Domenica 21 aprile 2013

Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Giovanni 10,27-30.

Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono.
Io do loro la vita eterna e non andranno mai perdute e nessuno le rapirà dalla mia mano.
Il Padre mio che me le ha date è più grande di tutti e nessuno può rapirle dalla mano del Padre mio.
Io e il Padre siamo una cosa sola».

                                                                             

Questi sono gli ultimi versetti di un lungo discorso detto del "buon pastore" che Gesù fa nel capitolo 10 di Gv. Mentre gli altri vangeli hanno le parabole, il vangelo di Gv è pieno di immagini: "Io sono la vita, la strada, la vigna, il buon pastore, l'acqua viva, il pane, la porta". In questo discorso Gesù si definisce come il buon Pastore.

In queste poche parole è racchiusa l'esperienza viva che i primi cristiani, in mezzo a persecuzioni, lotte, conflitti, maldicenze e difficoltà, facevano: chi ascolta e segue il Signore non teme nulla. Perché nessuno ti può rapire, strappare dalla sua Mano.

"Le mie pecore ascoltano la mia voce e mi seguono".

 

La maggior parte delle persone scambia l'udire con l'ascoltare. Udire è percepire un suono: è fisiologico. Posso udirti ma non per questo ascoltarti. Ascoltare, invece, è poter sentire quanto, ciò che odo, provoca in me e attorno a me. Ascoltare è porre attenzione, è un atto consapevole.
A livello fisiologico l'orecchio è il responsabile dell'orientamento spaziale e della coordinazione dei movimenti di una persona. L'orecchio è l'organo dell'equilibrio, del verticalizzarsi. (Quando poniamo attenzione per percepire un suono il nostro corpo si erge, si drizza. Per tendere l'orecchio il corpo si verticalizza!). L'ascolto determina e amplia il nostro sistema nervoso. Tutti quelli che sono nervosi e isterici hanno bisogno di ascoltarsi e di far silenzio!.
L'auricologia sa che nell'orecchio c'è tutto l'uomo (come negli occhi o nel piede).
Il bambino nel grembo materno ascolta, sente: se non ha ricevuto le vibrazione affettive necessarie (esperimenti di Tomatis), attraverso il contatto, il tono della voce e la vibrazione psichica materna, rischia di restare per il resto della vita un mutilato psichico.

Come uno ascolta così parlerà. Come uno ascolta così camminerà, canterà ed agirà. Da come tu parli, ma ancor di più da come tu ascolti io capirò chi sei. Mio nonno diceva: (chissà come avrà fatto ad arrivare a tale consapevolezza?): "Non fidarti mai di chi non sa ascoltarti".
Non si può diventare adulti, maturi, cresciuti, senza la capacità di ascoltare se stessi e l'altro. Da come ascoltiamo noi ci evolviamo. Quello che ascoltiamo ci costruisce. Perché il nostro orecchio è la conchiglia con la quale noi costruiamo il nostro interno.

Se la bocca ci fa crescere facendoci introdurre cibo, l'orecchio ci fa crescere facendoci introdurre l'ascolto. E' l'organo che ci fa imparare perché introduce dall'esterno ciò che non c'è in noi.

Abbiamo due orecchie e una bocca perché dovremmo ascoltare molto di più e parlare molto di meno. Abbiamo due orecchie e una bocca perché abbiamo bisogno almeno del doppio di cibo dell'anima (dell'orecchio) rispetto al cibo del fisico (bocca). Se vuoi imparare, non hai alternativa: ascolta!. Non è un caso, allora, se si dice che la fede nasce dall'ascolto: dall'ascolto non dall'aver udito tante parole religiose!

Una delle espressione più usate nella Bibbia è: "Hanno orecchi per udire, ma non odono" (Ez 12,2).
Ogni giorno udiamo milioni di suoni ma quanto ascoltiamo?

