’Espiazione (Yom Kippur), in cui veniva preso un capro e sul quale venivano caricate simbolicamente tutte le colpe del popolo. Poi veniva mandato a morire nel deserto. Da questo fatto è nata l’espressione “il capro espiatorio”: la persona che prende su di sé tutte le colpe degli altri, le colpe non sue.

Ricordo un nostro compagno di scuola, veramente discolo e vivace. Ogni volta che succedeva qualcosa le professoresse dicevano: “Antonio sei stato tu, vero?”. Cioè: “Non ti abbiamo visto ma sappiamo che sei stato tu”. Qualche volta capitava pure che lui non centrasse, ma per le professoresse era sempre colpa sua e veniva punito ogni volta. E questo rinforzava il suo atteggiamento: “Io me le prendo anche quando non c’entro niente. Tanto vale farle!”.

Il capro espiatorio è una forma primitiva per liberarsi dalle proprie colpe. Tutti i popoli in ogni tempo hanno fatto i sacrifici per liberarsi dalle proprie colpe. Sacrifico qualcosa di caro, d’importante, perché Dio abbia misericordia e perdoni i miei errori e sbagli. Dio è pericoloso; io ho fatto qualcosa che non gli piace; e mi tolgo qualcosa di caro, sacrifico qualcosa di importante per chiedergli scusa e perdono. Ma che Dio è un Dio così? Come fa a dirsi “Amore” un Dio così? Un Dio così è una sanguisuga!

 

  1. Ma soprattutto gli ebrei conoscevano il famoso episodio di Abramo che immolò al posto del figlio un agnello. Al tempo di Abramo (abbiamo attestazioni nella Bibbia) si immolavano ancora uomini! Nell’Islam, alla fine del Ramadan, ancor oggi, si immola un agnello proprio a ricordare il sacrificio di Abramo.

All’inizio il senso era anche qui sacrificale; poi si è trasformato nel “dolore” necessario per poter crescere. Infatti, in questo episodio, c’è un senso sacrificale ma non: “Mi tolgo qualcosa per far contento Dio”, piuttosto: “Per crescere, per imparare ad amare, per diventare me, devo necessariamente perdere qualcosa”. E perdere per tutti è doloroso! Perdere, fa male a tutti! Ma è la vita!

Cos’era successo? Abramo aveva un figlio, Ismaele, dalla schiava Agar (Gen16) ma non da sua moglie Sara. A 99 anni Dio conclude con Abramo un’alleanza (il segno è la circoncisione) e annuncia ad Abramo che sarà padre di una moltitudine di popoli (Gen 17, 5). Ma Abramo (e lo possiamo capire!) obietta: “Ma ad uno che ha 100 anni può nascere un figlio? E Sara all’età di 90 anni potrà partorire?” (Gen 17,17). Nonostante l’incredulità di Abramo, lui (e tutto il suo popolo) accetta l’alleanza e si fa circoncidere. Dio mantiene la promessa e quando Abramo ha 100 anni, sua moglie Sara gli partorisce un figlio: Isacco. Nel frattempo Ismaele e la schiava Agar erano stati allontanati (Gen 21). Allora: Abramo a 100 anni ha un figlio. Isacco è la cosa più cara che ha; è la cosa più preziosa che ha. È un ebreo, e per un ebreo la discendenza, un figlio, è la cosa più importante che ci sia. La discendenza=vivo in te anche se io un giorno morirò. Isacco è, per Abramo, tutto.

Ma cosa succede? Succede che un giorno, Dio dice ad Abramo: “Abramo, Abramo, prendi tuo figlio (e sottolinea) il tuo unico figlio che ami, Isacco, e offrilo in olocausto”. E Abramo: “Ma come? Ho un unico figlio, avuto a 100 anni, per miracolo e tu mi chiedi di sacrificarlo?”. Abramo non capisce più niente: è chiaro. È chiaro che ha un sacco di aspettative su di lui, di pretese, di speranze: il suo agnello sarà sacrificarli all’altare di Dio perché dovrà imparare ad amare suo figlio perché “figlio” e non perché “suo”. E, infatti, invece del figlio, verrà sacrificato l’agnello (=c’è qualcosa a cui bisogna rinunciare): per avere vivo quel figlio deve sacrificare l’agnello (=essere ferito), cioè dovrà rinunciare alle pretese e alle aspettative su di lui.

