LA VIA DELLA POVERTA’ E DELL’UMILTA’.

 

San Francesco insegna …

 

  1. – La via della povertà e dell’umiltà.

 

4 ottobre 1989.

San Francesco di Assisi.

 

Ti benedico, o figlia, nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.

 

Io sono il poverello di Assisi, Francesco.

Vengo a te, o figlia, perché da te chiamato. Sei tu la creatura che invocava Francesco per l’umiltà, la carità, la povertà.

Sei tu colei cui dianzi ho rivolto le brevi parole di benedizione.

Socchiudi il tuo sguardo, o figlia, e ascolta.

 

Non è da scienza umana o da umano intelletto ciò che io più innanzi di dirò, ma da Dio, solo da Dio l’unico datore di ogni bene e di ogni consolazione.

Perché tu possa intendere, sappi che laddove io giungo non c’è altro Signore, se non lui, l’Eterno, il Grande, il Potente, Buono Signore della mia vita, l’unico Eccelso Beneficatore dell’umanità.

A Lui tu rivolgi la tua preghiera, la tua lode, il tuo grazie ed ogni altro disìo, ma a Lui, a Lui fai voto e a Lui rimetti ogni tua cosa, perché da Lui ogni bene ne viene sopra ogni cosa.

La tua parola, la tua mente, il tuo cor a Lui, deh, tu volgi in ogni momento di tua vita mortale.

 

In ogni tempo e per ogni generazione Lui è stato, è e sarà lo vostro Signore (ag254), che nullo omo può dìcere chi sia Lui, se a Lui non viene per sua significazione.

Nullo ben v’è al mondo che a Lui sia paragonato, nulla disianza amica al cor dell’omo che da Lui non pigli significato.

Cor umano non è, né vi apprende altra felicità che a Dio non sia per esso rivolta.

Non turbar lo tuo cor, o figlia, ma, deh, ascolta.

 

Pria che io fussi ciò che io sono, ne li peccata umana gran parte di mia vita io trascorsi, né l’umano ben dianzi ebbi in mia cura, ma sol al gioco e a balli, danze e feste che di mia vita occupavan gran parte.

Né fu in Assisi giovin più di me al cor femmineo gradito quanto me che per li vizi mei e li capricci in niuno ostello si fan più grande. Donde e quando al mio Sommo Creator lo cor mio rivolsi a Lui, piangendo tutte le mie colpe, bene mi infranse lo mio cor e lo mio intelletto e seppi allor quando e quanto di errato fosse in mia vita mortale. Non v’è veruno smarrimento in chi si fissa (?) a li peccata umana, né distanza di altro veder, ma sol lo peccato.

Me infranse il core turbamento mortale tale e tanto che niuno desiderio più mi avvinse, ma tutti il scacciai per donarmi al sommo Ben che altri di bendonde avanza.

Fui così presto volto a quella risurrezione nella carne che altri prima di me avvinse, né più di ritornar indietro il cor mi punse, anzi cotanto ben ne trassi che lingua mortal non saprìa dir.

Quand’anche a te lo cor trapunse il Ben di cui ti parlo, o figlia, deh, non temer perch’io so quanto a Lui me avvinse. Così il farà con te, amen che di codardia non il trafigge.

Non dèi temer, morte non vince, là dove il suo Ben giunge, ché tutto il trasforma lo suo cor, tutto il riveste, tutto l’umano suo ardir. Non gli è neanco tutta sa protesta, bensì la colpa che è (ag255) negli umani vizio sì grande da far ogni cosa tremar a danno suo e de li altri.

La libertate no, codesta ei rispetta et ama. Non dunque, o figlia, dei temer per tua amistà o per niuna de li tanti tuoi amati ben che anco ti ingiunga, con i tuoi; ei li rispetta e tanto l’ama che niun mal a lor giunge, ma anzi li avanza in guida e protezion sicura che giungano allo seren loro.

 

Tu, figlia, compi lo tuo ben che è sì nobile e bello amare Gesù et con lui tucte le sue creature in spirito di grande umilitate.

 

E’ cosa benigna assai e laudevole cosa la santa umilitate, né ad essa si ingiunge se non per sospiri e preghiere e alti guai elevati a lo Dio nostro Creatore.

