Domenica 19 settembre 2021

Dal vangelo secondo Marco 9, 30-37

9,30Partiti di là, attraversavano la Galilea, ma egli non voleva che alcuno lo sapesse. 31Insegnava infatti ai suoi discepoli e diceva loro: «Il Figlio dell’uomo viene consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno; ma, una volta ucciso, dopo tre giorni risorgerà». 32Essi però non capivano queste parole e avevano timore di interrogarlo.

33Giunsero a Cafàrnao. Quando fu in casa, chiese loro: «Di che cosa stavate discutendo per la strada?». 34Ed essi tacevano. Per la strada infatti avevano discusso tra loro chi fosse più grande. 35Sedutosi, chiamò i Dodici e disse loro: «Se uno vuole essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servitore di tutti». 36E, preso un bambino, lo pose in mezzo a loro e, abbracciandolo, disse loro: 37«Chi accoglie uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me; e chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato».

Parola del Signore

                                                                                            

 

9,30Partiti di là, attraversavano la Galilea, ma egli non voleva che alcuno lo sapesse.

Tutti i brani del vangelo di Mc di queste domeniche hanno un dato in comune: la difficoltà di Gesù con i suoi discepoli che non vogliono sapere chi egli è e qual è il suo programma.

 

31Insegnava infatti ai suoi discepoli e diceva loro: «Il Figlio dell’uomo viene consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno; ma, una volta ucciso, dopo tre giorni risorgerà».

INSEGNAVA=Gesù sta dicendo qualcosa d’importante. Tra l’altro Gesù parla chiaramente, direttamente. Non sta parlando, ad esempio, in parabole. E’ chiaro, diretto.

Insegnare=didasko. Questo verbo è solo di Gesù perché solo lui sa utilizzare le categorie del passato per veicolare la sua originalità. Quando i discepoli, invece, insegnano, prendono la categoria del passato (ad esempio “Messia”) e la applicano con il significato passato (Messia=figlio di Davide). Facendo così non sanno cogliere la totale novità e originalità di Gesù. Per cui, nei vangeli, Gesù insegna (didasko), mentre i discepoli predicano (kerysso) ma non insegnano.

IL FIGLIO DELL’UOMO: Gesù non parla mai di sé come del Messia, figlio di Davide, ma come di un Messia Figlio dell’uomo, cioè dell’uomo veramente realizzato nelle sue massime potenzialità.

Dicendo il Figlio dell’Uomo, Gesù non parla solamente di sé ma di qualunque altro che, come Lui, vivrà così, alla sua maniera, portando l’umanità nel mondo: come Lui, avrà la stessa sorte.

Gesù è il Figlio di Dio in quanto rappresenta Dio nella sua condizione umana. Gesù è il Figlio dell’Uomo in quanto raffigura l’uomo nella sua condizione divina.

 

Chiedete alle persone che cosa Dio voglia da noi. Vi diranno un sacco di cose strampalate:     preghiere (mai Gesù ci ha chiesto questo!), digiuni (neppure questo ci ha chiesto), sacrifici e penitenze (non c’è scritto da nessuna parte), ecc. Ma nel vangelo cosa ci chiede Gesù? Di diventare il meglio di noi. Il Figlio dell’Uomo è l’uomo pienamente realizzato.

Allora quando andremo di là (lo racconta Martin Buber) Dio ci farà solamente due domande. Non mi chiederà: “Perché non sei stato Mosè?”, oppure: “Perché non sei diventato Abramo, Giacobbe, Elia?”. Per noi potrebbe essere: “Perché non sei diventato qualcuno, importante, di successo?”. Ma semplicemente, a me Marco, mi dirà: “Marco, sei stato Marco?”. E poi la seconda: “Sei stato Marco al 2%... al 5%... o al 100%?”. Cioè: “Sei diventato pienamente te stesso?”. Hai sviluppato tutte (o almeno molte) delle capacità, delle risorse, dei sogni, delle possibilità che potevi sviluppare (sei diventato cioè Figlio dell’Uomo)?   O – il dramma delle persone – ti sei accontentato?”.

