Domenica 17 gennaio 2021

Dal vangelo secondo Giovanni 1, 35-42

1,35Il giorno dopo Giovanni stava ancora là con due dei suoi discepoli 36e, fissando lo sguardo su Gesù che passava, disse: «Ecco l’agnello di Dio!». 37E i suoi due discepoli, sentendolo parlare così, seguirono Gesù. 38Gesù allora si voltò e, osservando che essi lo seguivano, disse loro: «Che cosa cercate?». Gli risposero: «Rabbì – che, tradotto, significa Maestro –, dove dimori?». 39Disse loro: «Venite e vedrete». Andarono dunque e videro dove egli dimorava e quel giorno rimasero con lui; erano circa le quattro del pomeriggio.

40Uno dei due che avevano udito le parole di Giovanni e lo avevano seguito, era Andrea, fratello di Simon Pietro. 41Egli incontrò per primo suo fratello Simone e gli disse: «Abbiamo trovato il Messia» – che si traduce Cristo – 42e lo condusse da Gesù. Fissando lo sguardo su di lui, Gesù disse: «Tu sei Simone, il figlio di Giovanni; sarai chiamato Cefa» – che significa Pietro.

Parola del Signore

                                                                                                              

                                                                              Dal Vangelo Secondo Giovanni. (Gv 1.35-42) | un messaggio per te

1,35Il giorno dopo Giovanni stava ancora là con due dei suoi discepoli

IL GIORNO DOPO=Gv inizia il suo vangelo con la prima settimana di Gesù e per 3 volte utilizza l’espressione “il giorno dopo” (Gv 1,29.35.43), quindi 4 giorni, e per una volta “tre giorni dopo” (Gv 2,1): quindi una settimana. Gesù sostituisce il Battista, il vino nuovo del vangelo sostituisce l’Antica Alleanza: il “giorno dopo” indica non tanto dal martedì al mercoledì ma la chiusura di un tempo e l’apertura di un altro tempo. Finisce il Battista e si apre Gesù; si chiude l’A.T. e inizia il N.T.

GIOVANNI STAVA ANCORA LA’=il Battista riconoscerà Gesù, l’Agnello di Dio (Gv 1,29. 36) ma non lo seguirà: lui rimarrà là, fermo nella sua posizione.

 

36e, fissando lo sguardo su Gesù che passava, disse: «Ecco l’agnello di Dio!».

FISSARE=il verbo “fissare” (emblepo) nel vangelo di Giovanni appare soltanto due volte e unicamente in questo episodio. Fissare significa svelare la realtà più profonda di un individuo. Qui Giovanni Battista fissa, cioè svela la realtà più profonda di Gesù, e poi alla fine del brano sarà Gesù che fisserà Simone, svelandone la realtà più profonda.

 

Qual’è la mia realtà più profonda? Chi sono veramente io?

Io sono un avvocato, un operaio, un contadino: ok, questo è il mio ruolo lavorativo. Ma quanti avvocati, contadini, operai, ci sono! Io sono solamente uno di tutti questi? Io sono un padre, una madre, un figlio: ok, questo è il mio ruolo familiare. Ma quanti padri ci sono! Io sono simpatico, generoso, buono, empatico: ok, queste sono delle doti che possiedo o che ho sviluppato. Ma quanti altri hanno queste doti o capacità!

Troppo spesso noi confondiamo i ruoli con l’essere: i ruoli sono le finestre, le modalità con cui il nostro essere può prendere volto, può esprimersi, ma non sono me.

La domanda più profonda è un’altra: “Chi sono io? Chi sono io nella mia essenza? Cos’è che fa di me una persona diversa da tutti gli altri e unica?”. In sostanza è la domanda sulla mia chiamata: “Chi sono io?”, vuol dire chiedersi: “Che cosa sono chiamato a portare in questo mondo”.

Se sono una matita (essere) allora la mia chiamata sarà scrivere. Se sono un aereo (essere) allora la mia chiamata sarà volare. Se sono un pesce (essere) allora la mia chiamata sarà nuotare.