Alcuni santi si sono convertiti di fronte ad una parola ascoltata. Alcuni di noi, invece, hanno letto la Bibbia intera più volte e il vangelo migliaia di volte ma non è successo niente. Perché? Udire è percepire un suono; ascoltare è farlo ri-suonare in noi, che vibri le corde della nostra anima.
Nella realtà quasi nessuno ascolta nessun altro. Se la madre ascoltasse suo figlio potrebbe non solo sentire il suo pianto ma avvertire che dietro c'è il bisogno di affetto, di presenza, di stare insieme e non solo capricci. Se il padre ascoltasse sua figlia potrebbe percepire che quando gli dice: "Papà stai con me", gli sta dicendo: "Papà stai con me perché ho bisogno del tuo amore". Se mi ascoltassi di più potrei scoprire che io sono un villaggio di voci e di personaggi tutti da conoscere che vivono nella scena della mia anima. Se mi ascoltassi di più potrei cercare meno in giro risposte per la mia vita e iniziare a trovarle in me. Chiaramente è molto comodo trovare qualcuno che dia la risposta alla mia domanda: non costa niente! Ma la sua risposta viene da lui mentre la domanda è mia. Vuoi una cosa: cercala. Se ascoltassi di più potrei non udire solo le parole degli altri ma entrare in contatto con il loro animo.

Se ascoltassi di più potrei percepire che il silenzio parla. Se ascoltassi di più potrei accorgermi che la realtà non è come quella che ho in testa io ma quella che è realmente, che ho davanti.

Se mi ascoltassi di più non condurrei una vita così assurda. Gli uomini conducono una vita assurda (ab-surdus) perché non si ascoltano, perché non sentono più le esigenze dell'anima, i richiami del profondo, i richiami perfino delle esigenze fondamentali: sono sordi! E se uno è sordo tutto è possibile!

Se sapessi ascoltare sentirei la profondità e la forza del vangelo; sentirei l'energia e la potenza vulcanica di queste parole.

E invece noi udiamo tutto: voci che entrano e che escono, ma non si fermano, non creano vibrazioni, non si sedimentano. Siamo chiusi.

Quando siamo stati battezzati, il sacerdote ha fatto un gesto: ci ha toccato le orecchie e le labbra (rito dell'Effatà, Apriti). Sta a dire: "Ti auguro e fa' in modo che le tue orecchie siano sempre aperte perché tutte le mie parole non ti serviranno a niente se saranno tappate". "Perché -chiesero al maestro- di fronte alla tua parola alcuni cambiano vita e altri neppure sono toccati?". "Dipende dalle orecchie!". Orecchio, ozen, vuol dire apertura. L'orecchio è aperto?
Se non c'è l'ascolto siamo come Pietro che colpisce con una spada l'orecchio del servo del sommo sacerdote e gliela recide (Gv 18,10-11; Lc 22,50-51). Se non ascoltiamo e se non ci ascoltiamo, se non comprendiamo gli eventi, se non abbiamo l'intelligenza spirituale della situazione allora "tranciamo" giudizi affrettati su avvenimenti e persone di cui non vediamo il senso profondo, parliamo a sproposito e giudichiamo (che vuol dire proprio separare, tagliare): è il vaniloquio, il parlare per niente, solo perché si ha una bocca ma non un'anima.
Chi non ascolta giudica e giudicherà. E più un uomo giudica e più certamente non è capace di ascolto, di ascoltarti e di ascoltarsi.

"Io le conosco ed esse mi seguono".

Conoscere per noi è sapere chi è uno, dove abita, quanti anni ha e cosa fa nella vita. Ma che conoscenza è questa? E' una conoscenza di dati, di informazioni, una conoscenza da carta d'identità.
Per la Bibbia, invece, conoscere è fare un'esperienza, incontrare, sentire, percepire. Quando un uomo conosce una donna, nella Bibbia, nasce un figlio: hanno cioè, un incontro sessuale. Conoscere è sperimentarti, incontrarti.

Ti conosco non perché so chi sei o dove abiti o cosa fai nella vita. Ti conosco se ti sento, se avverto ciò che sei dentro, ciò che provi, ciò che vibra in te. Ti conosco se ti incontro, se colgo ciò che ti abita, ciò che sta in te, ciò che vive in te.