L’agnello, allora, è il sacrificio, cioè il dolore (l’agnello=simbolo della vulnerabilità, della debolezza) che devo pagare, soffrire, per crescere, per evolvere, per diventare spirituale.

È da tanti anni che hai un amico: siete l’uno il confidente dell’altro. Ma ad un certo punto lui trova un altro come suo riferimento. Tu ci soffri e inizi a dire: “Ma come? Ma se si è sempre confidato con me? Non è giusto! Perché preferisce un altro a me? Gli ho fatto qualcosa, forse?”. È l’agnello, il prezzo dell’amore: “No, non gli hai fatto niente, forse. L’amore è libertà”. Lo stai imparando e “l’agnello” è il tuo dolore.

Siete un gruppo di amici: da tanto tempo sostenete economicamente una famiglia in difficoltà. Adesso tutti si tolgono perché è crisi per tutti. Tu ti dici: “Ma devo farlo solo io?”. È l’agnello: la sofferenza di portare avanti una decisione mentre altri non ci credono.

Hai sempre avuto paura di fare una scelta controcorrente… l’agnello è il prezzo della libertà.

Hai sempre temuto di dire di no agli altri per non farli soffrire… l’agnello è il prezzo dell’autonomia.

Hai sempre voluto pianificare e decidere tutto… l’agnello è il prezzo della fede.

Nel mondo dello spirito: ciò che è più grande (l’amore) richiede il prezzo più grande (l’agnello del sacrificio). Ma ciò che richiede il prezzo più grande (l’amore libero) dona la felicità e la pace più grande.

 

  1. Al tempio di Gerusalemme veniva ogni giorno, alle 3 del pomeriggio, sacrificato un agnello in espiazione dei peccati: “Abbiamo peccato, ti offriamo questo agnello, in espiazione”. Gli ebrei come quasi tutti i popoli antichi avevano questa concezione: ogni peccato dev’essere espiato. O tu o tuo figlio o un tuo discendente o qualcun altro (capro espiatorio) deve pagare l’errore. Tu hai sbagliato: qualcuno deve pagare per lo sbaglio. La concezione “occhio per occhio, dente per dente” si rifà proprio a quest’idea: hai sbagliato devi pagare almeno altrettanto. Questa concezione è passata anche nella nostra religione. La concezione degli ebrei era: “Chi sbaglia paga”. Si diceva più o meno così: “L’uomo con i suoi peccati ha offeso Dio; l’uomo non può da solo riparare l’offesa infinita fatta a Dio; il Figlio di Dio garantisce questa riparazione infinita”. Gesù Cristo, allora, è morto per espiare i nostri peccati, è morto per noi, è morto per riparare il nostro errore. Ma che Dio è il Dio che manda a morire suo figlio per riparare le nostre colpe?

Agnello, in ebraico, si dice con la parola “taljah” che vuol dire sia “agnello” che “servo”. Probabilmente Giovanni Battista intendeva non tanto l’agnello ma il servo di Dio quando parlava di Gesù. Ma nel tempo i cristiani lessero quella parola “taljah” come agnello. D’altronde non era forse vero che la sentenza di morte di Gesù era stata pronunciata il 14 di Nisan, verso mezzogiorno, proprio nell’ora in cui sgozzavano gli agnelli? Gesù quindi è il nuovo, ultimo e definitivo agnello, che toglie il peccato dal mondo.

Allora: con la sua morte Gesù ci ha tolto dalla paura della morte, del buio e delle tenebre e ci ha detto: “Del Padre, tu puoi fidarti. Tranquillo, tutto finirà bene, molto bene, molto, molto bene!”. In questo senso Gesù è l’ultimo sacrificio perché dopo di Lui non bisognerà sacrificare più nulla a Dio: “Se sbagli, adesso Dio ti perdona, sempre”.

 

  1. L’agnello è poi legato alla Pasqua. E questo è il simbolismo da prendere. Ogni anno un buon ebreo celebra la Pasqua: si mangia l’agnello in ricordo della liberazione dall’Egitto quando il sangue dell’agnello, segno di liberazione dalla morte, fu utilizzato per segnare gli stipiti delle porte in modo che l’angelo della morte “tirasse dritto”, cosa che fece con i primogeniti degli Egiziani.

Quindi agnello vuol dire vita: la carne per avere la forza di camminare verso la libertà (e indica un cammino di liberazione) e il sangue che libera dalla morte (e che riporta alla vita). Il Battista vede in Gesù quest’agnello. Il vangelo di Gv è pieno di riferimenti di Gesù come agnello: ma non si tratta dell’agnello che veniva sgozzato ogni giorno al tempio per espiare i peccati delle persone, per “tenere buono” Dio, ma l’agnello pasquale che è Vita.

