Domenica 14 aprile 2013

Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Giovanni 21,1-19.


Dopo questi fatti, Gesù si manifestò di nuovo ai discepoli sul mare di Tiberìade. E si manifestò così:
si trovavano insieme Simon Pietro, Tommaso detto Dìdimo, Natanaèle di Cana di Galilea, i figli di Zebedèo e altri due discepoli.
Disse loro Simon Pietro: «Io vado a pescare». Gli dissero: «Veniamo anche noi con te». Allora uscirono e salirono sulla barca; ma in quella notte non presero nulla.
Quando gia era l'alba Gesù si presentò sulla riva, ma i discepoli non si erano accorti che era Gesù.
Gesù disse loro: «Figlioli, non avete nulla da mangiare?». Gli risposero: «No».
Allora disse loro: «Gettate la rete dalla parte destra della barca e troverete». La gettarono e non potevano più tirarla su per la gran quantità di pesci.
Allora quel discepolo che Gesù amava disse a Pietro: «E' il Signore!». Simon Pietro appena udì che era il Signore, si cinse ai fianchi il camiciotto, poiché era spogliato, e si gettò in mare.
Gli altri discepoli invece vennero con la barca, trascinando la rete piena di pesci: infatti non erano lontani da terra se non un centinaio di metri.
Appena scesi a terra, videro un fuoco di brace con del pesce sopra, e del pane.
Disse loro Gesù: «Portate un po' del pesce che avete preso or ora».
Allora Simon Pietro salì nella barca e trasse a terra la rete piena di centocinquantatrè grossi pesci. E benché fossero tanti, la rete non si spezzò.
Gesù disse loro: «Venite a mangiare». E nessuno dei discepoli osava domandargli: «Chi sei?», poiché sapevano bene che era il Signore.
Allora Gesù si avvicinò, prese il pane e lo diede a loro, e così pure il pesce.
Questa era la terza volta che Gesù si manifestava ai discepoli, dopo essere risuscitato dai morti.
Quand'ebbero mangiato, Gesù disse a Simon Pietro: «Simone di Giovanni, mi vuoi bene tu più di costoro?». Gli rispose: «Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene». Gli disse: «Pasci i miei agnelli».
Gli disse di nuovo: «Simone di Giovanni, mi vuoi bene?». Gli rispose: «Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene». Gli disse: «Pasci le mie pecorelle».
Gli disse per la terza volta: «Simone di Giovanni, mi vuoi bene?». Pietro rimase addolorato che per la terza volta gli dicesse: Mi vuoi bene?, e gli disse: «Signore, tu sai tutto; tu sai che ti voglio bene». Gli rispose Gesù: «Pasci le mie pecorelle.
In verità, in verità ti dico: quando eri più giovane ti cingevi la veste da solo, e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti cingerà la veste e ti porterà dove tu non vuoi».
Questo gli disse per indicare con quale morte egli avrebbe glorificato Dio. E detto questo aggiunse: «Seguimi».

                                                                                      

 

Se si legge questo vangelo come storico, come narrazione di cos'è fisicamente accaduto non se ne viene fuori. Troppe stranezze, troppe cose che non tornano.

I discepoli, che erano pescatori e quindi sapevano bene il fatto loro, pescano tutta la notte senza prendere niente e poi quand'è mattina - e tutti sanno che non si pesca di mattina - prendono un enormità di pesci?! I discepoli che erano stati tre anni con Gesù non lo riconoscono quando lo vedono. Com'è possibile? Quando hanno il Signore davanti non si accorgono che è lui - avevano rischiato la vita e abbandonato tutto quello che avevano per lui, figurarsi se non lo conoscevano! - e poi Giovanni se ne accorge da lontano? Perché Pietro si cinge la veste, si mette il vestito, prima di buttarsi in acqua? Quando vai a fare il bagno ti vesti prima di buttarti in acqua? Che senso ha? Perché bisogna buttare la rete proprio dal lato destro? Avevano contati i pesci per cui ne sapevano il numero preciso? Gesù chiede se hanno qualcosa da mangiare, se hanno del pesce, e poi quando scendono a riva lui ha già preparato tutto, con tanto di pesce alla brace? E se la colazione è già pronta perché gli chiede di portare un po' di pesce? I discepoli insieme non riescono a trascinare la rete a riva, tanto è piena di pesci, ma poi Pietro ce la fa da solo?