Le persone credono di conoscersi solo perché hanno un sacco di informazioni su di sé o sugli altri. E' come dire: conosco cos'è la birra perché ho letto sulla bottiglia l'etichetta "birra". Ma conoscere la birra è berla, sentirla, gustarla e riconoscerne il sapore.
Molte persone chiamano conoscenza un'idea mentale. Sapere che tu ti chiami "Luca Rossi" non è conoscerti. Sapere che tu sei uno studente non è conoscerti. Sapere che abiti a Padova o che sei il figlio di "Sergio Rossi" non è conoscerti.

Allora: ti conosco se ti sento dentro, se ti sperimento, se sento la tua vibrazione interna. Conosco la parola di Dio non se la so a memoria ma se ne sento la vibrazione in me, se avverto in me la potenza e la forza, se mi coinvolge e penetrandomi mi cambia. Perché la vera conoscenza ti cambia. Non conosco mio figlio quando so che materia avrà domani a scuola, ma quando avverto il suo stato d'animo, cosa prova e cosa vive dentro. Conosco il mio partner non perché riconosco la sua faccia ma se ascolto cosa vive dentro di lui, se riesco a percepire e a cogliere cosa ha dentro, e cosa provoca tutto questo in me. Mi conosco se sono in contatto con ciò che freme e si muove, con i miei turbamenti e con i miei slanci, se percepisco le tonalità, le onde del mio mare interiore; mi conosco se mi permetto di percepirmi e di ascoltarmi.

"Le mie pecore non andranno mai perdute e nessuno le rapirà dalla mia mano".
Arpazo vuol dire rapire, strappare via, prendere, rubare: siamo tutti percorsi da questa paura di essere strappati via. E' la paura e l'angoscia di perdere la propria vita e quella dei cari; di essere uccisi per strada, in treno, alla stazione o in aereo; la paura di uscire di casa e la paura che qualcuno entri in casa; la paura che qualche malintenzionato rapisca i nostri figli; la paura di perdere la faccia, la fama, il prestigio o i soldi. In certi giorni ho paura perfino di quello che potrà dire il vescovo, il mio capo, la gente, gli altri. In certi giorni ho paura di essere pazzo, matto, di aver sbagliato tutto.

Ma se io mi ancoro in Lui, cosa mi può fare paura?

Se tu ti ancori nei soldi, ti possono essere sottratti e lo saranno. Se tu ti ancori nell'amore del coniuge o del figlio, stai attento perché lo sai già: di certo ti sarà sottratto. Se tu ti ancori in quello che gli altri possono dire di te, ti costringi a vivere nell'ansia, a controllare ogni tuo movimento, a chiederti sempre: "Andrà bene? Piacerà?", e comunque avrai sempre nemici. Se tu ti ancori sulla salute, sul fatto che oggi non hai bisogno di nessuno, stai attento perché verrà il giorno in cui tu non basterai più a te stesso. Se tu ti ancori sulla tua vita, sappi che certamente ti verrà strappata da una signora chiamata "morte".

Di quale cosa puoi dire: "E' mia"? Pensa a qualunque cosa e prova a dirle: "Tu sei mia". E poi chiediti: "Ma è proprio vero?". E fallo con qualunque persona. Di quale persona puoi dire: "Questa mi appartiene, questa nessuno me la può rubare"? Dov'è che puoi ancorarti in profondità? Dov'è che puoi trovare un terreno che terrà, che non ti scivolerà via da sotto i piedi lasciandoti cadere nel buio e nel vuoto?

Dio non vuole la morte dell'uomo, ma permette che ci sia perché possiamo imparare che l'unica certezza è Lui. E siccome l'unica cosa sicura è Dio, la morte (che ha un senso per Dio) ci insegnerà ciò che non vogliamo imparare né fare in vita: abbandonarci a Lui.
Quello che dobbiamo imparare, in un modo o nell'altro, lo impareremo. Verrà un giorno in cui, ci piaccia o no, dovremo lasciare tutto e abbandonarci a Lui, dovremo semplicemente fidarci di Lui. Verrà un giorno in cui non potremo più contare più su di noi, in cui non potremo più controllare tutto e tenere tutto sotto il nostro controllo, ma dovremo solo stendere le nostre mani e rimetterci nelle Sue mani. Per molti di noi quel giorno è la morte. La morte è un'esperienza che dobbiamo fare non solo perché ci toccherà, ma perché è un'esperienza religiosa: "Non ho più nulla, se non Te. Mi fido e mi lascio andare".