Quindi, quando si dice che Gesù è l’agnello di Dio - e noi lo diciamo ogni domenica – si dice: “Io sono la tua forza che ti permette di uscire dalle tue schiavitù; io sono il tuo coraggio che porta la luce nelle tenebre della tua vita e nei tuoi ricordi dolorosi; io sono la tua energia per fare quello che devi fare e scegliere quello che devi scegliere; io sono quella carne che ti fa andare avanti.

Io sono quel sangue che toglie dalla morte, dalla solitudine, dalla paura dell’abbandono; io sono quella passione che ti fa sentire vivo, amato, voluto, importante per questo mondo; io sono quel fuoco che brucia dentro di te e ti fa sentire “vivo”, caldo; io sono quell’antidoto a tutto ciò che è mortale perché io sono la Vita!”.

Per questo il sacerdote (e in realtà dovrebbe essere la stessa cosa per ciascuno di noi: non lo si fa solamente per ragioni di praticità) mangia la carne e beve il sangue. E’ ovvio che non mangia nessuna carne e che – per fortuna – non beve nessun sangue!: è il simbolismo che conta. Quella è la forza per vivere (carne) e il fuoco (sangue) che scorre dentro e che ti fa vivere.

Allora se Gesù è questo, non è il peccato, l’errore o lo sbaglio, che esclude da Lui: si va da Lui non perché si è puri, ma perché Lui ci dia la Forza e la Vita di cui abbiamo bisogno. Lui viene per nutrirci; Lui viene per farci vivere; Lui viene per liberarci; Lui viene per darci ciò che a noi manca: questo è Lui, questa è la sua missione.

Nessuno, quindi, dev’esserne escluso, perché escludere qualcuno, qualunque cosa abbia fatto, è andare contro l’essere e la missione di Gesù. Questo sì che è l’unico e vero peccato: andare contro Gesù e condannare qualcuno a stare senza l’alimento e il nutrimento dell’anima.

Dio è quest’agnello. Il nostro peccato è il limite, la paura, i blocchi e i condizionamenti. Allora Lui, come una Grande madre, Buono come un Agnello, ci prende per mano perché noi possiamo affrontare tutto questo. Dio si è mostrato al mondo come bambino perché voleva che non avessimo paura di Lui. Se voleva che lo temessimo si sarebbe mostrato forte e potente. Ma che può farti un bambino? Dio è come un agnello, come una madre; è l’Agnello, la Madre che ci ama infinitamente. E se qualche volta ci mette alle strette, ci da una tirata d’orecchie o è fermo con noi: “Stop… adesso basta… smettila… si cambia… no… sì… alzati… vieni fuori… esci… stai zitto…”, è solo perché ci vuole bene e perché vuole che diventiamo grandi… adulti… e soprattutto felici.

 

C’è una storia andina che dice che una feroce banda di predoni scesero dalle vette delle Ande, attaccarono il villaggio, portarono via tutte le ricchezze e anche un bambino. La gente del villaggio fece una squadra per andarsi a riprendere il bambino, ma era gente della pianura e non ne sapeva niente delle alte vette delle Ande. Ci provarono lo stesso: scelsero i migliori uomini e provarono a scalare le montagne. Ma non ci fu verso: dopo giorni e giorni erano ancora bloccati lì.

Ma rimasero tutti sbigottiti: la madre del bimbo era salita fino lassù, aveva – non si sa come – preso il bambino ed era tornata giù. Allora le chiesero: “Ma come hai fatto tu? Noi, in tanti, uomini forti e vigorosi, non siamo riusciti e tu sì?”. E lei: “Non era vostro figlio!”. Dio è come quella madre.

 

COLUI CHE TOGLIE IL PECCATO DEL MONDO=amartian è peccato, al singolare con l’articolo “il” peccato, cioè quell’unico grande peccato che comprende tutti gli altri, da cui tutti derivano. Quindi qui non si tratta dei peccati degli uomini (bugie, litigi, cattive azioni, ecc.), ma del peccato del mondo. Cioè un peccato che precede la venuta di Gesù e che è un ostacolo per la comunicazione tra Dio e l’umanità.

Ma qual è il peccato del mondo? Gv spiega fin dall’inizio cos’è il peccato nel prologo: “In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini; la luce splende nelle tenebre ma le tenebre non l’hanno accolta” (Gv 1,4).