Le persone cercano la propria chiamata chissà dove, ma non si tratta di cercare fuori ma dentro: quello che sei (in profondità) è la tua chiamata. Esisti per questo! Non si tratta altro di essere che ciò che sei! Tutto ciò che esiste, esiste perché è pensato, voluto da Qualcuno, perché c’è un Progetto che lo vuole. Il mondo ti vuole! Il mondo vuole te, proprio come sei tu!

Facciamo un esempio. Dio, la Vita, aveva bisogno di una matita che “scrivesse la tenerezza” nel cuore delle persone. Bene, ha creato me. Allora quando sarò avvocato cercherò di scrivere la tenerezza nel cuore delle persone che spesso sono arrabbiate; quando sarò padre la scriverò nel cuore di mio figlio e con i miei amici sarò “la tenerezza”.

Cioè, ciò che sono, ciò per cui esisto, poi prende mille forme ma sono sempre io, è la mia essenza che vive in tutto ciò che sono e faccio. Quando si vive così la propria chiamata non è nient’altro che essere se stessi (la famosa volontà di Dio e l’essere se stessi coincide!).

 

Gesù è l’agnello di Dio. L’agnello è una creatura che non ti fa male: è la tenerezza, l’amore, la bontà. Sì, è la sua chiamata: e non sarà sempre così?

Quando in croce dirà: “Dio mio, perdonali, perché non sanno quello che fanno” (Lc 23,34), non sarà “tenerezza, agnello” infinito d’amore? E quando vedeva l’adultera, la peccatrice, la samaritana, non sarà “agnello, tenerezza” infinita? E quando si rivolgerà a Dio-Abbà (=Papparino), non sarà di nuovo così? E quando racconterà le parabole del Buon Samaritano o del Figliol Prodigo, non sarà ancora così? E quando guarirà i paralitici, i ciechi, gli storpi, i lebbrosi, non sarà ancora così? Questa era la sua essenza: essere “agnello” di Dio.

E Gesù sarà così sempre: quello che era, era quello che trasmetteva. Questa è la coerenza: non è non sbagliare mai (chi vive, per forza, sbaglia!), ma trasmettere la propria essenza. Sono questo e ti “trasmetto, passo” quello che sono!

 

ECCO L’AGNELLO DI DIO=Gv presenta Gesù come l’agnello di Dio (Gv 1,36). Perché?

Nel libro dell’Esodo (Es 12), quando gli israeliti devono scappare dall’Egitto, si descrive appunto la Pasqua, la liberazione degli ebrei dalla schiavitù egiziana e qui Dio comanda, attraverso Mosè, ad ogni famiglia israelita di prendere un agnello ucciderlo e mangiarlo.

La carne dell’agnello, infatti, avrebbe trasmesso l’energia per iniziare questo cammino di liberazione verso la terra della libertà e il sangue li avrebbe preservati dal passaggio dell’angelo sterminatore che avrebbe seminato la morte.

La carne di Gesù, come quell’agnello famoso dell’Egitto, darà la capacità, la forza e l’energia per iniziare questo cammino di pienezza verso la liberazione dalla paura, dai parassiti e da tutti i demoni, e il sangue non libererà dalla morte fisica ma libererà dalla morte per sempre donando all’uomo la stessa vita divina. Per questo conferirà all’uomo una vita che è chiamata “eterna”, non tanto per la durata (per sempre), quanto per la qualità indistruttibile: nessun nemico, neppure la morte, lo vincerà più!

Per Gv Gesù è proprio così: Gesù è colui che ti dà l’energia ed è colui che ti salva dalla morte.

 

Quando a messa diciamo sempre quella frase strana: “Agnello di Dio che togli i peccati del mondo abbi pietà di noi” (e la diciamo tre volte!), ci riferiamo proprio a questo. Stiamo dicendo: Signore, tu sei la nostra forza, la nostra energia: per questo ti mangiamo. Signore, tu ci salvi, ci dai la forza di stare nella vita e non nella morte, nella fiducia e non nella paura, nel coraggio e non nel peccato.

 

37E i suoi due discepoli, sentendolo parlare così, seguirono Gesù.