 

VIENE CONSEGNATO NELLE MANI DEGLI UOMINI=c’è una contrapposizione qui tra il Figlio dell’uomo (che aspira ad essere uomo del tutto, totale) e gli uomini che, invece, non aspirano a questa pienezza. E sono proprio questi che lo uccidono.

MA UNA VOLTA UCCISO=non solo si uccide Gesù, ma si condanna un modello di uomo e di umanità.

Per fare questo utilizzeranno la morte più infamante per togliere ogni credibilità a Gesù.

DOPO TRE GIORNI RISORGERA’=ma perché risorge solo dopo tre giorni? Prima non poteva?

Non è questione di cronologia (gli servono tre giorni per risorgere) ma di teologia. Gesù è risorto subito, solo che nella mentalità ebraica la resurrezione avveniva al terzo giorno. Si diceva così: “L’anima del morto per tre giorni (fin tanto che si possono vedere i tratti fisionomici) è presente, poi se ne va”.

Noi abbiamo ancora quest’idea farisaica del tempo. Se chiedete alle persone quando verrà la resurrezione, vi diranno (per chi ci crede!): “Alla fine dei tempi!”. E nel frattempo? Aspettiamo tutti in sala d’attesa?

 

32Essi però non capivano queste parole e avevano timore di interrogarlo.

ESSI PERO’ NON CAPIVANO=perché non capiscono? Non è che non possono: non vogliono!

Perché capire voleva dire rimanere delusi. Loro vedevano Gesù e si dicevano: “Ecco il re potente che da secoli ci aspettiamo”, e già vedevano nella loro testa armi, esercito, giustizia, forza, potere. Solo che Gesù non è così!

 

Vangelo vuol dire “buona nuova”: il vangelo non viene rifiutato perché è buono ma perché è nuovo, perché ti fa vedere delle cose che tu non vorresti vedere, perché ti fa rendere conto di certe cose di cui non ti vorresti rendere conto. Quindi, per questo è meglio “non capire, non ascoltare”.

Arriva a casa la ragazzina di 14 anni e dice alla mamma: “Mamma, ho un amichetto” (è la madre che mi riferisce la cosa). “Bello” - dico io - “sta crescendo! E tu (dico io rivolto alla madre) cosa le hai chiesto?”. “Niente! Ho fatto finta di non sentire”. Come niente! Una cosa così importante! Già è una fortuna che te l’abbia detto! Se fai così, te lo dirà la prossima volta? Ma perché è meglio non capire? Perché se “capisci”, ti rendi che la tua bambina non è più tua; che prima eri tu al primo posto… e adesso ci sono degli altri; che le cose cambiano anche se tu non vorresti, ecc.

Due uomini si incontrano. Uno dice all’altro: “Henry come sei cambiato! Eri tanto alto e adesso sei così basso! Eri così robusto e ora sei magrissimo! Eri tanto biondo e ora sei castano. Cosa ti è successo Henry?”. E l'altro risponde: “Non sono Henry, sono John!”. “Oddio Henry, hai cambiato anche nome”.

Gesù non è quello che noi vorremmo: Gesù è Gesù. Lui è sempre “nuovo”, Lui spazza via le nostre false idee su di Lui, sulla nostra vita e sulla realtà: meraviglioso… ma anche fastidioso!

 

E AVEVANO PAURA DI INTERROGARLO=perché hanno paura di chiedergli le cose? Perché hanno paura che Gesù confermi i loro dubbi, che cioè Lui non è come quello che loro sperano che sia.

Quindi non è che non capiscano le parole (certo che le hanno capite; ricordate Pietro domenica scorsa!) ma che non accettano le parole e soprattutto la missione di Gesù.

 

33Giunsero a Cafàrnao. Quando fu in casa, chiese loro: «Di che cosa stavate discutendo per la strada?».

