Domenica 29 novembre 2020

Dal vangelo secondo Marco 13, 33-37

13,33Fate attenzione, vegliate, perché non sapete quando è il momento. 34È come un uomo, che è partito dopo aver lasciato la propria casa e dato il potere ai suoi servi, a ciascuno il suo compito, e ha ordinato al portiere di vegliare. 35Vegliate dunque: voi non sapete quando il padrone di casa ritornerà, se alla sera o a mezzanotte o al canto del gallo o al mattino; 36fate in modo che, giungendo all’improvviso, non vi trovi addormentati. 37Quello che dico a voi, lo dico a tutti: vegliate!».

Parola del Signore

                                                                                          Parrocchia di San Valentino in Villantria » 03.12.2017 – 1^ Avvento:  VEGLIATE: VIVETE IL BRANO DI STORIA CHE VI SPETTA (Marco 13,33-37)

Mc 13 è il capitolo indubbiamente più difficile e complesso di tutto il suo vangelo. Ne è così cosciente lo stesso evangelista che proprio in Mc 13,14 scrive “chi legga capisca”, perché sa che sta dicendo qualcosa di molto complesso.

A complicare il quadro di oggi c’è la scelta di non riportare il versetto precedente che, per esempio, nel brano di oggi è quello che aiuta nella comprensione di tutto il brano. Quindi, leggiamo anche il versetto precedente (Mc 13,32), omesso dalla liturgia.

 

13,32Quanto però a quel giorno o a quell’ora, nessuno lo sa, né gli angeli nel cielo né il Figlio, eccetto il Padre.

Prima di questo vangelo Gesù ha predetto la fine di Gerusalemme: non è un dramma, come tutti pensano, ma anzi una benedizione perché è la fine di tutti i poteri che schiacciano e umiliano.

A quel tempo i cristiani si aspettavano il ritorno del Signore (la Parusia): il Signore sarebbe ritornato e avrebbe sistemato definitivamente “le cose”. Per questo, in alcuni, vi era l’atteggiamento di passiva attesa e tutti, anche perché vivevano situazioni molto difficili, si chiedevano: “Ma quando sarà?”. E proprio perché si vivevano momenti molto difficili (era il tempo delle persecuzioni), proprio perché tutto sembrava cadere (non solo Gerusalemme ma anche le speranze e la gioia del messaggio evangelico), i cristiani ancor più fortemente aspettavano il ritorno del Signore: “Ma quando verrai?”. Per questo in quegli anni nacque la famosa espressione: “Maranathà, vieni Signore Gesù”…: “E fai anche presto”!

  1. Ma mentre i cristiani vedevano tutti questi sconvolgimenti come un disastro, una fine, il vangelo invita a vedere questi sconvolgimenti come un inizio, come un venire del Signore proprio in questi avvenimenti.
  2. E il Signore non verrà subito: e perché non verrà subito? Perché Gesù adesso c’è attraverso di loro e sono proprio loro, i nuovi cristiani, a garantire la continuità del vangelo.

 

QUANTO PERO’ A QUEL GIORNO=quale giorno? Quello della sua venuta! L’espressione “quel giorno” nel vangelo di Marco appare tre volte e sempre in relazione alla morte ed esaltazione di Gesù, cioè alla vittoria di Gesù sulla morte. Quindi la morte di Gesù non è una sconfitta, ma una vittoria.

NESSUNO LO SA…=in Mc 13,14-23 si legge che molti si arrogano il diritto di sapere quando sarà questo momento della sua venuta e del suo ritorno: ““Ecco, il Cristo è qui, ecco è là”… falsi cristi… falsi profeti” (Mc 13,21-23). In realtà nessuno lo sa! State attenti, quindi, a non seguire falsi profeti che vi preannunciano la sua venuta mentre in realtà non è così!

NESSUNO LO SA… ECCETTO IL PADRE=solo Dio sa questo, tutti gli altri no! Ma questo sapere è un sapere operante, non un sapere intellettuale: è il sapere che si è al sicuro, che si è protetti, che si è già amati, salvati, cercati, voluti, custoditi. Non è importante sapere quando sarà, quando accadrà, perché in ogni caso si è nelle mani del Padre. Quindi: “Stai tranquillo, abbi tanta fiducia e vivi nella pace, perché qualunque cosa succeda si va verso la Luce, vai verso la Vita, si va verso un Amore immenso e grande”. Il ritorno del Signore non sarà un ritorno e un incontro giudicante, ma pieno d’amore.

 

33Fate attenzione, vegliate, perché non sapete quando è il momento.

I verbi sono due imperativi, sono due ordini, che indicano il non dormire.

FATE ATTENZIONE=blepo (13,33)=“State attenti”. Blepo vuol dire vedere, guardare: non avere gli occhi chiusi. Perché quando chiudi gli occhi, dormi.