 

Ti alzi la mattina, ti vesti, fai colazione al volo, porti i bimbi a scuola e poi vai a lavorare. Se ti va bene fai mezz'ora di coda, se ti va male, c'è da porconare soprattutto se bisogna timbrare il cartellino in orario.

Al lavoro sembra una giungla: ci sono pericoli dappertutto. Al capo bisogna sempre mettere paletti altrimenti quello ti sfrutta e "ti ciuccia" fino all'osso; dei colleghi non ci si può fidare perché appena possono "te la mettono lì"; ma bisogna anche reggere il palco per cui bisogna anche sorridere e far finta di niente. Vorresti parlarne con qualcuno, ma non sai mai se fare bene o se fare peggio. Vorresti cambiare lavoro, ma andrai in meglio?

Poi si torna a casa: i bambini vorrebbero la loro attenzione, la moglie vorrebbe la sua, la casa ha bisogno delle sue attenzioni e delle tue pulizie, il cane pure. Così quando arrivi a casa riparte un'altra giornata. Che se poi ci si mette il vicino "rompiballe" perché il tuo cane abbaia o la suocera che esige che tu la porti a fare gli esami in ospedale, è proprio un disastro.
Così non vedi di l'ora di dormire: finalmente pausa! Ma come metti la testa sul cuscino già un altro incubo si profila: oddio, domani è un altro giorno! Allora se ti è rimasto un po' di cervello non puoi che chiedertelo: ma devo vivere per tutta la vita così? Ma bisogna adattarsi a tutto questo?
Ma che gusto c'è nella vita? Quanti di noi sono contenti del lavoro e dell'ambiente di lavoro? Quanti di noi sono contenti della propria vita? Molti si adattano... ma contenti, contenti?
Eccoci qua, siamo come gli apostoli. C'è da andare a pescare: nessuno ha voglia. Ma lavorare bisogna; vivere bisogna; fare questo bisogna; fare quell'altro anche. Si va avanti perché "bisogna": ma che vita è? Dov'è il gusto della vita? Non c'è entusiasmo fra gli apostoli in quella mattina; non c'è entusiasmo a volte in nessuna delle nostre mattine.

Che tristezza: uno fa una cosa e tutti lo seguono. "Vado a pescare", dice Pietro (21,3) e tutti che dicono: "Veniamo anche noi" (21,3). Tutti hanno una cosa: vuoi non averla anche tu? Adesso va di moda il navigatore: vuoi non averlo? Adesso c'è il videofonino: sei uno "sfigato" se non ce l'hai. Come!?, tuo figlio non fa uno sport? Come!?, non hai l'abbonamento a Sky? Come!?, non vesti Diesel?

Qual è il modello a cui tutti ambiscono? Lavorare lui e lei, avere una bella casa, uno o due figli, una vita tranquilla, avere qualche soldo per le vacanze; lui poter avere una "buona" auto e lei permettersi un "buon" vestito. Una volta almeno c'era chi pensava a diventare prete, ad andare in missione, ad essere un hippy, a diventare un politico non corrotto, a lottare per un mondo migliore o diverso. Una volta c'erano altre possibilità, oggi sembra che ci sia un'unica strada che tutti devono percorrere e percorrerla alla stessa maniera.

E' questo che ci fa tristi: facciamo tutti le stesse cose. E' come avere un unico vestito, taglia 38, e lo produci per tutti. Tu hai 2 anni: taglia 38! Ma è troppo grande! Non importa! Pesi 95 chili: taglia 38! Ma non ci sto dentro! Non importa, sforzati.