QUANDO FU IN CASA CHIESE LORO=il verbo è interrogare (ep-erotao), “Non lo fate voi, lo faccio io!”: visto che loro non lo fanno, è Gesù stesso che lo fa.

DI CHE COSA STAVATE DISCUTENDO PER LA STRADA?=discutendo è dialoghizo=dialogare.

Perché Gesù dice “per la strada”? Cos’era successo nella strada? Gesù aveva detto che il suo messaggio, la parola, è un seme seminato (anche) nella strada (Mc 4,4). Ma nella strada non era nato niente! Quindi Gesù ha capito bene che non sono d’accordo.

 

34Ed essi tacevano. Per la strada infatti avevano discusso tra loro chi fosse più grande.

ED ESSI TACEVANO=tacciono per il senso di colpa: sanno di aver fatto qualcosa che Gesù non approva.

DISCUSSO=Gesù aveva chiesto “di che cosa avete dialogato, parlato” ma invece loro non hanno dialogato, hanno “discusso”, si sono infervorati, arrabbiati, appassionati!

Ci sono due bambini che giocano. Uno fa il prete e l’altro il chierichetto. Quello che fa il prete comanda all’altro: “Dammi questo… dammi quello… fai quello… fai quell’altro…”. Ad un certo punto il “chierichetto” si stanca e gli dice: “Io adesso sono il vescovo. Tu sei un prete e mi obbedisci”. Allora l’altro risponde: “D’accordo tu sei il vescovo e io sono il Papa!”.

TRA LORO CHI FOSSE IL PIU’ GRANDE=ecco il loro interesse, il loro tarlo. Loro sono presi dalla loro ambizione, dal desiderio di essere “famosi, qualcuno”, di essere più degli altri, di essere migliori.

Che Gesù stia manifestando la sua sofferenza, la preoccupazione per la sua possibile sorte, che Gesù manifesti i suoi timori, il suo terrore per la scelta rischiosa che ha fatto, che Gesù esprima le sue paure a loro, gli amici più vicini e più cari… ma chi se ne frega! Loro hanno in mente tutt’altro.

 

E’ una legge della vita: se tu non sei libero non hai spazio per nessun altro se non che per te.

Un uomo che ha scoperto che suo figlio di un anno ha un grosso problema cardiaco incontra un amico e gli dice la cosa. L’amico gli dice: “Ah sì, mi dispiace (e fin qua va bene!), sapessi mio figlio: è stato operato quando aveva 6 mesi…” e per mezz’ora gli parla di sé. Non era libero, non poteva ascoltarlo.

Arriva il figlio a casa da scuola: “Papà, voglio smettere di andare a scuola…”. “Siamo a metà anno e tu ci vai fino alla fine. E’ il tuo dovere: io lavoro e tu vai a scuola”. Non è libero, non può ascoltarlo, non può chiedergli: “Cosa c’è che non va?” perché è incatenato da altro (ad esempio la paura di sfigurare se suo figlio lascia la scuola).

Quand’ero seminarista un giorno dissi al mio padre spirituale: “Io non ho voglia di andare a messa d’estate… tutti i giorni… non mi dicono niente…”. “Non se ne parla neanche: sei un seminarista!”. Non era libero (doveva troppo difendere i rigidi suoi schemi mentali) e non mi ha ascoltato. E lì imparai una cosa: a messa continuai ad andarci ma da lui no (perché non sapeva esserci per me).

 

E un’altra legge della vita dice: “Ognuno parla sempre di sé”.

Quando si parla degli altri in realtà si parla di sé. Ascoltate i discorsi che la gente fa sul mondo, sui vicini e sui parenti: saprete poco di tutta quella gente ma molto di chi fa i discorsi.

Qui i discepoli hanno parlato di chi è il più grande tra di loro. Forse non hanno trovato una risposta ma sappiamo che tutti avevano un ego marcato, un narcisismo molto elevato.