SENTENDOLO PARLARE COSI’=seguono Gesù non a caso, ma perché dice, promette, fa toccare, queste cose meravigliose.

Si segue Gesù non perché qualcuno ce lo comanda o perché “bisogna”: si segue Gesù perché si è “toccato, sentito”, sperimentato quanto Lui ti faccia vivere. Lui ti rende libero; Lui ti rende te stesso; Lui ti dà la forza contro ogni nemico; Lui ti immette nella Vita, nella Gioia, nell’Amore.

Quindi questi discepoli lasciano Giovanni Battista e seguono Gesù perché dentro di sé sentono questo bisogno di pienezza di vita, di liberazione.

 

38Gesù allora si voltò e, osservando che essi lo seguivano, disse loro: «Che cosa cercate?». Gli risposero: «Rabbì – che, tradotto, significa Maestro –, dove dimori?».

CHE COSA CERCATE?=“Ti (neutro) zeteite”=”Che cosa cercate?” e non ”Chi cercate?”.

Gesù non chiede: “Chi?” ma “Che cosa cerchi?”. Infatti, se cercano pienezza di vita, se cercano la risposta al proprio desiderio di vita, di felicità, possono andare, ma se cercano onori, potere e ricchezze inevitabilmente rimarranno delusi dalla figura di Gesù.

E questa è la grande domanda che Gesù rivolge a ciascuno di noi: “Che cosa cerchi?”. Se cerchi sicurezza, una vita tranquilla, una vita senza scossoni, non seguire Gesù. Lui non dà questo. Se cerchi, invece, la libertà, l’amore vero, la vitalità, allora sì che lo puoi seguire: Lui è e dà questo.

 

Ognuno avrà secondo non più di ciò che desidera.

Se il tuo desiderio è di diplomarti, diplomato non andrai oltre. Se il tuo desiderio è fare cinque chilometri di corsa, fatti non andrai oltre. Se il tuo desiderio è mangiare panettone e bere vino, non ti metterai a leggere un buon libro.

Il desiderio ci dice il limite massimo di ciò che faremo. “Che cosa cerchi tu?”. Prova a rispondere adesso: “Che cosa cerchi tu? Che cosa desideri?”.

Un uomo è i suoi desideri. Se desideri poco avrai poco. Alcuni uomini desiderano cose: il telefono, l’auto nuova, il conto pingue in banca, un buon lavoro. Ma le cose non soddisfano il desiderio (sembra, ma non lo fanno!). Perché quando hai avuto la cosa, che fai poi?

La parola de-siderio=“disceso dal cielo (sidus)”: il vero desiderio è qualcosa di grande. Un progetto per cui appassionarsi, un sogno da realizzare, una chiamata da vivere. Non spezzare ogni tuo desiderio, perché se si chiama così significa che il tuo cuore lo vuole.

Qui Gesù dice: “Se cercate vita… pienezza… felicità… libertà… verità… umanità, allora sì che potete venirmi dietro. Io offro questo. Se cercate altro, non è questo il posto”.

 

DOVE DIMORI?=lett. è: “Dove rimani (verbo greco meno)?”; non è tanto in che via abiti ma dove stai.

I discepoli sono ad un livello di superficie e gli chiedono: “Dove stai?”, cioè: “Dove abiti?”. “Abito in via Roma, in via Napoleone, ecc”. Loro pensano ad un posto fisico, ad un luogo. Ma quel verbo (meno) è il verbo di Gv 15 dove moltissime volte Gesù dice: “Chi rimane in me (meno)… chi non rimane… se rimanete… rimanete nel mio amore” (Gv 15,5-9). Gesù parla di un rimanere diverso: il suo rimanere, abitare, non è un luogo ma è una dimensione. Si tratta di vivere e di essere in un certo modo.

E mentre i discepoli cercano il luogo dove Gesù “abita”, non sanno che Gesù “rimane” sempre dentro di loro. Loro lo cercano fuori ma Lui è dentro e rimane lì da sempre e per sempre. Tu ci sei, abiti, nella fama e nel successo o nella libertà? Tu dimori e dai sicurezza e mantenimento delle cose o vitalità e novità? Dove stai?