La gente si sente tranquilla perché "è come tutti", ma non si accorge di aver venduto l'unica cosa che possedeva: l'individualità, il proprio volto. Fate i preti in maniera diversa? Vi diranno che siete "fuori"! Come genitori scegliete che i vostri figli non facciano orario prolungato perché è assurdo che studino così tanto? Vi prenderanno per matti. Come persone decidete che sabato e domenica non si lavora? Vi prenderanno per "fuori dalla realtà".
Se fate come tutti, il branco, la società vi accetta, altrimenti vi esclude, vi giudica, vi mette al bando. Ma fare come tutti è essere nessuno; fare come tutti è rinunciare a se stessi. Fare come tutti ti protegge dal giudizio e dall'essere sotto i riflettori, ma produce il vuoto. Perché per fare come gli altri devi rinunciare a te, a ciò che ti diversifica dagli altri.

In quella notte non presero nulla (21,3). Sentite il vuoto, il nulla, l'assurdo di quelle vite.
C'è una coppia: lei non ama lui e ha un altro uomo. Lui, che si sente in colpa per averla tradita nel passato, si alza tutte le mattine con il desiderio folle che lei si reinnamori di lui e con la paura terribile di essere lasciato. Così accetta tutto e si fa calpestare nella sua dignità, perché, dice lui, "senza di lei non posso vivere". Ma che vita è questa?

Una donna ha una figlia malata di anoressia. La figlia si fa aiutare da una psicologa che la sollecita urgentemente a distaccarsi dalla madre, altrimenti lì dov'è muore veramente. La figlia lo fa (esce di casa), ed esce pure dall'anoressia. Oggi sta bene ed è una persona realmente guarita. La madre la querela e le fa causa giudiziaria perché "meglio una figlia morta che via di casa". Ma quanto vuoto ci dev'essere dietro una vita così? Quanto "bisogno di figlia", quanta dipendenza, deve vivere una donna così?

Fate questa domanda alle persone: "Perché vivi?".

Alcuni non sapranno cosa dirvi e faranno silenzio.

Altri vi diranno risposte a cui neppure loro credono. Qualcuno vi dirà: "Per i figli". E quando i figli crescono? Perché quando i figli crescono: o ci si attacca a loro come delle sanguisughe, ed è ovvio perché sono la ragione per cui viviamo e senza di loro non c'è ragione; oppure si ha finito di vivere.

Poche persone possono dire di sé: vivo per realizzare il potenziale che Dio ha messo dentro di me; vivo e metto tutte le mie energie per fare questo mondo migliore e più vero di quello che è; vivo perché la gente possa essere se stessa; sono un terapeuta dell'anima: vivo per disseppellire l'anima dalle persone; vivo perché le persone possano credere che possono essere liberi; sono un balsamo per molti cuori sofferenti (Etty Hillesum); sono una matita nelle mani di Dio (Madre Teresa); voglio essere per gli uomini l'amore (Teresa di Lisieux).
La gente non crede che si possa essere felici. Crede che "bisogna tirare avanti", che "bisogna accontentarsi", che "bisogna farsela andare bene", che "bisogna prendere quello che viene". Sentite quanta tristezza si nasconde dietro queste parole: rassegnazione, vuoto, sconforto.

Nel vangelo arriva Gesù ma loro non lo vedono (21,4). E' sempre così: Dio c'è già, ma tu non lo vedi, quindi non c'è.

Lui chiede: "Hai qualcosa da mangiare?" (21,5). C'è qualcosa che nutra la tua vita? Se tu sei onesto devi rispondere: "No" (21,5). E' l'ammissione che non siamo felici, che ci sentiamo vuoti, che siamo depressi, che siamo frustrati, che alzarsi la mattina è faticoso e che dormiremo sempre.

Non si può risolvere il problema che non esiste: se non ammetti, accetti, di avere un problema non lo puoi risolvere. Quindi la prima cosa da fare è potersi dire: "Così non va!". E ci vuole coraggio per farlo.