Un giovane un giorno arrivò in una nuova città e chiese ad un vecchio: “Com’è la gente di questa città?”. E il vecchio: “Com’è la gente della città da cui vieni?”. “Orgogliosa, attaccabrighe, avara e ladra. Non vedevo l’ora di andarmene!”. “Anche questa”, disse il vecchio. Dopo un’ora arrivò un altro giovane e incontrò il solito vecchio e gli disse: “Com’è la gente di questa città?”. E il vecchio: “Com’è la gente della città da cui vieni?”. “Buona, gentile, dolce, solidale, sorridente: mi è dispiaciuto tanta lasciarla”. “Anche questa”, rispose il vecchio.

Gesù che ha l’amore dentro pensa e vede positivo. Loro hanno dentro l’ambizione, il successo, la gloria e non possono che vedere questo.

 

35Sedutosi, chiamò i Dodici e disse loro: «Se uno vuole essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servitore di tutti».

SEDUTOSI=è la posizione di chi insegna. Ve lo vedete Gesù!? Cos’ha fatto finora? Insegnato! E cosa deve fare adesso? Insegnare ancora! Perché questi proprio non vogliono capire! Avrebbe potuto arrabbiarsi con loro: “Ma voi non capite proprio niente!”. E, invece, Gesù si siede e riparte. Dà loro una nuova opportunità. Noi: “Te lo dico una volta e poi basta!”. Lui: “Ci vuole tempo per imparare”.

 

CHIAMO’ I DODICI=ma sono in casa! Perché li deve chiamare? Da quante stanze è fatta una casa ebraica? Da una… e piccola! Perché li deve chiamare? Mica erano in altre stanze!

Mc non dice: “Gesù disse” ma “Gesù chiamò” i Dodici. Perché? Perché i Dodici lo seguono ma non lo accompagnano. Cioè fisicamente vanno con lui, fanno la strada con lui, ma nel cuore non sono in sintonia con lui, non sono ac-cordati con lui. Sì, gli sono vicini fisicamente ma la loro mentalità è lontana, altrove.

Gesù dice: “Io (e quindi anche voi se siete miei discepoli) sono venuto per servire, per amare”. Loro, invece, pensano soltanto ad essere serviti, ad essere amati, ammirati, stimati. Gesù si fa ultimo (per non essere superiore a nessuno) loro vogliono farsi primi (per essere superiori a tutti). Per questo li deve chiamare: “Venite qua! Ma dove siete!?”.

SE UNO VUOL ESSERE IL PRIMO=protos. Loro avevano parlato “del più grande”, Gesù parla invece del “primo”. Ma il primo in cosa? Nell’essere il più vicino a Gesù.

Gesù qui dice: “Se uno vuol essere vicino a me (primo), cioè fare come me, sia il servitore di tutti”. Quindi nella comunità di Gesù non ci sono quelli più importanti ma quelli più vicini a Gesù, che sono semplicemente quelli che più si avvicinano a Lui, perché fanno come Lui.

SIA L’ULTIMO DI TUTTI E IL SERVITORE DI TUTTI=qui Gesù non vuol dire che dobbiamo essere meschini, inferiori, delle nullità. Gesù si è mai fatto servitore? Ha mai fatto questo? Sì, sempre, ma soprattutto una volta, nella lavanda dei piedi.

Il compito di lavare i piedi era riservato agli esseri inferiori nei confronti di quelli superiori. Era la moglie che lavava i piedi al marito, il figlio al padre e i discepoli al proprio maestro.

I discepoli vogliono fare Gesù re: Gesù mostra, invece cos’è la vera regalità. Gesù fa un lavoro da servi perché i servi si sentano signori. Nella comunità di Gesù non ci sono gerarchie, ranghi o superiori: tutti sono signori per farsi servi degli altri. Gesù non si abbassa ma innalza gli altri.

 

SERVI=scelta (e non schiavi=obbligati):

  1. il servo è colui che si mette a servizio. Noi lo chiamiamo l’amore.