 

Questo è il grande passaggio della vita: smettere di cercare fuori per cercare dentro.

Le persone cercano fuori e credono: “Quando avrò quello, allora sì che sarò felice”. Ma non funziona! Perché la felicità non è avere una cosa ma essere qualcosa. Ma l’essere dipende da me.

Ovidio (nelle Metamorfosi) racconta la storia del re di Cipro Pigmalione. Questo re era anche uno scultore e un giorno aveva modellato una statua femminile, nuda, d’avorio, che egli stesso aveva chiamato Galatea, della quale si era innamorato. Questa statua era il suo ideale di donna, visto che era insoddisfatto di tutte le donne, tanto da dormirci accanto. Ma non era felice.

La felicità non è avere una cosa e neppure una persona: la felicità è qualcosa che tu crei e vivi dentro di te. Nessuno può darti sicurezza se tu hai paura, se tu sei insicuro. Nessuno ti può far felice se tu non sei felice. Nessuno può saziare il tuo amare se tu non ti ami. Nessuno ti può far sentire valorizzato se tu non percepisci il tuo valore.

C’è un uomo che si crede un topo e per questo rimane sempre chiuso in casa perché fuori ci sono i gatti. Così fa tutta una serie di sedute dallo psichiatra. Al termine l’uomo sembra veramente guarito: “Chi sei tu?”. “Sono un uomo!”. “Sei un topo, tu?”. “No, io sono un uomo!”. Così l’uomo ritorna a casa, ma non esce. Allora lo psichiatra lo richiama: “Ma cosa sei tu?”. “Non sono più un topo, dottore, io sono un uomo!”. “E perché, allora, non esci di casa?”. “Perché non so se il gatto lo sa!”.

Dentro di te c’è Dio. Dentro di te c’è tutto ciò che ti serve. Perché continui a chiedere agli altri ciò che gli altri non ti possono dare? Perché vuoi dagli altri ciò che tu non sei in grado di darti?

 

39Disse loro: «Venite e vedrete». Andarono dunque e videro dove egli dimorava e quel giorno rimasero con lui; erano circa le quattro del pomeriggio.

VENITE E VEDRETE=il luogo dove Gesù dimora non può conoscersi per una informazione, ma per una esperienza, perché Gesù dimora nella pienezza della sfera, dell’amore divino. Gesù non è una conoscenza, un’informazione ma un’esperienza.

Loro si aspettavano una risposta precisa ma qui non c’è nessuna risposta precisa: “Vuoi saperlo?” “Ti devi buttare”. Non c’è altro. Non te lo posso insegnare; non è questione di leggere un libro o di sapere delle cose. Devi impararlo tu di persona. Gesù a tutti diceva: “Vieni e seguimi” (Mc 1,17; 2,14).

 

Venite è un verbo di movimento, dinamico: non è un invito alla contemplazione ma al movimento.

Venire vuol dire: “Esco dalle mie posizioni, dalle mie idee e mi muovo”.

Quante volte si dice alle persone: “Fai quell’esperienza… prova questo corso… vai a l’incontro… vai da quella persona” ma poi le persone non fanno niente. C’è chi dice: “Ma sì, tanto ai miei problemi devo pensarci io!... ma non ne ho bisogno; cos’avrà da dirmi… nessuno ti cambia la vita… non ho tempo… l’ho già fatto una volta e non è servito”. E’ come dire: “Mi sta bene stare così!”.

Oppure: “Ho paura; e se poi è troppo?; e se poi devo cambiare?”. Come dire: “Vorrei, ma non voglio”. Certo “venire” vuol dire muoversi, cambiare, evolvere, spostarsi. E chi non vuol “muoversi” non può seguire il Signore. Perché Iddio ti vuole molto lontano dalle tue posizioni. Per questo Dio ci fa paura.

La manna è caduta dal cielo solo per gli ebrei ma non cadrà per noi. Devi muoverti, devi provarci, devi fare qualcosa. Magari la prima volta non va bene ma provaci, vai a vedere, muoviti, fai qualcosa. Certo tutto dipende da cosa cerchi. Se cerchi poco ti accontenti di quello che hai: poco!

