AUTOBIOGRAFIA DI SANTA ROSALIA PALERMITANA.

 

  1. – Autobiografia di S. Rosalia.

 

9 ottobre 1989.

 

Io, Rosalia, vengo a te, o figlia e sorella mia in Cristo, Per rispondere alla tua chiamata.

Sollecita accorro e ti benedico nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.

Sono Rosalia, la santa di Dio, vergine tra le vergini.

 

Vissi in Palermo dopo che ivi mi trasferii dal feudo della Quisquina.

Il mio rifugio fu un Monte, il Pellegrino, che ora visitate come luogo del mio Santuario.

Appartenni alla famiglia di Sinibaldi, marchesi della Quisquina.

Mio padre apparteneva all’Ordine equestre dei nobili baroni di Sicilia, imparentato con la corona reale per parte di madre sua. Sì, il mio nome era Rosalilia, così mio padre mi aveva chiamata col nome di una delle contrade che allietavano i suoi possedimenti.

Non ebbi cure materne, perché rimasi orfana di madre in tenera età, ma a lei sopperì con le sue cure mio padre, che governava il feudo con perizia e giusta misura.

Quali fossero li miei compagni nell’età giovanile non seppi mai, perché rimasi chiusa in mie stanze senza altro vedere che il padre.

Nel suo ostello albergavan giovani cavalieri, prodi e valorosi, che non seppi né volli mai provar di vedere, perché m’ingiunse in core Dio una speranza cara di potere cingere il velo e diventar a Lui fedele.

Lo patre mio molte fiate a me riportava perch’io nobile e bella in sua presenza portassi gioia e letizia in sul castello. Ma io per l’eternitate mi chiusi a Dio con voto di perenne castigate.

 

«O Rosalia, giovane e bella donzella, di tua bellezza fosti circondata, pari a novello sol che ascende di su fino ai monti.

O Rosalia, guarda tuo sposo prendi lui in te senza altro conforto umano, a Lui t’avvince, a Lui t‘unisce, tu casta e pura sovra ogni altra stella».

 

Queste parole mi sussurrava di notte e di giorno lo mio Signore, che a me pensava, mentr’io a Lui me votava. Quand’ebbi così deciso di nullo omo guardare e sposare, se non l’Eterno, m’ingiunse il padre a che con lui scegliessi lo sposo mio, ch’ei tanto bramava a me far noto. Una pena il cor mi punse, né ebbi al caro padre dir nulla, ma soletta e (ag260) guardinga gli aspri sentieri di mia campagna intrapresi per ritirar lo mio cor là dove niuno venisse a me riprendere.

Nella campagna di mio padre a la Quisquina per qualche tempo dimorai, nutrendomi di miele, radici e frutti selvatici, senza altro zelo se non la preghiera che a Lui, lo miu Creaturi, mi congiungeva.

 

Giunse in quel loco un che di un santo omo che di preghiere, digiuni e penitenze avea fatta la sua vita santa.

Compresi allor che a Dio mi ero votata e così mi chiese di lui seguir in eremitaggio.

Fu così che da lì ebbi ad allontanarmi, perché in luogo più sicuro e selvaggio io dimorassi in Cristo.

Fui portata da li angeli suoi in Pellegrino, lo santo Monte che assurge ai piedi di Palermo.

Lì dimorai per tanti anni, digiunando, pregando. Lì mi protrassi in più recessi luoghi dove sola e senza alcun sospetto viver niun altro pensiero avendo se non quello di Jesu, bone et benignu, che scendeva in quel S. Monte con li angeli suoi a consolar me, sua creatura da le pene inflitte da cotale penitenza.

Fui in altro loco poi portata da sue creature angeliche, sempre per lo stesso monte in antro grande, immenso e più benigno, dove ebbi sofferenza più allietata da presenze celestiali che a me volgeano le ali.

Quando lo Sposo mio volle a me chiamar, mi vuolsi a Lui in sacro rito nuzial e cinsi la sua veste che è luminosa assai. Non ebbi più dolor, né sofferenza, ma seppi quanto grande è lo Dio Creatore che a tutte sue creature pensa e si volge.

Stai leta, sorella mia, a Lui volgi tua veste, che tua immagine si ammanti di purezza e casti pensieri, che per Lui tu digiuni in bianche vesti, che a Lui t’apparecchi, mentre tu sei sposa, a viver quaggiù, perché lassù tu abbia da Lui sua ricompensa.

 

Vero fu il sogno, vero il cacciator, vero il miracolo della peste di Palermo. Vere son l’ossa mie che il popol benigno vuolse raccogliere in urna d’argento e vetro ornata.

 

Io son Rosalia, dei Sinibaldi Marchesi di Palermo e di Quisquina (ag 261).