Chiedete alle persone cos’è l’amore. Cosa vi diranno? Vi diranno un sacco di cose che gli altri devono fare per noi: “Avere rispetto; non tradire la mia fiducia; onorarmi; stare con me; darmi valore; non essere geloso; non essere possessivo”, ecc, tutte cose che gli altri devono fare a noi.

Ma è questo l’amore? O l’amore vero non è piuttosto quello che io devo fare per gli altri. Ecco l’amore vero: “Io mi metto al tuo servizio; io voglio che tu divenga il meglio di quello che tu puoi diventare; io credo in te; io voglio che tu faccia la tua strada e che tu sia felice anche se mi abbandonerai”. Questo è l’amore di servizio, questo è l’amore che serve.

David Rosenhan nel 1973 fece questo esperimento: fece ricoverare degli individui perfettamente sani in 12 diversi ospedali psichiatrici con la motivazione (falsa) di sentire delle voci inesistenti. Quindi vennero ricoverati come matti. 1. Non lo erano; 2 tutte le persone agirono perfettamente da persone normali (com’erano).

Ebbene: nessuno degli operatori né tanto meno i medici si accorse della loro normalità. Gli unici che sospettarono che fossero sani furono gli altri pazienti matti!

Com’è possibile? Per gli operatori e per i medici erano matti: il resto non lo videro. Credevano in quello e per loro erano così. Quello che tu vuoi che sia, è.

Se tu non credi in tuo figlio, lui non crederà in sé.

Amare mio figlio è credere dentro di me e dirmi: “Diverrà grande… si realizzerà… lascerà questa casa e me… non avrà più bisogno di me perché sarà autonomo… sarà felice più di me”.

Amare una persona è credere dentro di sé, è essere convinti: “Lui ce la farà… Non so dove arriverà ma arriverà lontano… Io vedo in lui ciò che ancora lui non vede di sé”.

Un figlio quindicenne ha scritto a suo padre questa lettera: “Se tu credi in me perché mi dici che da grande non troverò lavoro? Se tu credi in me perché mi dici: “Questo non si fa così… ma si fa così”? Se tu credi in me perché mi dici: “Lascia stare che faccio io”? Se tu credi in me perché non mi dici, e dico almeno una volta!: “Che bella cosa!... Come l’hai fatto bene!... Bravo!”? Se tu credi in me perché mi dici: “Accontentati!” e mi fai capire che è meglio rinunciare ai propri sogni. Se tu credi in me perché mi dici: “Punta un po’ più in basso così non sarai deluso!”? Se tu credi in me perché mi dici: “Non è per te!”? Ma che ne sai tu se è o no per me? Se tu credi in me perché mi dici: “Stai attento” e sembra che gli altri vogliano sempre e solo fregarmi? Come faccio a pensare che tu credi in me quando tu dici alla mamma: “Ma sei scema! Ma non capisci niente!”. Sì, tu dici di credere in me… ma io non lo sento.

 

  1. Il servo non ha nessuno sotto di sé: non si sente più (e neanche meno) di nessuno. Essere servi allora è non sentirsi più (e a neanche meno) di nessuno, né superiori né inferiori a nessuno.

Cosa facciamo invece noi? Quando qualcuno non ci va lo abbassiamo: lo giudichiamo, lo mettiamo in luce il negativo, troviamo sempre qualcosa che non va. In realtà lo stiamo abbassando al nostro livello. E quanto male parliamo degli altri dice nient’altro a quale livello siamo noi e non dove sono gli altri.

 

36E, preso un bambino, lo pose in mezzo a loro e, abbracciandolo, disse loro:

E PRESO UN BAMBINO=che ci faceva accanto a lui? Se non avesse avuto bisogno di chiamarlo in causa non avremmo saputo che c’era. Questo ci dice che con Gesù, oltre ai discepoli, c’era sempre una grande quantità di persone, che i vangeli raramente riportano.

E PRESO UN BAMBINO=paidion=ragazzino, garzone. Indicava un individuo che non ha nessuna importanza, nessun potere. Il ragazzino è realmente nella società ebraica del tempo l’ultimo.