 

Vedere=faccio esperienza, tocco con mano, vedo e allora saprò non per sentito dire ma perché ho visto”.

Gb 42,4: “Io ti conoscevo, o Dio, per sentito dire, ma ora i miei occhi ti vedono”.

Fare esperienza, vedere, è ciò che fa la differenza. Sapere tutto dell’amore è buono ma provare, vivere l’amore è un’altra cosa. Solo quando sei stato innamorato, ha vissuto gioie e patimenti, allora sì che sai cosa vuol dire amare. Essere laureati in medicina non ci fa medici. Ed essere laureati in psicologia non ci fa psicologi. E’ l’esperienza, l’incarnarsi, lo sperimentarsi che ci fa capire cosa voglia dire.

E’ come aver studiato tutto il manuale della patente: ma se non guidi, se non ci provi, se non inizi, non sai cosa voglia dire guidare un'auto.

Esperienza vuol dire: “Mi lascio coinvolgere”. Il grande pericolo è quello del Leopardi, che dalla sua finestra in quel famoso “Sabato del villaggio” guardava gli altri che giù sulle strade e sulle piazze si muovevano e vivevano: “Ma scendi giù! Buttati! Provaci!”.

 

La fede è un’esperienza.

 

La parola ex-perienza esprime bene cosa voglia dire. Ha almeno tre sensi.

  1. Ex-perì in greco vuol dire “uscire da sé (ex) per comprendere una cosa da tutti i lati (perì)”. Quello che vedi, quello che sai, è solamente un raggio di luce. Non è il sole! Un punto di vista è la vista da un punto.

Esperienza vuol dire=solamente provando, entrandoci, capisco tutti i lati di questa cosa.

 

  1. Ex-per-ire in latino vuol dire “Esco da me per viaggiare/andare/conoscere (ire) nella vita”. Devo muovermi, devo andare, altrimenti non conoscerà mai la grandezza della vita.

Experior vuol dire sperimentare, mettersi alla prova, conoscere a proprie spese, sulla propria pelle. La vera conoscenza è: “Sono andato, ho visto, toccato, sentito e adesso so”. Quante volte noi ci permettiamo di parlare di cose o persone che non conosciamo, che non abbiamo sperimentato. “Se non sai, taci; e se vuoi sapere vai a vedere”. Per la Bibbia conoscere è fare un’esperienza. Quando un uomo conosce una donna vuol dire che ha rapporti sessuali con lei. Non è niente di mentale o di razionale.

Delle farfalle ruotavano e danzavano intorno al fuoco. Ognuno faceva le sue supposizioni su cosa fosse il fuoco. Una diceva: “E’ il sole che esce di notte!”. “Ma no, è un pezzo di giorno che illumina la notte!”. “Ma no diceva un’altra: è il nemico della legna”. Erano ore e ore che discutevano su che cosa fosse il fuoco, anche se nessuna ne aveva la minima idea. Poi, ad un certo punto una ci si buttò dentro e per qualche istante divenne una stella luminosa. Allora le altre commentarono: “Adesso lei sa cos’è il fuoco!”.

 

  1. Ma ex-perire contiene anche la parola perire: sperimentare è pericoloso e in ogni caso ti “farà morire” delle certezze, delle idee, delle cose che tu pensavi”. E’ per questo che per seguire il vangelo ci vuole coraggio.

Il vangelo non è rassicurante da questo punto di vista e non ti dirà mai: “Andrà tutto liscio come l’olio”. Non è così. Dio è rassicurante perché ti dice: “Non aver paura, ci sono io!”, ma non perché garantisce: “Non avrai mai problemi o tutto filerà via bene!”.

“E’ la vita che guarisce la vita”. Solo vivendo, solo immergendosi, solo entrando dentro sentiremo e sperimenteremo cos’è la vita. Non si può conoscere una cosa standone fuori.