VEGLIATE=agripneo (13,33)=“Vegliate”, è formato da agreo che vuol dire “cacciare” e ipnos che vuol dire “sonno”. Ora chi caccia nel sonno, nella notte, è ben sveglio, desto. Non si può cacciare finché si dorme! Il verbo vuol dire “essere senza sonno, vegliare, sorvegliare”. Indica l’atteggiamento del cacciatore che nella notte, nel buio, “caccia” o un animale o il ladro che entra a prendergli il bestiame.

Cosa vogliono dire allora questi due verbi? Vigilare significa rinunciare a dormire.

Il sonno nei Vangeli è l’immagine della rinuncia all’attività. Quindi l’invito è a restare in attività, perché anche se sapete che la vostra fine è nelle mani del Padre, spetta a voi collaborare con un’attività fedele al messaggio della buona notizia.

Perché bisogna stare svegli? Perché adesso Gesù di Nazaret non c’è più – e non è la fine del mondo come sembrava agli apostoli – ma c’è il Gesù di Padova, di Vicenza, di Arre, di Legnaro, di Abano, di via Roma, di Piazza Fratelli d’Italia, ecc.

 

34È come un uomo, che è partito dopo aver lasciato la propria casa e dato il potere ai suoi servi, a ciascuno il suo compito, e ha ordinato al portiere di vegliare.

E’ COME UN UOMO=l’esempio è molto chiaro: Gesù è quell’uomo che se ne è andato e ha dato la sua autorità, i suoi poteri, ai suoi servi. Lui non c’è più adesso, ci siamo noi.

C’è un uomo (anthropos), il padrone, che si assenta da casa sua per un viaggio. Forse se ne va per una breve visita in qualche località vicina o forse in un paese lontano. Non sappiamo, quindi, il motivo per cui se ne va, ma sappiamo che prima o poi tornerà. In ogni caso il ritorno di notte è inusuale; le strade della campagna erano insicure, pericolose da percorrere con il buio, i vicoli e le strade dei villaggi non erano sorvegliati. Di notte non si viaggiava. L’interesse di Mc, in ogni caso, è che i servi non dormano, per questo ritorna di notte.

DATO POTERE AI SUOI SERVI=lett. è “la stessa autorità (exousia)” e non il potere: perché è importante questo ritocco? Perché il padrone che è partito è Gesù e adesso i suoi servi, gli apostoli e i credenti, hanno la sua stessa autorità. Lui non c’è più, ci sono loro.

E qual è questa autorità? E’ quella di essere come lui, cioè, di comunicare vita. Gesù ci ha lasciato ma attraverso il dono dello Spirito ci dà il potere di essere come Lui.

A CIASCUNO IL SUO COMPITO=quindi ciascuno ha qualcosa di unico da fare! Nessuno è uguale a nessun altro e tutti abbiamo bisogno di tutti.

HA ORDINATO=entello, comandare, è il verbo riferito ai Dieci Comandamenti. Ecco il nuovo comandamento: non più i Dieci ma l’accogliere il Dio che viene, il Dio che viene a portarti l’amore.

PORTIERE=in quella cultura era colui che era responsabile della sicurezza di coloro che stavano dietro. Il compito del portiere è la sicurezza di tutti.

La presenza del portiere indica che si tratta di un grande complesso abitativo: il padrone è ricco. Le case normali o quelle di Nazaret non avevano certo bisogno del portinaio. Si sa che se una guardia prendeva sonno, s’addormentava durante il suo servizio, poteva anche essere messa a morte (At 12,20-23; Mt 27,62-66; 28,1-15).

Allora il compito del portiere (ognuno ha la sua autorità) è quello: 1. da una parte di operare difendendo la casa dai pericoli esterni e 2. dall’altra di saper riconoscere e annunciare la venuta del Signore. Quindi qui si vogliono dire due cose contrapposte: da una parte il Signore verrà ma dall’altra tocca proprio a voi agire in vece sua.

VEGLIARE=gregoreo per tre volte, (13,34.35.37) perfetto di egheiro. Egheiro=“svegliarsi, destarsi” (resurrezione). Tre indica una completezza.

E’ ciò che succede alla mattina: stai dormendo, poi “suona la sveglia” e tu ti desti, apri gli occhi; magari stavi facendo un sogno e ti rendi conto, invece, che la realtà è diversa, è un’altra, non è come quella che tu vedevi nel sogno e che magari ti sei ingannato.

Il canto gregoriano (da gregoreo) è il canto dei risorti, di coloro che vegliano, che non dormono, che non si fanno abbagliare dalle luci del mondo ma che tengono lo sguardo fisso verso la vera luce.

Il senso è semplice e chiaro: “Non dormire, non prendere sonno, sii sveglio e desto”. Perché per continuare l’opera di Gesù (che tocca a noi) bisogna essere svegli! Quindi l’essere svegli (si è svegli per un motivo!) è per continuare la sua opera: comunicare vita! Non si tratta di essere svegli per essere svegli, ma per lavorare, per continuare la sua opera, visto che abbiamo la sua stessa autorità. Il messaggio è chiaramente semplice e non ammette dubbi: non addormentarti, rimani sveglio.