Nun è cosa de li mortali la sancta umilitate, che in cor mortal non è virtù sì somma. Li umani se confano con altra e più semplice cosa che è la facile contesa de li umani ben, né altro li avvince che la fine, né in altro hanno disìo sì non la speranza di arrivar a possederli tutti che li sovrasta, ei sé volgon a posseder per chi altri mai non abbia ciò che essi vogliono per i loro cor.

Braman il raggiungerli che ad essi si volgon con ogni forza e disìo. Non così a chi sé volge a lo Creator suo proprio spirito, ch’elli lo illumina e lo ingiunge a tutto l’essere per Lui trovare, Lui che è il solo, l’unico, vero grande Bene, ché al mondo nun c’è l’eguali, lu nostru Creaturi. E’ grandi, bello, possenti, benignu, né lingua murtali li pòte mintuvari senza di lui lodari.

 

Guarisciti da li mali mortali e a Lui volgiti fiduciosa in sua amistà, che sotto al cor sì apprende.

Oh, non temere, ma parla a Lui, a Lui dona, a Lui t’affida e confida lo tuo cor che seco si fece alli altrui mortali.

Speranza nuova ti toglierà dalle tue pene e ti conforterà lo tuo Signor fin a pruovar vaghezza tale che è sconosciuta a un mortale. Niuno trascende a Lui e non (ag256) si consola. Niuno lo chiama e non perdona, niuno a lui si appiglia e rimane a mani vuote. Gli è che tutto a Lui si dona lo cor e lo spirito con esso, quanti altri ma nol fece. Altro disìo nella pena non v’è per chi a Lui, a Lui sol si appiglia.

Lassate, o animi, li peccata umana e a lui correte. Lui sol è il Grande, Lui sol l’Eterno. Amen.

 

Un giorno in Assisi, mentr’io ancor vivevo ne la casa del padre mio, per curiosità o per gioco, andai nei sotterranei a visitar le stoffe che ei vi tenèa.

Vidi cose non viste mai. Uomini e donne, vecchi e fanciulli lì tutti tremanti al buio e fra li stenti venir a me incontro. Erano ignudi o coperti appen da stracci, sul capo aveva radi capelli e gialli o color cenere o nero.

Tutti a me venivano incontro lamentando lor sorte come ei, lo patre mio, li teneva lì a sorte a lavorar li stoffe, a colorar le sete, li broccati e ogni altra lana.

Niuno aiuto mortal loro era concesso, ma sol lavoro e tanto. Poco cibo e acqua e niun conforto. Là nascevano e morivano senza altra sorte che il rio crudel furore del padre mio, ivi li segregava a forza per far loro travagliare con suo grande ricavo. Mi si strinse lo cor a tanto dolore e pianto. Corsi suso dal padre mio e tanto il pregai di render libertàte a quella gente che lontan da li uomini simile a bestie umane vivèa. Niuna preghiera lui, anche me rimandò in giuso, senza altro dir se non che schiavi essi sono e lavorar dovèano (ag257).

 

Altro non vidi e tornato suso tutta la stoffa ch’ivi trovai, anco che fusse bella, la buttai giù da lo veron alto, gridando: «Guai, guai, o patre mio, a chi per l’umiltà de li altri la sua non trova, e ad altro si volge. Le fiamme de lo inferno il bruceran in eterno».

Poi, correndo lesto, tutto buttai giù dall’alto veron. Vedendo e credendo me fuor di senno, lo patre mio, prese a chiamar me per lo nome, ma visto ch’io mal rispondea se vuolse ad altri che per autorità sì tutti avanza. Il conte de la cittade me in giudizio avea chiamato, ma ricusai l’invito e solo per la via dei campi nudo e securo mi andai.

Non veste, né scarpe, né mantello, tutto il lassai ai piedi del padre mio e nudo andai verso quell’alto Ben che è a me sì vero Padre.

Lo conte inorridì a tal vista e pure lo padre mio. Ma io più indietro non tornai. Andai solingo per li campi a la radura che di me avvolgèa come in un manto.

Lo cor mio libero se beava di tale e santa umilitate, che è sì grande ne la natura tutta, serva fedele a lo unico so Creatore.

Andando innanzi trovai chi mi el donò un saio e uno stretto cordon cinsi ai miei fianchi.

Giunsi così ad essere povero et umile, così com’Ei volea, com’Ei me creato avea per suo amor (ag258).