Ci illudiamo, fingiamo di stare bene: "Ho il lavoro, ho la casa, ho i figli, non mi manca niente" e ci attacchiamo all'illusione di stare bene. Così indossiamo la maschera del Mulino Bianco, della famiglia felice. Invece dentro tutti muoiono di solitudine, di insoddisfazione, di rabbia, di vuoto.
Bisogna ammettere di essere ammalati per guarire, che io, e non gli altri, sono ammalato.

Dio non ci cambia la vita come pensiamo noi. Ce la cambia, ma non come pensiamo noi.
Noi pensiamo così: una mattina succederà un miracolo, un evento dal cielo, una cosa incredibile e la vita ci cambierà in un attimo all'improvviso. Vinceremo al Superenalotto e tutti i nostri problemi spariranno. Troveremo la frase magica o la soluzione che in un colpo solo ci risolverà tutti i nostri problemi.

Gesù li manda nel mare: ma c'erano già stati. Solo che adesso li manda con un comando ben preciso: "Gettate la rete dalla parte destra della barca e troverete" (21,6).
Gesù ti ri-manda nella tua vita e non ti dice di cambiare lavoro, vita, di andare in Africa o chissà dove.

La destra, per gli antichi, era la parte consapevole, mentre la sinistra quella inconsapevole (tutto ciò che era sinistro una volta lo si equiparava al male o come pericoloso). "Fai le cose di prima, le stesse, ma adesso in maniera consapevole". Non vivere più con la testa fra le nuvole; fatti domande, osservati, guardati, vedi come reagisci, chiediti cosa vuoi da te e cosa ti appassiona.
Invece di fare come fanno tutti inizio a chiedermi: "Io cosa voglio? Io di cosa ho bisogno? Cosa mi va di accettare e cosa non mi va di accettare? Mi sta bene questa cosa?". E poi mi osservo in maniera consapevole per vedere come agisco, come parlo, come mi muovo, cosa avviene dentro di me: "Quali dinamiche mi muovono? Quali paure ho dentro che mi fanno pensare e agire in una certa maniera? Quali traumi hanno prodotto le porte chiuse della mia esistenza? Che cosa mi blocca? Sono autentico? Quali maschere ho addosso?". Solo una vita consapevole può produrre felicità. E devo dare un nome, il suo nome, ad ogni cosa. E poi ancora: "In che cosa io sono unico? Che cosa mi attrae nel profondo (perché lì dove c'è il tuo cuore lì c'è il tuo tesoro)? Per che cosa voglio vivere e per che cosa non mi interessa vivere?

Quanto sono disposto a giocarmi, ad espormi, a rischiare?".

L'illusione della gente è che ciò che ci riempie sia fuori (21,3). Ma ciò che riempie le nostre reti, ciò che ci fa cantare dalla gioia, ciò che ci fa sentire fratelli uniti e amati dallo stesso Dio, ciò che ci rende così vivi da tessere lodi e inni per la nostra vita, ciò che plasma l'energia enorme che abbiamo dentro, non è fuori ma dentro.

Devi fare contatto con te; devi andare dentro di te; se vuoi che le reti (l'anima) siano piene devi stare con te e con il Dio che ti abita. Devi conoscerti, non devi scappare di fronte ai tuoi mostri, ma familiarizzare con loro, non devi nasconderti i tuoi istinti ma farteli amici, devi essere il padrone della foresta che è il tuo mondo interno e devi trovare il sacro tempio della Vita (Dio).

Fu questo il miracolo degli apostoli. Trovarono Dio nella loro vita ordinaria, di tutti i giorni. E la loro vita non fu la stessa, perché tutto cambiò.

Nel vangelo Giovanni è il discepolo che Gesù amava (21,7): se non ami Gesù, se non ami, se non sei attratto da ciò che hai dentro, se non desideri fare silenzio e incontrarti, non potrai mai "vedere" il Signore. Finché Giovanni fa quello che da sempre faceva (pescatore) all'improvviso si rende conto: "E' il Signore!" (21,7).