 

Se puoi, apri gli occhi! Perché il dormire è la notte della vita.

Anni fa trovammo un tossicodipendente che “si era fatto”, svenuto sulla strada. Non sapevamo se era morto o vivo, ma ci avevano detto che non era il caso di toccarli in quella situazione (per fortuna che lo sapevamo!); l’unica cosa da fare era chiamare il Pronto Soccorso. E così facemmo. Quando arrivarono lo presero e lo svegliarono; l’uomo s’arrabbio e s’infuriò come “una bestia” perché era stato svegliato dal suo trip, dal suo “viaggio”, dalla sua illusione. Mi dicevo: “Li ringrazierà che gli salvano la vita!”, e invece bestemmiava, imprecava e si dimenava come un pazzo.

E’ così: se svegli uno che dorme non sarà contento. Perché quando ti svegli scopri che la realtà non è quella che pensavi tu, o quella che ti eri faticosamente costruito o nascosto.

Il maestro di Gandhi un giorno: “Non essere felice di aiutare gli altri perché te la faranno pagare. Chi dorme l’ultima cosa che vuole è essere svegliato. E quando lo farai se la prenderà proprio con te”.

La gente non vuole verità o essere svegliata; la gente vuole dormire, per non disilludersi.

 

L’addormentato: “E’ così, non ci posso fare niente; siamo dentro ad un sistema”. Sveglia! Non è vero! Solo che se si sveglia, deve prendere in mano la sua vita e vedere che dipende da sé.

Oppure: “Tu sei la mia felicità!” e pensa che quando troverà l’uomo/donna giusta allora sì sarà felice. Sveglia, non è vero. Se tu non sei felice non lo sarai mai. Non si può far felici chi non lo è.

Oppure: “Io non valgo nulla”. Sveglia, non è vero. Ma il giorno in cui lo scoprirà non potrà più colpevolizzare gli altri e fare il gioco “guardate quanto sfortunato che sono”.

Oppure: “Io sono buono”. Sveglia, non è vero. Sei buono perché non ti conosci e non ti guardi dentro. Sei buono perché vuoi ritenerti superiore, migliore agli altri e poi magari giudicarli. “Nessuno è buono, se non Dio solo” (Mc 10,18), ha detto Gesù.

Oppure: “Non si può fare niente”. Sveglia! Non è vero: è che è difficile mettersi in gioco in prima persona ed esporsi; è che è più comodo dirsi così piuttosto che sporcarsi le mani. Se lo avesse pensato anche Gandhi, l’India sarebbe ancora una colonia inglese!

Oppure: “Quando avrò quella cosa, allora sì che sarò felice”. Sveglia, non è così. Se pensi che siano le cose o le persone a farti felice allora non sarai mai felice. La felicità non è un fine ma la conseguenza di una vita significativa, realizzata e d’amore.

 

Nella Bibbia c’è una storia terribile: Isacco aveva 2 figli (il primogenito Esaù e Giacobbe; Gn 25).

Un giorno Esaù affamato, per un piatto di minestra, di zuppa, vendette la primogenitura a Giacobbe. Il nome Esaù vuol dire “fare”. Ha perso l’essere (primogenitura) per le cose (la zuppa, il fare). Terribile! Sono “Esaù” ogni volta che mi dimentico della mia verità più profonda: Dio abita in me. Il Natale è questo. Prenditi cura della tua dimensione interiore, di ciò che sei e che hai dentro.

Immersi nella vita di tutti i giorni rischiamo di perderci. Ti alzi, fai colazione, porti il bambino alla scuola materna, vai a lavorare, lavori e devi essere efficiente; riprendi il bambino e torni a casa. A casa poi si apre un’altra giornata: lavi, stiri, sistemi, fai la spesa, senti tua madre che ha i suoi anni, controlli i compiti dell’altro figlio, ecc. E poi: paghi le tasse, controlli il conto corrente, ti interessi dei problemi condominiali, stai attento che non ti “freghino” con le bollette, ecc. La vita sembra una corsa, una guerra, un fare fare, ecc. E questo ogni giorno.

E se non stai attento ti addormenti, dall’essere passi al fare, ti vendi come Esaù.

 

Quando un uomo vende “l’essere” per “il fare, il materiale”… allora è sonno profondo.

Quando per l’interesse non guardo in faccia nessuno… allora è sonno profondo.

Quando le persone possono essere spostate, trattate, usate come pacchi-oggetto (chiamiamole pure ristrutturazioni di società!), senza tener conto che sono esseri umani… allora è sonno profondo.

Quando me ne frego della natura e inquino, sporco, distruggo, credendo che tutto il mondo sia tutto mio o che “non è niente”, allora è sonno profondo.

Quando io per ridacchiare, per trovare complicità, “sputtano” la gente, magari senza sapere… è sonno.