Tutti noi vorremo che la vita fosse un viaggio senza bufere, pericoli o rischi. E allora per questo cerchiamo di evitare il più possibile l’esperienza e il coinvolgimento. Ma la vita è coinvolgersi, entrare dentro, provarci: altrimenti non la si conosce.

Quando gli apostoli andavano da Gesù e gli dicevano: “Ma che garanzie avremo (“Ecco, noi che abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito, che cosa dunque ne otterremo” Mt 19,27)?”, Gesù rispondeva: “Nessuna!”.

Dio non ci promette una vita tranquilla, senza pericoli, “serena e in pace” (come la maggior parte della gente chiede, il che equivale a piatta).

Gesù promette intensità, vita alla grande, esporsi, vibrare, coinvolgersi, lottare, essere al centro del mondo, vittorie e sconfitte; Gesù promette la Vita (Gv 14,6; 10,10) vera e abbondante, non un viaggio turistico alle Seychelles.

Le assicurazioni fondano i loro profitti su: “Se poi succede questo: meglio che si assicuri”. Le mamme dicono: “Attento di qua! Attento di là!”. Sì giusto, ma non si può prevenire tutto. Le persone dicono: “E se poi succede questo? E se poi sbaglio? E se poi non è come pensavo?”. Possibile, tutto possibile, ma il più grande rischio è di aver vissuto senza aver vissuto.

Nel libro “Vivere, amare, capirsi”, Leo Buscaglia scriveva: “A ridere c’è il rischio di apparire sciocchi; a piangere c’è il rischio di essere chiamati sentimentali; a stabilire un contatto con un altro c’è il rischio di farsi coinvolgere; a mostrare i propri sentimenti c’è il rischio di mostrare il vostro vero io; a esporre le vostre idee e i vostri sogni c’è il rischio d’essere chiamati ingenui; ad amare c’è il rischio di non essere corrisposti; a vivere c’è il rischio di morire; a sperare c’è il rischio della disperazione e a tentare c’è il rischio del fallimento. Ma bisogna correre i rischi, perché il rischio più grande nella vita è quello di non rischiare nulla. La persona che non rischia nulla, non è nulla e non diviene nulla. Può evitare la sofferenza e l’angoscia, ma non può imparare a sentire e cambiare e progredire e amare e vivere. Incatenata alle sue certezze, è schiava. Ha rinunciato alla libertà”.

Solo la persona che rischia è veramente libera. La vita è il dono che Dio ci fa: una vita vissuta è il mio dono a Lui. E una vita sprecata è il peccato.

Se vuoi sapere cos’è il mare devi immergerti dentro: “Vieni e vedrai”.

 

Cinque uomini in un locale vedono una donna bellissima che mangia da sola. A tutti batte il cuore.

Il primo: “Cosa non farei per averla, per conoscerla. Ma se mi faccio avanti, chissà cosa potrebbe pensare! Manco la conosco. Penserà che sono un poco di buono e che ci provo con tutte”. E lasciò stare anche se gli rimase sempre il rammarico di cosa avrebbe potuto succedere.

Il secondo: “Se solo fossi bello! Se avessi qualche carta da giocarmi! Se vado lì cosa le dico? E se magari ha già un altro? E poi, io non posso ambire ad una donna così? E se poi mi dice di no?”. Così per non rischiare se “la mise via” perché, si giustificò, “non erano donne per lui quelle”.

Il terzo non vide l’ora di tornare a casa. Prese la sua chitarra e compose canzoni stupende piene di emozione, di amore e di desiderio che lei però non sentì mai.

Il quarto andò a casa, telefonò agli amici e raccontò a tutti di aver visto la donna più bella del mondo e che nessuno di loro mai avrebbe potuto capire quanto bella fosse.

E il quinto? Il quinto si alzò dal tavolo, le si avvicinò e chiese di sedersi vicino. La donna gli disse di sì e qla sera rimasero insieme, ma anche quella successiva e anche quella successiva ancora e per tutte le sere della vita.