Poi lo ribadirà chiarissimamente in Gv 10,10: “Io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza”. Ecco la missione di Gesù: che tutti abbiano la vita, che tutti possano vivere e sentire la profondità, la meraviglia, la gioia, la commozione, lo stupore, il vibrare dell’essere vivi.

E poi chiude pure il suo vangelo così, perché sia chiarissimo a tutti il senso del Vangelo: “Tutti questi scritti (=tutto ciò che è stato scritto prima – e queste sono le parole che chiudono il Vangelo, quindi tutto il Vangelo che precedentemente è stato scritto –) perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome” (Gv 20,31).

Andiamo con calma: “In lui era la vita”: Gesù è la Vita. Gesù ti porta a vivere veramente, non a vegetare, non a sopravvivere, non a “tirare avanti”, non ad adattarsi, ma a vivere, ad esprimerti, a prendere questo unico treno che hai che è la tua vita. Sei vivo, vivi!

E la vita era la luce degli uomini”: ciò che ti permette di vedere è la vita. Se tu dentro sei morto, cioè non hai la vita, non vedi niente! Se dentro sei morto, vedere chi è felice ti darà fastidio. Se dentro sei morto, vedere che tu puoi cambiare ti sembrerà impossibile. Se tu dentro sei morto, vedere che Dio ama anche i farabutti ti scandalizzerà. Se tu dentro sei morto, vedere la libertà che puoi vivere ti sembrerà per altri ma non per te. Se tu dentro sei morto, non vedrai nessuna strada e nessuna missione, non perché non ci sia, ma perché niente ti rianimerà, niente ti farà sussultare, niente ti farà vibrare. Ecco, quindi, il peccato: essere morti dentro!

La luce splende nelle tenebre ma le tenebre non l’hanno accolta”: la luce, che è la vita, c’è sempre, anche nelle tenebre. In ogni momento della tua vita tu puoi cambiare la tua vita. Per quanto in basso tu sia disceso, per quanto tu sia prigioniero della tua paura, la luce c’è. Sempre. Ma devi accoglierla; devi farla entrare; devi permettere alla vita che ti entri dentro e che ti rianimi.

 

L’Agnello viene per questo: per darci la Vita. “La vuoi?”. Sarebbe naturale rispondere. “Sì”, ma a volte…

Non sempre i vicini di casa sono ben accetti. I miei erano invisi ai miei genitori che mi dicevano sempre: “Non accettare niente da loro”. E io eseguivo: io non avevo motivi per dire che era gente “cattiva” ma siccome mi era stato detto così, io li consideravo così. Questa coppia non aveva figli. Per cui i figli dei loro vicini (tra cui io) erano molto ben voluti da loro. Così un giorno mi chiamarono per farmi un regalo. Sapevano che io amavo tantissimo “le macchinette” (ne avevo una supercollezione!) e me ne regalarono una di meravigliosa. “È tua, è un regalo per te”, mi dissero. Ma io dissi: “Grazie, ma non posso!”. E la lasciai lì. Che peccato! La paura (dei miei genitori) fu più forte della vita e del regalo che era per lì tutto per me.

 

30 EGLI È COLUI DEL QUALE HO DETTO: “DOPO DI ME VIENE UN UOMO CHE È AVANTI A ME, PERCHÉ ERA PRIMA DI ME”.

DOPO DI ME VIENE=in senso temporale: il Battista viene prima (quindi Gesù viene dopo) e annuncia l’arrivo di Gesù.

UN UOMO=per adesso, qui, Gesù viene presentato soltanto come un uomo. In Gv 1,35 verrà annunciato come “Figlio di Dio”.

CHE È AVANTI A ME=in senso di grandezza: Gesù è molto più grande, come importanza, del Battista.

PERCHÉ ERA PRIMA DI ME=perché Gesù da molto prima (da sempre) era designato come il vero Sposo dell’umanità.

 

31 IO NON LO CONOSCEVO, MA SONO VENUTO A BATTEZZARE NELL’ACQUA, PERCHÉ EGLI FOSSE MANIFESTATO A ISRAELE».

IO NON LO CONOSCEVO=quindi il Battista, all’inizio, come d’altronde tutti i profeti dell’A.T. che annunciavano la venuta del Messia, annuncia qualcosa che non sa ancora bene cosa sia. Il Battista dice: “Io so che sta per arrivare: non so come, non so quando, non so in che forma”. Quando poi arriva Gesù, il Battista (e lo riconoscerà nel Battesimo) dice: “Eccolo qua!”.