Quando il lavoro viene prima di tuo figlio e di tua moglie o quando i lavori di casa vengono prima delle carezze, dei baci, del ridere, dello scherzare e della complicità… è sonno profondo.

Quando una regola viene applicata perché è una regola e non si tiene conto della sofferenza, dei bisogni, del dolore che si inferisce all’altro, della diversità… allora è sonno profondo.

Quando il tuo stipendio supera i 5.000 euro al mese e continui a lamentarti o quando con tutti i tuoi soldi hai paura che ti manchi il pane e la fame di altri non ti interpella… allora è sonno profondo.

Quando voto un politico solo perché permette a me di guadagnare di più e neppure mi sfiora il problema se è bene per tutti o che valori sta propinando… allora è sonno profondo.

Quando mi stordisco davanti alla tv, alla playstation, al computer, con mille attività e mille parole, pur di non entrare in contatto con me, con ciò che ho dentro, con le mie paure… allora è sonno profondo.

Quando per sicurezza, per non andare in crisi, per non crearmi problemi, non mi faccio neppure certe domande e certe verità le evito per non toccare ciò che c’è in me… allora è sonno profondo.

 

Dal sonno profondo o ci si sveglia o si muore. Terribile è vivere una vita dormendo.

“Posso smettere di bere quando voglio. Due anni fa ho deciso che costava troppo e non ne valeva la pena. Non sono dipendente da niente. Se per 6 mesi non mi capita di fumare nemmeno uno spinello, fa uguale. Trovo che è bello, ma niente di più, fare un “trip” una volta ogni tanto, prendermi una vacanza. Sono cose possibili. La gente esagera sui pericoli…” (Kenny, 19 anni, una settimana prima di morire per overdose).

 

La madre entra in stanza. Il figlio di 18 anni sta ascoltando con le cuffie musica a tutto volume. La madre gli parla ma lui non sente. Allora lei gli urla: “Devo dirti una cosa, togliti le cuffie”. “No!”. “Perché?”. “Perché non voglio sentirti”. Allora la madre torna giù e dice alla fidanzata del figlio: “Mi dispiace cara, non c’è niente da fare, non mi sente”.

Un avvocato riceve la fattura dall’idraulico che gli sembra decisamente troppo cara. Allora lo chiama e dice: “Ehi, ma mi costi 200 euro all’ora. Non li prendo nemmeno io che sono avvocato”. E l’idraulico: “Nemmeno io li prendevo, quando facevo l’avvocato”.

Apri gli occhi e vedi; apri le orecchie e senti; rimani sveglio e vivrai.

 

35Vegliate dunque: voi non sapete quando il padrone di casa ritornerà, se alla sera o a mezzanotte o al canto del gallo o al mattino;

VOI NON SAPETE QUANDO IL PADRONE DI CASA RITORNERA’=nessuno sa quando verrà il Signore, quando sarà la sua venuta da noi o la nostra venuta da Lui. Fino a quel tempo si tratta di rimanere svegli, cioè di darsi da fare, e come Gesù, di portare vita.

PADRONE DI CASA: nell’A.T., e anche Gesù, vi era l’immagine della vigna, che era Israele. Ma adesso non c’è più la vigna ma una casa, che è un’immagine di familiarità, di umanità, perché il messaggio di Gesù non è più limitato a un popolo, a una nazione, a una religione, ma è un messaggio universale. La casa, inoltre, è un’immagine che tutta l’umanità può comprendere.

SE ALLA SERA… MEZZANOTTE… CANTO DEL GALLO… MATTINO: Gesù divide la notte in quattro parti (la sera, mezzanotte, il canto del gallo e il mattino) secondo l’uso romano e non tre secondo l’uso ebraico, per far comprendere che questo messaggio non è più limitato a questa nazione, ma si estende a tutta l’umanità. E’ un messaggio valido per gli uomini di ogni condizione e di ogni latitudine.

La notte, per i Romani, era fatta di quattro momenti, turni. Dalla 18 alle 21, il primo, la sera=21. Dalle 21-24: mezzanotte=24. Dalle 24-3: canto del gallo=3. Dalle 3-6: mattina=6.

 

36fate in modo che, giungendo all’improvviso, non vi trovi addormentati.

GIUNGENDO ALL’IMPROVVISO=cosa vuol dire? Non è che Dio giunga all’improvviso perché “ci vuole fregare”, per metterci alla prova o per tenerci sempre in ansia. Cosa succede se ci trova addormentati? Succede, significa, che noi non abbiamo portato avanti il suo messaggio, non abbiamo comunicato vita, abbiamo abdicato al nostro essere i Nuovi Gesù. Questa cosa accadrà proprio nel Getsemani quando questi discepoli saranno addormentati, incapaci di dare adesione a Gesù nel momento più importante della sua esistenza.

Queste parole erano un monito e un incoraggiamento per “andare avanti” e continuare nell’opera di annuncio del vangelo (essere svegli) in momenti in cui veniva voglia di lasciarsi andare, di smettere, di abbandonare l’opera di essere cristiani (ecco il sonno).