 

ANDARONO DUNQUE E VIDERO DOVE EGLI DIMORAVA=il prologo (Gv 1) dice: “Il Lui era la Vita e la Vita era la Luce degli uomini… e il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi” (Gv 1,4.14). Dunque vanno perché attratti da questa Vita (vitalità, vibrazione) che Gesù porta e la “vedono”: Lui dimora, vive, lì. E’ l’inizio di una tappa di fusione tra Gesù e i suoi discepoli.

Adesso i discepoli vanno a dimorare con Gesù, ma poi sarà Gesù più avanti, in Gv 14,23 che chiederà ai discepoli di dimorare in loro: “A chi mi ama, io e il padre mio verremo in lui e prenderemo dimora in lui”. I discepoli vanno fisicamente da Gesù ma la vera realtà è che Gesù interiormente andrà dai discepoli: i discepoli saranno allora i nuovi Gesù.

ERANO CIRCA LE QUATTRO DEL POMERIGGIO=a che ci serve l’ora di tutto questo? Ogni indicazione che troviamo nei vangeli non è superflua, ma ha un profondo significato. Il giorno sta per tramontare (alle 6 iniziava la sera) e sta per iniziare il nuovo giorno. Con i primi discepoli che seguono Gesù inizia una nuova realtà.

Gv ricorda anche l’ora precisa: perché è quell’esperienza ha cambiato la vita di quegli uomini. E quando certe esperienze ti cambiano la vita, tu ti ricordi il luogo, l’ora, i colori, tutto.

Il primo incontro con tua moglie/marito? Si ricorda l’ora, il luogo, i vestiti, le paure e tutti i particolari! Il primo bacio, figlio, un’esperienza decisiva: si è così impressa in noi che non possiamo dimenticarcela, che rimarrà per sempre viva in noi perché è stato quell’incontro che ci ha cambiato e fatto diversi.

 

40Uno dei due che avevano udito le parole di Giovanni e lo avevano seguito, era Andrea, fratello di Simon Pietro.

UNO DEI DUE… ERA ANDREA=Andrea comparirà ancora due volte in questo vangelo, insieme a Filippo, nell’episodio della condivisione dei pani e quando dei greci chiederanno di vedere Gesù. E’ il fratello di Simon Pietro.

Andrea (Andreas=virile, coraggioso) è il fratello di Simone (Pietro) e come incontra Gesù è subito entusiasta (en-tu-siasmo=“avere un Dio dentro”). Infatti, subito dopo l’incontro va suo fratello, il famoso Simon Pietro e gli dice: “Abbiamo trovato il Messia” (Gv 1,41).

 

41Egli incontrò per primo suo fratello Simone e gli disse: «Abbiamo trovato il Messia» – che si traduce Cristo –

ABBIAMO TROVATO IL MESSIA!=osservate!, non c’è nessuna reazione, nessuna risposta e nessun entusiasmo da parte di Pietro. E’ il fratello che lo conduce a Gesù. Andrea cerca di contagiare il fratello ma non accade nulla. Tant’è vero che lo deve portare, tirare, lui da Gesù (Gv 1,42). Pietro, infatti non mostra né contentezza, né felicità, né interesse, né curiosità.

Tant’è vero dopo che Gesù gli ha detto. “Tu ti chiamerai Pietro”, che non era molto bella come cosa, visto che gli ha detto: “Tu sei testardo e duro” (al che Pietro poteva dirgli: “Ma se nemmeno mi conosci!”), Pietro non fa neppure una parola, non dice nulla: totalmente indifferente.

 

In questo vangelo emerge il ruolo degli intermediari.

Il Battista fa da intermediario per Andrea e l’altro discepolo (1,37). Andrea poi diventa intermediario per suo fratello Simon Pietro (1,41-42). Il giorno dopo Gesù incontrerà Filippo e Filippo sarà intermediario per Natanaele (1,43-46).

Uno incontra qualcosa di bello, di grande, di intenso, di vero e ti invita: “Vieni anche tu a vedere!”.

E’ così: hai incontrato qualcosa che ti fa felice: vuoi che anche gli altri lo siano. Hai incontrato qualcosa che ti fa vivere: vuoi che anche gli altri sentano quanto sia vitale. Hai incontrato qualcosa di vero: vuoi che anche altri respirino questa verità e questa luce.