E dove lo mette Gesù? In mezzo. Ma chi ci stava in mezzo? Gesù. Quindi Gesù lo mette al suo posto. Qual è la caratteristica del bambino (soprattutto in quella società)? Che non aveva nessun potere. Non poteva dire, fare nulla, se non quello che gli altri gli dicevano di fare.

ABBRACCIANDOLO=Gesù, cioè, si identifica con lui, con gli ultimi della società, con l’amore senza potere.

 

37«Chi accoglie uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me; e chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato».

Ma perché un bambino? Per noi è il simbolo della tenerezza, dell’amore, della vulnerabilità, (e ci sta tutto questo). Ma dobbiamo contestualizzare la figura del bambino al tempo di Gesù. Un bambino a quel tempo non contava nulla perché non aveva potere su nulla. Il bambino in quella società non dominava né comandava nessuno. Lui non aveva potere. “Così dovete essere, dice Gesù, bambini (non infantili!). Cioè: non usate il potere con nessuno”.

E Gesù si identifica con il bambino, cioè con l’uomo senza potere: “Chi accoglie uno di questi bambini nel mio nome, accoglie me e colui che mi ha mandato” (Mc 9,37).

 

Qual è il allora il vero potere? Il vero potere è non avere potere. Il vero potere è l’amore perché l’amore non ha potere.

Se ha potere è dominazione. Un ragazzino sta guardando fuori dal corridoio del treno. “Vieni dentro a sederti”, dice la mamma. “No!, mi piace qui”. “Vieni dentro!”, urla la mamma. “No!”. Allora la mamma esce, lo prende per un braccio, lo porta dentro e lo mette a sedere: “E adesso stai fermo lì”. Il bambino non parla più. Dopo un po’ la mamma gli dice: “Hai visto che sei venuto dentro!”. “Il mio corpo è qui ma il mio cuore è ancora lì fuori”. La madre aveva potere sul suo corpo ma non sul suo cuore.

“Io sono tuo padre e tu lo fai”: forse lo farà, sarà costretto, ma solo perché tu sei più forte.

“Qui nella mia azienda si fa così. Se non ti va bene, te ne vai”: forse lo farà, ma perché ha bisogno di lavorare.

Potere è gestire gli altri; tenerli in pugno, farli girare attorno a sé. Un ragazzo è pazzamente innamorato della una ragazza. Quando si mettono d’accordo per trovarsi ad un’ora, supponiamo alle 9 di sera, lei non si sa mai quando arrivi. A volte alle 9 e mezza, a volte alle dieci. E se lui le dice qualcosa, lei gli risponde: “Se mi ami, mi aspetti e hai pazienza”.

Potere è far sentire in colpa perché così si tiene legati l’altro a sé e lo si manipola. C’è un ragazzo che ogni volta che torna a casa tardi sua madre gli dice: “Ma mi lasci sola?... Ma sai quanto io soffro per aspettarti?... Ma non pensi a me?”. Dovrebbe rispondergli: “No!”, ma non ce la fa. La madre facendo così cerca, usando la sua sofferenza, di dirigerlo come vuole lei.

Quando dico “no” a qualcuno che vuole (pretende) il mio ascolto e il mio aiuto, a volte le persone mi dicono: “Per gli altri sì che hai tempo… sarebbe la tua missione questa… e che sei prete!”. Stanno tentando di estorcermi, con il senso di colpa, ciò che loro vogliono.

Potere è fare silenzio. Allora l’altro non sa cosa io voglio, penso, decido: lo tengo in pugno. In una coppia quando litigano lui si chiude in un silenzio interminabile. Lei, dopo qualche giorno, ovviamente deve cedere e così non si può mai affrontare un problema, visto che lui non parla. Con il suo silenzio, lui ha trovato il modo per evitare di mettersi in discussione.

Ci sono tanti modi per utilizzare il proprio potere e far fare agli altri quello che si vuole: fare il broncio… alzare la voce… avere una crisi di nervi… stare sempre male… manipolare… sedurre… cercare di avere sempre ragione… minacciare l’altro.