 

37Quello che dico a voi, lo dico a tutti: vegliate!».

QUELLO CHE DICO A VOI LO DICO A TUTTI=l’annuncio del vangelo, il servizio, il comunicare vita (avere la sua stessa autorità) è per tutti ed è il distintivo che rende riconoscibile la persona, il discepolo, in maniera permanente, abituale e distinguibile. Quindi il vegliare (cioè il continuare la sua opera, contrario del dormire=abdicare a questo compito) è per tutti.

 

Sul vegliare

C’è una barzelletta che mi fa ridere e pensare. Un frate di un convento vede che tutti i giorni una giovane arriva alle 18.45 nella chiesa del monastero e si mette a pregare fervidamente. Ma alle 19 la chiesa del monastero chiude e la donna si ferma a pregare anche fino alle 19.30 e oltre. Il frate, quindi, per aspettarla non partecipa ai vespri, ritarda la cena. Questo un giorno, due giorni, due settimane… La situazione non può continuare e così ne parla al frate superiore. Così il lunedì della settimana successiva, la donna arriva e questa volta il frate superiore le si avvicina e inizia a dirle: “E’ bellissimo signora che lei preghi ogni giorno con un così grande fervore, un esempio per tutti noi. Ma sa noi alle 19 dovremo chiudere…”; “Sì sì, scusatemi, è che torno dal lavoro; e poi mi hanno detto che questo è un posto così speciale…”; “Posso chiederle, signora, perché speciale?”. “Una mia amica non riusciva a rimanere incinta, è venuta qui ha detto tante Ave Maria… ed è rimasta incinta!”.

“No, no, signora non è mica stata l’Ave Maria, è stato un padre nostro. Lo abbiamo già allontanato!!!”.

 

L’attesa è uno stato che possono reggere solamente le persone molto forti e radicate. C’è un evento importante, piccolo o grande: devo incontrare una persona importante; devo fare un esame scolastico; devo fare un esame medico; devo fare un piccolo intervento, ecc.

Cosa accade? Accade che l’ansia sale nei giorni precedenti, il panico cresce e la mente che fa? Cerca di anticipare la situazione pensando a cosa potrebbe accadere, immaginandosi la situazione, facendosi mille discorsi o semplicemente (come accade più spesso) andando in tensione e basta. Quando ciò accade per tutte le cose, allora si rischia la paralisi o gli attacchi di panico o una paura generalizzata.

Un mio amico anni fa aveva un appuntamento con una donna. Si era separato da sua moglie (che era stata la sua prima e unica donna) da più di cinque anni e non aveva avuto più nessuno. La sera dell’appuntamento era tesissimo: lo desiderava tanto ma aveva un’ansia a mille. Uscito di casa, ha sbattuto con l’auto contro un palo della segnaletica stradale e quando è arrivato da lei si è bloccato senza riuscire a dire una parola (rossore e sudore a mille!) per quasi un quarto d’ora. L’attesa era diventata un’ansia eccessiva e lui non la reggeva.

Jules Renard dice: “Se si costruisse la casa della felicità, la stanza più grande sarebbe la sala d’attesa”.

Dobbiamo cioè imparare ad attendere senza andare in ansia.

 

L’attesa ci insegna a non volere la gratificazione immediata.

Sì, nel week-end io posso andare al cinema il sabato sera, andare a sciare la domenica e mangiare insieme al ritorno. Buono! Ma se cerco sempre gratificazioni immediate, come posso costruire me stesso? Certo, andare ad un corso di coppia o su se stessi, forse, è più faticoso, meno gratificante. Ma nel tempo, che accadrà nel tempo? L’attesa mi dice: “Rinuncia a qualcosa di piacevole oggi per avere molto di più domani”.

Fra me e la mia compagna non va, così decidiamo che forse è meglio che ognuno vada per la sua strada. Questo allenta la mia tensione, ma forse è meglio che impari l’attesa, lo stare, e così affrontiamo il problema (e magari scopriamo che si può affrontare!). Spendo i miei soldi in shopping: buono, farsi dei regali è indice di amore per sé, ma se nel farlo rimango senza soldi a fine mese (sistema freddo), questo mi creerebbe molta ansia. Meglio attendere; meglio un po’ per volta!

Litigo con un mio collega e gli urlo in faccia! Non reggo l’emozione e gli “vomito” addosso tutta la mia rabbia. Ma posso imparare a posticipare, a rinunciare alla gratificazione immediata di ferirlo, e valutare più tardi che cosa fare, perché poi una bomba lanciata è lanciata e poi si raccolgono i pezzi (e le conseguenze)!

Vorrei mangiarmi tutto il dolce solo che poi la dieta va a “farsi benedire”. Meglio bere e sbronzarsi per stare un po’ bene adesso o “tenere la gratificazione” per non star male dopo?