La nostra vita inizierà a cambiare il giorno in cui, pieni di entusiasmo, di stupore, di meraviglia, di sorpresa, potremo anche noi dire: "E' il Signore!".

Ragazza ribelle di venticinque anni che ha creato un sacco di problemi ai suoi genitori (veramente attenti a lei). Lei stessa non sa perché, ma fa di tutto per rendergli la vita complicata. Ha fumato "roba pesante", è ingestibile, all'università non va avanti. Si sente in colpa, ma è più forte di lei. Poi un giorno scopre, con l'aiuto di una persona, il suo problema: a un anno sua madre l'ha abbandonata perché suo padre ha fatto un grave incidente in auto. Per un anno ha vissuto con la nonna. Così lei, che ha dovuto ingoiare un boccone amaro, ha vissuto facendogliela pagare e tutt'ora continua a farlo. Capito ciò che è successo, pianto, espressa la disperazione della bimba e la rabbia, adesso è cambiata: non c'è più ostilità, non c'è più rabbia. Finalmente non sente più "quella bestia nel cuore" che l'ha sempre tormentata. Adesso può dire: "Questo sì che è vivere!". "E' il Signore!": lei lo può dire. Ha incontrato Dio in questa esperienza e lo ha visto con i propri occhi.

Un uomo rifiutato dai suoi genitori, cacciato di casa e a cui hanno preferito il fratello, si è così indurito da non provare più niente. Vive così per non soffrire, ma vive all'inferno. Poi un giorno, non a caso ma grazie al suo desiderio di cambiare, ritorna a sentire la tenerezza, l'amore, la gioia, la tristezza, accetta le carezze e torna a commuoversi. "Questa è vita! E' il Signore!".
Poterlo "vedere" (non pensarlo), percepirlo, sentirlo, nei piccoli eventi di tutti i giorni: una risposta diversa che do, una cosa nuova che inizio, un "no" che finalmente riesco a dire, una paura che riesco ad ammettere, uno "scusa" che riesco a pronunciare, un lasciarmi andare alle emozioni, un'idea creativa e pazza a cui do spazio, un comportamento controcorrente, un incontro che non mi aspettavo, un tramonto o una passeggiata che mi riempiono, uno sguardo o un sorriso di mio figlio, una complicità con mia moglie, ecc, e poter dire: "E' il Signore!".
La gente cerca Dio nelle visioni, nelle apparizioni, perché non "lo vede" nella propria vita. Per questo lo cerca fuori. Ma Dio, se appare, ti incontra nella chiesa della tua anima. A volte tutto questo cercare di fare esperienze religiose è più segno di mancanza di fede che del contrario.
Dio c'è se lo vedi. Altrimenti è un'idea che hai in testa: forse sì, forse no. Se lo "vedi" non c'è più alcun dubbio. Se "non lo vedi" credi a qualcosa che non conosci.

Pietro rappresenta la chiesa. Pietro è il primo Papa e chi scrive il vangelo di Gv lo sa. Pietro nel vangelo è l'uomo razionale, efficiente, che non da molto spazio al cuore.

Solo Giovanni vede il Signore. Era già successo (20,1-8): le idee, la struttura, senza l'amore, senza il cuore, senza la vita, "non vedono" il Signore.

Pietro è la chiesa che stancamente, senza iniziativa, nel suo conservatorismo va a pescare, ma non può pescare nulla perché vive nella routine, nell'abitudinarietà.

Pietro deve "bagnare" (21,7) la propria presunta sicurezza. E' troppo rigido, è troppo fermo nei suoi schemi mentali e quando sei fissato su idee vecchie, su posizioni di paura, sul conservare e non sul rinnovare, allora ti immobilizzi, muori dentro. La vita è "morbida": ogni rigidità la fa morire.