In Israele c’era stato un piccolo gruppo che era rimasto fedele all’alleanza e alle sue promesse. Nel libro del profeta Sofonia si legge: “Farò restare in mezzo a te un popolo umile e povero, un resto d’Israele che confiderà nel nome del Signore” (Sof 3,12). E questa promessa del Signore fatta ad Israele, con Gesù sarà rivolta a tutta l’umanità. Nonostante tutte le delusioni di secoli e secoli c’era ancora in Israele un piccolo gruppo (“resto d’Israele”) che confidava nell’avvento di un Messia di pace.

 

32 GIOVANNI TESTIMONIÒ DICENDO: «HO CONTEMPLATO LO SPIRITO DISCENDERE COME UNA COLOMBA DAL CIELO E RIMANERE SU DI LUI.

GIOVANNI TESTIMONIÒ=martireo è colui che ha visto perché ha sperimentato. In tribunale il martis è il testimone, colui che ha visto e per questo parla. Questa è la vera testimonianza: “Parlo, dico, perché ho sperimentato in prima persona. Io ho visto”.

Troppo spesso noi parliamo per sentito dire. Allora bisogna chiedere sempre alle persone: “Ma tu hai visto? Tu c’eri?”. “No, ma io ho sentito dire… tutti dicono che…”. “Tu c’eri? Tu hai visto? Hai avuto a che fare?”. “No”. “E allora!”. Il testimone in tribunale è colui che ha visto. Non colui che crede, pensa, ipotizza. È certo perché ha visto.

Tu cos’hai visto di Dio? Cos’hai visto accadere sulla tua pelle, sulla tua vita? Come puoi dire qualcosa se non hai visto nulla? Se Dio non ti ha fatto diverso, nuovo, più profondo, più libero, più vero, sanato, come puoi dire di conoscerlo? Molta gente parla di Dio ma parla a vanvera perché fa solo discorsi; in realtà non l’ha mai incontrato. Se l’hai incontrato allora Dio esiste. Altrimenti no.

 

1915: in Europa c’è la guerra e A. Schweitzer si chiede se lui (e la società del tempo) abbiano fallito. Un giorno finché è in barca ha un fremito e gli esce una voce: “Riverenza per la vita”. Da quel giorno, da quell’incontro la sua vita cambiò e non fu più la stessa. Da quel giorno lui Lo conosceva.

Qualche anno fa un uomo di 40 anni si rende conto di avere tutto ma di essere vuoto dentro, insoddisfatto. Lascia il lavoro e d’accordo con la moglie si prende due mesi di ricerca per sé e va a vivere in un convento. In quei due mesi incontra Dio. Quanto torna non è più lo stesso. Lui, adesso, lo conosce.

Una donna è malata di cancro. Una notte fa un sogno: le appare un uomo che le dice: “Vuoi vivere?”. “Sì”, dice lei. “Con questa vita non puoi che morire. Se vuoi vivere devi cambiare vita”. La donna si risveglia e cambia il proprio modo di vivere. Sei mesi dopo non aveva più neanche il cancro. Lei Lo ha incontrato.

 

La domanda: “Conosci Dio? Credi?” è una domanda mal posta. La domanda è: “Lui cos’ha fatto per te?”. Solo se lo hai visto puoi testimoniare; solo se hai visto, sai.

 

HO CONTEMPLATO LO SPIRITO=lo Spirito è l’azione di Dio. Quindi dire Spirito è dire Dio. In Gesù, quindi c’è “tutto” Dio. Non tanto Gesù è come Dio, ma Dio è come Gesù: quando tu vuoi vedere chi è Dio, guarda, vivi, come Gesù perché Lui è la pienezza di Dio. L’articolo determinativo “Lo” Spirito, indica la pienezza, la totalità, la forza di Dio, cioè l’amore, che scende totalmente in Gesù.

DISCENDERE COME UNA COLOMBA DAL CIELO=Gv non parla di battesimo ma il riferimento è chiaro.

La colomba l’abbiamo vista anche domenica scorsa. La colomba ha 2 sensi: 1. è il riferimento alla Genesi dove lo Spirito di Dio aleggiava sulle acque (Gen 1,2). Gesù, quindi, è la nuova, vera e definitiva creazione voluta da Dio. A quel tempo, infatti, la letteratura rabbinica parlava del librarsi dello Spirito di Dio sulle acque primordiali come al volteggiare di una colomba sulla sua nidiata. 2. L’altro si rifà ad un proverbio: “L’amore della colomba al suo nido”. La colomba è fedele al suo nido originario, anche se gliene venisse fatto uno di nuovo. Quindi Gesù è il nido dello Spirito, è lì dove risiede la pienezza dell’amore di Dio.