Rimaniamo sotto le coperte e oziamo (che a volte fa bene!) o ci alziamo e facciamo le nostre cose? Meglio una piccola gratificazione adesso (sto a letto) o una soddisfazione più grande dopo (fierezza per aver fatto “le nostre cose”)?

 

Nel 1972 Walter Mischel ha condotto un esperimento nell’università di Stanford. A dei bambini di 4-6 anni veniva consegnato un mashmallow sul piatto (si tratta di uno zuccherino, un dolcetto, molto apprezzato dai bambini dei paesi anglosassoni). Se il bambino riusciva a resistere per 15 minuti a mangiare il dolcetto che aveva nel piatto, ne poteva ricevere un altro in premio.

Alcuni di questi bambini per resistere (e questo ci dice quanto poco sia presente questa capacità e quanto sia da educare!): 1. “si coprivano gli occhi con le mani o si giravano per non guardarlo, 2. mentre altri cominciavano a prendere a calci la scrivania, 3. oppure a tirarsi i capelli, o cose del genere, 4. mentre altri decidevano di mangiarlo subito”.

Degli oltre 600 bambini che parteciparono all’esperimento, un terzo riuscì a rimandare la gratificazione abbastanza a lungo per ottenere il secondo marshmallow. La cosa più interessante è stata però il risultato del follow-up dello studio: i bambini che nel 1972 avevano saputo rimandare la gratificazione, nel 1988 venivano descritti dai genitori come adolescenti più maturi e responsabili degli altri. E i bambini che riuscirono a rimandare la gratificazione immediata nel 1972, nel 1990, quindi a circa 30 anni, avevano punteggi universitari migliori.

 

Allora: il saper imparare ad attendere, cioè a posporre la gratificazione immediata, crea delle personalità più radicate e più forti in futuro.

Mischel e gli studiosi spiegano l’incapacità di posporre una gratificazione immediata, di attendere, di utilizzare la forza di volontà, con quello che chiamano il “sistema caldo” e “il sistema freddo”.

Il sistema freddo è riflessivo, rappresenta il pensiero, la razionalità, e incorpora la sua conoscenza riguardo sensazioni, sentimenti, azioni e obiettivi, portando la persona - ad esempio, a ricordarsi il perché non dovrebbe mangiare il marshmallow.

Il sistema caldo, invece, è fatto di impulsi ed emozioni ed è responsabile delle reazioni immediate a certi stimoli – ad esempio, nell’infilare immediatamente il marshmallow in bocca senza considerarne le implicazioni. Questo sistema è quindi in grado di sovrascriversi su quello freddo, portandoci a comportamenti impulsivi.

Cos’hanno visto Mischel e compagni? Che i bambini che avrebbero mangiato subito i marshmallow se potevano pensare al piacere di mangiare dei brezel (ciambelline salate) o se potevano pensare ad un altro piacere non disponibile, riuscivano a resistere alla tentazione di mangiarsi i marshmallow. Cosa vuol dire? Che per imparare a controllarsi abbiamo bisogno di saper rimandare la gratificazione e per fare questo ci aiuta spostare l’attenzione su qualcos’altro di piacevole. Questo mette una distanza tra noi e la cosa immediata che vorremmo “ingoiare, far nostra”.

 

Un tempo, nel regno di Song viveva un contadino che era sempre molto attivo e che non riusciva a essere paziente in nessuna delle cose che faceva.

Una volta, dopo aver piantato dei germogli di riso, il contadino si mise a controllare le piantine e ogni giorno correva più volte al campo per vedere se erano cresciute. Passarono alcuni giorni ma ancora non si vedevano cambiamenti e le piantine sembravano non crescere affatto.

Il contadino iniziò a spazientirsi e decise che doveva inventare qualcosa per far sì che le piantine crescessero più in fretta. Così ci pensò su e, dopo una giornata passata a spremersi le meningi, alla fine gli venne un’idea.

Il contadino entrò nell’acqua del campo e da solo si mise a tirare un germoglio alla volta finché non ebbe tirato su tutte le piantine. Alla fine della giornata l’uomo era distrutto dalla fatica ma finalmente le piante sembravano più alte.

Il contadino tornò a casa soddisfatto, si buttò sul letto e, fra uno sbuffo di stanchezza e l’altro, disse ai suoi familiari: “Oggi sono davvero a pezzi! Ho lavorato senza sosta nel campo per tutto il giorno e non ho più nemmeno la forza per alzarmi. Però il mio lavoro non è stato vano, tutte le piantine sono cresciute parecchio!”.

Il figlio del contadino fu molto sorpreso da queste parole e il giorno dopo di prima mattina andò a vedere cosa fosse successo. Appena arrivato al campo, il ragazzo rimase senza parole: dovunque guardasse, si vedevano solo piantine morte.

 

Con questa domenica inizia il tempo di Avvento. Ad-ventus vuol dire letteralmente qualcosa che ti viene incontro, che sta venendo verso di te. La Vita, Dio, ci vuole fare un regalo; ci sta mandando qualcosa, ci ha invitato un dono. Lo accoglieremo?