Mi rendo conto che per trovare la felicità, la vita vera, devo rinunciare al tentativo di trattenere qualcosa per me, perché tutto mi sarà strappato: perderò tutto, ma proprio tutto. Seguire Gesù è accettare che si frantumi l'illusione di poter avere o possedere qualcosa. Nulla è mio, ma io sono di Dio. Mi fa male, mi lacera accettare questa verità; mi lacera perché in me c'è l'illusione di avere potere su qualcosa. E, invece, non ho potere su nulla.
Guardo alle cose: "Vi uso, ma non siete mie. Che stupido sarebbe attaccarmi a voi!". Guardo al mio compagno e gli dico: "Ti amo, ma non sei mio". Guardo a mio figlio e gli dico: "Ti amo visceralmente, ma non sei mio". Guardo alla mia vita: "Ti amo, voglio vivere intensamente e per molto tempo, ma non sei mia".

Questa verità all'inizio mi brucia, e più sono un uomo attaccato, possessivo, dipendente da tutto ma non da Lui e più mi fa soffrire. Ma essa è la fonte della libertà; è la fonte della verità e dell'amore. Perché piano piano questa verità togliendomi tutto ciò in cui confidavo e che mi illudeva mi dona l'unica realtà che esiste, che esisterà per sempre e che terrà: Dio.
"Io sono di Dio"; "tu sei di Dio"; "mia moglie, mio figlio, il mio amore sono di Dio". Allora io mi sento nel palmo della mano di Dio e lì sono al sicuro, perché sento che è l'unico posto dove mi posso riposare e fidare, dove non ho nulla da temere, nulla di cui aver paura. A me non appartiene niente, ma io appartengo a Lui, e questo basta.

Io vorrei alzarmi la mattina con questa luce: "Siccome non possiedo nulla, nulla mi può essere sottratto. Siccome non possiedo nulla, ma appartengo a Dio, nulla mi fa paura".
Quando mi alzo la mattina e mi ripeto le parole della Sapienza (11,24): "Se avessi odiato qualcosa - dice Dio - non l'avrei neppure creata", sento che una profonda pace e fiducia scende in me. Sento che tutte le paure svaniscono, sento che non ho più paura di vivere, sento che posso vivere.

Chi ha paura di vivere è perché ha paura di morire; e chi ha paura di morire ha paura di vivere. Chi ha paura di vivere è perché è attaccato a qualcosa e teme di perderla; chi ha paura di morire è perché non conosce ancora Dio e non ha ancora capito chi è Lui.

Questa era l'esperienza del Risorto, l'esperienza dei primi cristiani. I primi cristiani dicevano: "Ci potete uccidere; potete fustigarci; potete deriderci, considerarci pazzi, prenderci in giro e umiliarci ma non ci potete togliere la vera vita, la vita eterna, Dio. Potete sottrarci la libertà, ogni possedimento, la faccia sociale, la reputazione, ma non potete toglierci la nostra dignità: noi siamo Suoi. Nessuno ci può strappare dalla Sua mano".

Chi vive così, vive davvero. Chi vive così, cosa può temere? Chi vive così non teme, perché per quanto una situazione sia drammatica, dura e sofferente, egli è in quella mano, nel palmo della mano di Dio. E mi accorgo che se ho paura è perché non mi fido poi così tanto di Dio. E mi accorgo che se vivo nell'ansia è perché, in fondo in fondo, Lui non è il mio Pastore. E mi accorgo con quale libertà potrei vivere se solo mi fidassi di più di Lui.

Sulla tomba di Ayrton Senna (il famoso pilota di Formula 1) c'è scritta una frase di S. Paolo: "Nulla mi può separare dall'amore di Dio".


Re-ligione vuol dire legare. Dio è l'unica religione.
Io non sono tuo e tu non sei mio: ma tutti siamo di Dio.
E poiché non sono attaccato a nulla tutto mi appartiene.
E poiché non sono legato a nulla sono unito a tutto.