E' per questo che si veste (21,7): che senso ha vestirsi prima di buttarsi in acqua? Deve vestirsi, deve cioè far fare alla propria autorità (vestito), al proprio ruolo, alla propria funzione, un bagno di umiltà, un bagno di morbidezza. (I preti una volta sapevano tutto; i preti detenevano la verità; quello che diceva il prete era "Dio". A volte noi, la chiesa, ci poniamo ancora così: "Abbiamo Gesù Cristo quindi abbiamo la Verità". Il vangelo direbbe: "Tutti in acqua!, a fare un bagno di umiltà!"). Pietro deve immergersi nel suo mare, deve affrontare le sue paure, deve riconoscere le proprie rigidità: solo così può essere capo di una barca (chiesa) che porta frutto e che rimane viva nel suo spirito.

E' Pietro che sale sulla barca (che è la chiesa). E' lui che trae a terra (21,11) la rete piena di 153 pesci. Pietro (il Papa) ha il compito di condurre la chiesa (la rete tratta a terra). 153 è la somma del quadrato (100), del triangolo (28) e della sfera (25): Dio, la resurrezione, accorda gli strumenti stonati, elimina le lacerazioni impossibili, integra ciò che per noi è in contrasto (quadrato, triangolo, sfera). Questo numero dice: Dio è ciò che armonizza l'impossibile per gli uomini; è ciò che ti fa fare quello che non credi di essere in grado di fare e che ti fa vincere ciò che ti sembra invincibile. Dio è più forte di ogni contrasto, contraddizione e opposizione.
Dio infatti non può far niente senza l'uomo. Sì, è sempre Dio che fa (21,9: Gesù ha già acceso il fuoco con il pesce sopra), ma non può far niente senza la chiesa e senza gli uomini (21,10: "Portate un po' del pesce che avete preso or ora").

La chiesa (Pietro) dovrà sempre interrogarsi e monitorare bene ciò che dice e ciò che professa. Nel testo noi non riusciamo a cogliere la profondità di ciò che avviene.
Gv usa due versi agapao e filein. L'agape è l'amore libero, incondizionato, non possessivo. Il filein è l'amore dell'amicizia. Potremmo tradurre così il dialogo. La prima volta Gesù chiede: "Mi ami?" (21,15: agapao). Pietro: "Sì, ti voglio bene" (21,15: filein). Seconda volta: "Mi ami?" (21,16: agapao). Pietro: "Sì, ti voglio bene" (21,16: filein)". Terza volta: "Mi vuoi bene" (21,17: filein). Pietro: "Signore, tu sai tutto; tu sai che ti voglio bene" (filein).
Le prime due volte Gesù chiede alla chiesa (Pietro) se "ama (agapao) il Signore più degli altri" (21,15). La chiesa, allora, non è il luogo dei perfetti o dei puri, è il luogo dell'amore. Non c'è chiesa se non c'è amore vero, profondo, intenso e umano. Di fronte a certe situazioni la chiesa si erge a giudice: "Tu puoi, tu non puoi; funerale a te sì, funerale a te no; comunione a te sì, comunione a te no; tu sei coppia, tu no". Ma la chiesa non può mai dimenticare che il suo compito non è di giudicare, di stabilire, ma di amare. E il Signore la interroga più volte su come "sta con l'amore". Se non è "più degli altri", nel senso che lei c'è per questo, non è chiesa, non è comunità di Cristo.

La chiesa deve sempre porsi questa domanda: "E' amore ciò che dico, ciò che faccio"? Solo questo le dà il diritto di dirigere il gregge del popolo di Dio ("pasci i miei agnelli" 21,15).
E la chiesa deve sempre riconoscere di essere in deficit d'amore. "Mi ami?" chiede Gesù; "Ti voglio bene", risponde Pietro. Pietro è consapevole che il suo amore non è del tutto vero. La chiesa non deve chiudere gli occhi sul fatto che anche lei ha bisogno di crescere, di mettersi in gioco, di rinnovarsi, di ammettere le proprie zone d'ombra e di falsità e che a volte chiama "amore" altre cose.