La vera evangelizzazione, la vera missione, avviene per contagio: “Oh, sapessi cos’ho incontrato!? Vieni anche tu!”. E gli altri ci vengono non per chissà quali motivazioni ma perché sentono tutto il tuo entusiasmo, la tua gioia, la tua energia e quanto a te abbia fatto bene tutto ciò.

E io? Io devo fidarmi. Perché non provare? Perché non sperimentare?

A volte le persone dicono: “No, no, grazie, non è per me!”. Ma se non ci hai neanche provato? Non è che non è per te, è che tu hai paura, è che tu temi di metterti in gioco, che tu sei già morto dentro.

 

42e lo condusse da Gesù. Fissando lo sguardo su di lui, Gesù disse: «Tu sei Simone, il figlio di Giovanni; sarai chiamato Cefa» – che significa Pietro.

FISSANDO LO SGUARDO SU DI LUI=fissare lo sguardo vuol dire svelare la realtà più profonda, entrare dentro, leggere il mistero di una persona, scoprirne le profondità. Gesù guarda Pietro e lo vede dentro: lui “è” ancora discepolo del Battista.

E Gesù lo inquadra subito: “Ti chiamerai Pietro”: ma quanto corazzato, duro, impenetrabile sei?

Cosa ci fa capire tutto questo? Per seguire Gesù bisogna lasciarsi entusiasmare, bisogna lasciarsi prendere, bisogna appassionarsi. La sua chiamata riguarda il cuore non la mente.

 

Guardate le nostre liturgie: “Ma secondo voi siamo gente appassionata?... Gente entusiasta? Siamo felici di essere qui?... Si vede tutta la nostra energia?... Dov’è l’emozione?... La vitalità?”.

Le persone dicono: “Ma perché non c’è più gente in chiesa?”. E’ una buona domanda. Ma dovremo, forse, chiederci: “E perché uno dovrebbe andarci?”, se questo è il clima.

 

TU SEI SIMONE, IL FIGLIO DI GIOVANNI=qui c’è l’articolo determinativo, “Il” figlio significa che è figlio unico. Ma qui abbiamo visto che Simone ha un fratello: Andrea. Per cui Giovanni non può essere il nome del padre di Simone e di Andrea.

Cosa vuol dire allora “il figlio di Giovanni”? E chi è questo Giovanni? E’ Giovanni Battista. Anche Simone, detto Pietro, era discepolo di Giovanni Battista, anzi era il discepolo ideale, il discepolo modello per questo Gesù lo chiama “il figlio”. Per questo Pietro farà una fatica immane a credere in Gesù: dovrà lasciar andare, perdere, il suo credere in Giovanni Battista, al quale aveva aderito, che aveva seguito con tutto se stesso, per poter credere in Gesù. Dovrà perdere un “Dio” per trovare un altro “Dio”.

SARAI CHIAMATO CEFA=pietra, sasso; il nome Pietro indica il suo carattere duro, cocciuto, testardo.

Per ora questo soprannome legato a Simone rimane misterioso ma andrà svelandosi lungo tutto il vangelo perché vedrà sempre questo discepolo essere contrario, essere in opposizione a quello che Gesù farà.

E osserviamo: mentre ad Andrea e all’altro discepolo Gesù aveva detto: “Venite e vedrete”, quindi li aveva invitati a seguirlo, a Pietro Gesù non dice questo. Perché? Perché Gesù lo ha “fissato”, ha visto cioè che Pietro è rimasto ancora il discepolo di Giovanni. Gesù sa che non può seguirlo: sì Pietro lo accompagnerà (perché è attratto dalla Vita di Gesù) ma il suo cuore è ancora legato al Battista.

E quando Gesù chiederà a Pietro di seguirlo? Solamente alla fine del vangelo (Gv 21,19), dopo la resurrezione, Pietro sarà pronto, cioè libero, liberato dalla religione precedente, per seguire Gesù.

 

 

L’esperienza non è ciò che accade a un uomo.

E’ ciò che un uomo fa di ciò che accade a lui.