E RIMANERE SU DI LUI=ciò che è importante è che non solo lo Spirito discenda su Gesù ma che rimanga. Cosa vuol dire? L’esperienza dello Spirito è possibile a molti, ma solo colui sul quale lo spirito rimane lo può comunicare (emise lo spirito) agli altri. E questa sarà nient’altro che l’attività di Gesù: comunicare a tutti il suo Spirito, che Dio cioè è Amore.

 

33 IO NON LO CONOSCEVO, MA PROPRIO COLUI CHE MI HA INVIATO A BATTEZZARE NELL’ACQUA MI DISSE: “COLUI SUL QUALE VEDRAI DISCENDERE E RIMANERE LO SPIRITO, È LUI CHE BATTEZZA NELLO SPIRITO SANTO”.

 

COLUI CHE MI HA INVIATO A BATTEZZARE=è Dio che lo ha inviato a battezzare. E il segno era: “Colui sul quale vedrai discendere e rimanere lo Spirito”:

DISCENDERE E RIMANERE=Gv sottolinea che “lo” Spirito non solo scende ma che anche rimane.

È LUI CHE BATTEZZA NELLO SPIRITO SANTO=il peccato, che è l’essere in vita senza vita, com’è che viene estirpato? Con una lotta? No! Non con la violenza ma lasciandosi “inzuppare”.

BATTEZZARE=essere immersi. Gesù però non battezza più nell’acqua (liquido esterno all’uomo) ma nello Spirito Santo: lo Spirito è Santo perché separa dal male, dalla non vita, dal buio e dalla morte. Quindi ecco cosa fa Gesù: ti dà questa forza che da Lui viene a te per diffusione, per contagio. Se tu l’accogli, dice il prologo di Gv, diventi figlio di Dio (Gv 1,12).

Quindi il battesimo, per Gesù, come rito non è poi così importante come lo è per noi. Perché, per lui, il vero battesimo è la vita, cioè separarsi concretamente dal male.

 

34 E IO HO VISTO E HO TESTIMONIATO CHE QUESTI È IL FIGLIO DI DIO».

QUESTI E’ IL FIGLIO DI DIO=Colui che prima era stato annunciato semplicemente come un uomo (Gv 1,30), ora viene rivelato come il Figlio di Dio. In Gesù, sul quale è disceso lo Spirito di Dio, c’è la pienezza della benedizione divina e Gesù manifesta completamente la realtà di Dio.

Per due volte in questo vangelo il Battista dice: “Io non lo conoscevo” (Gv 1,31.33). Il Battista aveva delle idee sul Messia (anche lui aveva delle precomprensioni) e quando l’ha conosciuto, anche se non era come lui pensava, ha riconosciuto che Lui è il Figlio di Dio: “Non sei come ti pensavo, ma sei proprio tu!”. Per questo lo testimonia.

Il Battista, allora, non solo in Gv è capace di cambiare il proprio pregiudizio, ma conosce chi è Gesù perché lo ha incontrato. Il Battista aveva le sue idee sul Messia, ma dovrà affermare: “Io non lo conoscevo”. Pensavo che lo avrei riconosciuto in un certo modo e invece è venuto come non me l’aspettavo. È stato l’incontro con Gesù che gli ha fatto capire chi era davvero il Messia.

A volte noi abbiamo ridotto Dio a dottrine, catechismi, dogmi, regole, ma Dio è un incontro. La grande domanda: “Ma io ho l’ho mai incontrato?”. Che non è: “Cosa penso di Dio?” o “Cosa ho imparato, cosa so su Dio?”. Ma: “Io l’ho mai incontrato?”. La fede nasce da un incontro, da un’esperienza, dalla vita.

 

 

Nessuno rifiuta un regalo meraviglioso, gratuito e tanto desiderato.

Nessuno rifiuta Dio, se conosce chi è.

Chi rifiuta Dio è perché non lo conosce.

Chiama Dio qualcos’altro e rifiuta qualcos’altro con il nome “Dio”.

Di fronte a Lui, quando lo vedremo per quello che è, saremo liberi di dirgli solo: “Sì”.