La chiesa deve sempre rimanere vigile su sé stessa, altrimenti tradisce il Signore. Quando Gesù mette in dubbio perfino l'amore di Pietro (la terza volta usa filein e non agapao, 21,17), Pietro deve riconoscere che per tre volte proprio lui ha rinnegato il Signore (18,27). Tre volte ha detto di no al Signore e tre volte il Signore lo interroga sulle sue motivazioni vere e profonde.
Gesù dice a Pietro: "Tu che condurrai la chiesa devi guardare bene le tue motivazioni profonde e vere. Non puoi pensare di essere esente dall'egoismo, dal narcisismo, dalla gelosia, dalla competizione solo perché tu sei Pietro, guida della chiesa e discepolo di Gesù. Non puoi pensare che paura, istinti, pulsioni, bisogni, desideri, ferite, non ti tocchino; non puoi prescindere dalla tua umanità e cedere all'illusione che tutto questo non ti riguardi". Se vivi in quest'illusione, te lo ricordo (e gli fa tre domande!), mi tradisci, ti tradisci. Tu sei anche questo, sii consapevole e vivi con gli occhi aperti.

E poi Gesù chiude: "Quando eri giovane ti cingevi la veste da solo e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio un altro ti cingerà la veste e ti porterà dove tu non vuoi" (21,19). La veste, l'abbiamo già detto, è il ruolo, la posizione di Pietro.

Come c'è un tempo (gioventù) dove tu decidi dove andare e cosa fare e un tempo (vecchiaia) dove non sei più tu a decidere dove andare e cosa fare, così tu Pietro, tu chiesa, devi decidere la direzione della tua strada, ma anche lasciarti condurre dove Dio e il corso della storia ti portano.
"Seguimi!" (21,19) su questa via. Lascia che sia Dio a portarti anche se non sai dove stai andando, anche se non vorresti andarci, anche se resisti con tutte le tue forze.
Ciascuno di noi vorrebbe decidere per la propria vita, tenerla in pugno e stabilire lui dove andare.
Ma fede è lasciare spazio a Dio: lasciati condurre, lasciati portare, lascia che sia Lui a dirigere la tua vita.

E chi lo dice che Dio non voglia rovesciare la tua vita? E chi lo dice che Dio non voglia qualcosa di grande da te? E chi lo dice che Dio non ti faccia lasciare il lavoro, le amicizie, le tue idee, perfino la tua religione, per seguirlo? E chi lo dice che Dio non ti faccia guarire? E chi lo dice che Dio non cambi radicalmente il tuo carattere e ti faccia una persona completamente diversa? E chi lo dice che Dio non scombinerà la tua vita e le tue idee? tu pensi a te come sposato, moglie, figli... e magari la tua vita sarà del tutto diversa!

Dovunque mi condurrai, io ti seguirò.

Questo che Gesù dice a Pietro, rappresentante della chiesa, ha un peso enorme. E chi lo dice che un giorno cristiani e musulmani non si ritroveranno insieme nell'unica chiesa di Dio? E chi lo dice che la chiesa non debba restringersi, ridursi a piccolo resto, per essere fermento vivo? E chi lo dice che Dio non ci stia conducendo verso un rinnovamento meraviglioso, mentre noi continuiamo a lamentarci che "non è più come una volta" (per fortuna!)? E chi lo dice che un giorno Dio non ci condurrà in situazioni che oggi magari neppure immaginiamo (Le donne celebreranno? I preti potranno sposarsi? I divorziati potranno confessarsi?)? E chi lo dice che oggi ci sia meno fede? E chi lo dice che la gente non abbia più bisogno di Dio (soprattutto oggi)? Dovunque mi condurrai, io ti seguirò.


Mi guardo attorno e dico: "Sei Tu!".
Tu ci sei, Tu sei qui.