Un giorno un amico mi dice: “Domani passo da te alle 16.30”. “Sì, ok, d’accordo”, gli ho detto io. Ti aspetto. Solo che il giorno dopo io ero andato da tutt’altra parte: lui è venuto, ma io non c’ero. Non ci siamo incontrati! Natale è questo: Lui viene. Io ci sarò? Io lo accoglierò?

Per noi l’avvento è qualcosa di indolore (e per questo anche di insapore), di tranquillo, da vivere al calduccio con le nostre pantofole, sul divano, con un po’ di vinello e una buona fetta di panettone. Sì buono, piacevole, ma non è l’avvento del vangelo.

 

La parola avvento, da advenio, richiama un’altra parola: adventurus, avventura. Le persone quando pensano alla parola “avventura” pensano a una trasgressione sessuale. Ma avventura, letteralmente, è il Nuovo che ti viene incontro e quando viene ti sconvolge sempre.

Se noi prendiamo il vangelo capiamo cosa vuol dire che l’avvento di Dio è un’avventura. Noi crediamo che l’avvento di Dio sia chiaro, tranquillo, simpatico, indolore. Magari pensiamo che un giorno il Capo ci chiami, una telefonata e ci dica cosa fare. O che quando Lui viene tutto rimanga pacifico come prima, in serenità e tranquillità.

Per noi l’attesa e il suo avvento è come l’arrivo dell’autobus. Tu sei lì, aspetti l’autobus. L’autobus arriva, tu sali su, ti siedi tranquillo, ti leggi il giornale finché arrivi alla fermata. Nessun problema per quest’attesa; nessun problema per questo arrivo. Ma l’avvento non ha nulla di questo. Nei vangeli non è mai così: la sua venuta è sempre destabilizzante, è un’avventura! Quando Dio viene, Lui chiama a qualcosa d’impossibile. Impossibile solo perché dobbiamo ancora farlo.

Quando Ferdinando Magellano disse che avrebbe voluto circumnavigare la terra: “Impossibile!”. “Impossibile perché nessuno non lo ha mai fatto prima. Quando l’avrò fatto sarà possibile”. Credi di non farcela? Impossibile? Solo perché non lo hai ancora fatto! Andiamo a vedere cos’è stato l’avvento di Gesù nei vangeli, allora.

 

  1. Giuseppe è sconcertato dalla gravidanza di Maria. All’inizio pensa di licenziarla. Non capisce come Dio ci possa essere in quella situazione: “La mia fidanzata è incinta e io non sono stato. Ma come ci può essere Dio qui dietro? Non scherziamo!” (Mt 1,18-25). Lui non ci capisce niente e il buon senso gli direbbe tutto il contrario. L’unica cosa che fa è fidarsi di un sogno: “Ma ci si può fidare di un sogno?”. “Sì!”. Per Lui l’avvento di Dio è accettare e dire: “Sì” all’incapibile.

Loreena Mckennitt aveva deciso di fare il veterinario ma poi la musica l’ha scelta e l’ha costretta a cambiare strada. Lì Dio è arrivato, venuto e lei lo ha accolto. Dice: “È stata la musica a scegliermi e non viceversa. Non importa quanto tu sia sicuro di quello che vuoi, il fatto è che a volte la vita ti prende di sorpresa e ti offre cambiamenti, nuove possibilità ed opportunità, persino nei momenti di maggior sconforto. Il cambiamento può nascondersi in posti completamente diversi da quelli in cui pensavi che fossero e, a volte, devi solo accettare quello che la vita ti offre”.

Nel 1998 le muore il compagno in un incidente di barca: “Ho deciso che non sarebbe stato un sacrificio inutile”. Un altro avvento di Dio. L’associazione da lei fondata raccoglie fondi per la sicurezza. E dice: “Quando la Vita chiama, non importa dove, seguitela!”.

 

  1. I Magi una stella: ne sono affascinati, attratti, lasciano tutto, seguono (Mt 2,1-12). Erano scienziati, uomini intelligenti, ricchi, famosi, di sapere: come hanno fatto a fidarsi di una stella? La loro vita è stata sconvolta da una stella: e non sapevano dove sarebbero andati. Non è un’avventura? Si può seguire la propria stella, solo la propria stella? “Sì”. Si può seguire ciò che ci attrae, ci appassiona, dal profondo? “Sì”.

Anthony Robbins era un bambino senza troppe possibilità. Oggi è il più grande formatore al mondo e invita tutte le persone a credere al meglio di sé. Come arrivò a lui Dio? Quale fu il suo avvento? La sua famiglia era povera e non si poteva permettere niente di più della sopravvivenza. Un giorno, durante il giorno del Ringraziamento, grande festa per gli americani, si trovava a casa con i suoi. Per loro era un giorno normale, perché non c’era niente da festeggiare e nessun tacchino sulla tavola. Ma improvvisamente qualcuno bussò alla porta. Era un uomo alto con un vestito sgualcito e con alcuni pacchi nelle mani: un tacchino, il ripieno, torte, patate dolci, cibi in scatola, tutto per la festa. “Questo”, disse, “è da parte di qualcuno che sa che avete bisogno e vuole che sappiate di essere amati e assistiti”.