Lo si può fare con il pianto. C’è una bambina che ogni volta che vuole qualcosa in un negozio se la madre non glielo compra, lei urla come un’ossessa. La madre teme il giudizio della gente e cede. Ha capito come ottenere ciò che vuole.

Potere è fare la vittima. Una volta dissi ad un amica: “Guarda mi piacerebbe tanto passare da te e fermarmi. Ce la metto tutta”. Poi, invece, ci furono degli imprevisti e non riuscii a passare. Quando la chiamai per telefono per dirle che non ce l’avevo fatta, lei mi disse: “Preferisco che tu non mi prometta più niente piuttosto che darmi una delusione”. Usava il suo vittimismo per colpirmi: “Non sei venuto, io ci sono stata male e adesso mi vendico”.

Potere è pretendere senza chiedere. Si vuole che l’altro ci legga in faccia senza aprirci. Lei: “Sarebbe bello se mi massaggiassi un po’!” (pretesa senza richiesta). Lui: “Sarebbe bello se tu ti prendessi cura di me, ogni tanto; non lo fai mai” (pretesa senza richiesta). Lei si sente rimproverata, non all’altezza: “Se non ti vado bene, puoi andartene quando vuoi” (tentativo di far sentire in colpa). Lui ferito, in collera, si alza e va a dormire in un’altra stanza.

Potere è sminuire l’altro: sottolineo la tua incapacità e mi metto sopra un piedistallo. Tra marito e moglie, lei: “Dimmi una volta che nell’intimità tu hai preso l’iniziativa!” (lui si sente un’incapace)…; oppure: “Ma sei capace di mangiare? Ti sei sporcato ancora una volta la camicia!... Se fosse per te questa casa sarebbe un porcile…”.

Potere è voler aiutare gli altri senza che loro lo chiedano: gli altri si sentono usati o dei burattini. Un uomo sa che sua sorella è senza lavoro. Cerca dappertutto, poi le trova un posto nella sua azienda. Fa veramente uno sforzo. Lei inizia il lavoro ma è svogliata, non le piace. Così lui è costretto a licenziarla. Lei lo accusa: “Prima mi prendi e poi mi lasci a casa”. Lui: “Vedi cosa succede se fai del bene agli altri, ecco qua!”. Non aiutare qualcuno che non lo vuole. Se lo fai stai andando contro di lui.

 

Uso il mio potere non verso di te, per non farti fare quello che voglio io. Perché so che il potere usato verso di te è solo dominazione e manipolazione. Uso il mio potere per me, per fare della mia vita ciò che desidero. Perché il potere non usato verso di me è solo giustificazione e delega.

 

Jimi Hendrix: “Quando il potere dell’amore supererà l’amore per il potere si avrà la pace”. L’amore vero, quello che dà pace e pienezza, l’amore di Gesù, è amare senza potere.

 

Un giorno il discepolo chiese al maestro la differenza fra il potere e l’amore. Il maestro: “Il potere vuole che tutto ciò che esista, esista per sé. L’amore vuole che tutto ciò che esista, esista in sé”.

 

 

Con o senza amore

La povertà senza amore, ti rende orgoglioso.

L'intelligenza senza amore, ti rende perverso.

La giustizia senza amore, ti rende implacabile.

La diplomazia senza amore, ti rende ipocrita.

Il successo senza amore, ti rende arrogante.

La ricchezza senza amore, ti rende avaro.

La docilità senza amore, ti rende servile.

La bellezza senza amore, ti rende ridicolo.

L'autorità senza amore, ti rende tiranno.

Il lavoro senza amore, ti rende schiavo.

La semplicità senza amore, ti sminuisce.

La preghiera senza amore, ti rende introverso.

La legge senza amore, ti schiavizza.

La politica senza amore, ti rende egoista.

La fede senza amore, ti trasforma in fanatico.

La croce senza amore, diventa una tortura.

La vita senza amore, è priva di gioia