Quel giorno il piccolo Anthony Robbins, giurò a se stesso che un giorno avrebbe avuto abbastanza da poter dare qualcosa in cambio agli altri. Era un miraggio, un’idea apparentemente impossibile, una stella difficile da seguire. Ma lui seguì quella stella… e lo portò esattamente là.

 

  1. Maria ad un certo punto ha una visione che le dice una cosa pazzesca: “Maria, sarai madre di Dio”. Solo che lei è già promessa sposa. Solo che lei ha già le sue idee. Solo che lei, se dice ciò che ha visto, ciò che ha in testa, ciò che ha nel grembo, la uccidono per pazzia e per eresia. Si può seguire l’incredibile? Si può seguire l’impossibile (Lc 1,26-38)? “Sì”, si può! La sua vita è stata nient’altro che un’avventura.

Og Mandino aveva fin da piccolo un sogno: diventare scrittore. Pochi giorni dopo il diploma gli muore la madre e non può più frequentare l’università. Il sogno sembra infrangersi. E’ costretto a iscriversi all’aereonautica e comanda un bombardiere durante la guerra. Finita la guerra ci riprova: compra un macchina da scrivere e scrive, ma nessuno gli compra niente. La sua vita va a rotoli, fino a diventare un ubriacone, barbone, senza lavoro né casa. Un giorno vede una rivoltella in un negozio: costo 29 dollari! Lui ha in tasca, è tutto quello che gli rimane, 30 dollari. Gli sembra un segno: porre fine alla sua vita miserabile e insignificante vita. Ma è in quel momento preciso che sente riaffiorare il suo incredibile sogno: scrittore. E sente la voce dentro di sé: “Non è mai troppo tardi”. E’ il momento dell’avvento di Dio: Lui lo prende e lo accoglie. Sembra impossibile, eppure lui ci crede. E’ diventato uno dei più grandi scrittori di tutti i tempi, vendendo più trenta milioni di copie.

 

  1. Erode. La sua vita invece non è stata un’avventura perché non ha permesso a Dio, che è sempre novità e sconvolgimento, di entrare nella sua vita. Quando sente che è arrivato un altro, un nuovo re, ha paura, teme di essere messo in discussione, teme che vi siano dei cambiamenti e cerca di ucciderlo (Mt 2,1-12). Erode è l’emblema di chi non vuole l’arrivo di Dio: nulla di personale con Dio, solo che non può accettare i cambiamenti, gli sconvolgimenti e la messa in gioco. Non è che Dio gli dia fastidio in quanto Dio, ma in quanto cambiamento.

La Buona Novella (Vangelo=Buona Nuova) non è stata rifiutata perché era buona ma perché era nuova.

Stalin, e tutti sappiamo chi è stato (le “Purghe” staliniane hanno fatto 60 milioni di morti!), aveva iscritto, sotto falso nome, suo figlio Vasily nel famoso Asilo Bianco di Mosca diretto dalla psicanalista Sabine Spilrein. Un asilo, per quel tempo, di una modernità incredibile, dove vigevano i principi della libertà, dell'umanità, della tolleranza, dell’accoglienza. Lo stesso Stalin fu molto ben impressionato e colpito da quell’asilo. Lì Dio passava e veniva ma lui non lo accolse. Nessun avvento. Tre anni dopo lo chiuse.

 

Dio viene, passa, ma non viene come tu ti aspetti o come tu vorresti. Lui ha un volto che tu non conosci, che tu non sai, che non ti aspetti. Saprai riconoscerlo? Lo accoglierai?

Il vangelo di oggi usa la parola kairos (Mc 13,33): è il tempo propizio, favorevole. Il chronos, invece, è il tempo dell’orologio: quello passa solo. Passa sia che tu ci sia o no.

Natale verrà e questo è certo. Sarà il 25 di dicembre. Ma sarà Natale per davvero o solo il 25/12. Lui viene per davvero: ma tu ci sarai? Tu puoi accoglierlo? Tu saprai accettare la sua visita? Saprai riconoscerlo? Saprai dirgli: “Ti accoglierò in qualunque modo tu verrai!”?

 

 

Perché io ci sono.

Se non mi trovi subito non scoraggiarti, perché io ci sono.

Se non mi trovi in un posto cerca in un altro posto, perché io ci sono.

Se non mi vedi non arrabbiarti: apri gli occhi, perché io ci sono.

Se non mi senti non dire che non esisto, perché io ci sono.

Se non arrivo come vuoi tu, amami per come sono, perché io ci sono.

Proprio perché io ci sono possiamo incontrarci.

Proprio perché io ci sono sarà Natale.