Domenica 28 aprile 2013

Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Giovanni 13,31-33a.34-35.

Quando Giuda fu uscito, Gesù disse : «Ora il Figlio dell'uomo è stato glorificato, e anche Dio è stato glorificato in lui.
Se Dio è stato glorificato in lui, anche Dio lo glorificherà da parte sua e lo glorificherà subito.
Figlioli, ancora per poco sono con voi; voi mi cercherete, ma come ho già detto ai Giudei, lo dico ora anche a voi: dove vado io voi non potete venire.
Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri; come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri.
Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri».

 

                                                                                 

Queste parole Gesù le dice durante l'Ultima Cena (Gv 13-17) in un contesto di intimità e di tradimento. Di intimità perché Gesù apre il proprio cuore ai suoi discepoli, comunicando loro ciò che più gli sta a cuore. Sono le ultime parole di Gesù, e come spesso succede le ultime parole di una persona racchiudono tutta la sua vita e sono il centro della sua vita.
D'altra parte proprio prima di questo vangelo (13,21-30) si è consumato il tradimento di Giuda. Gesù smaschera il traditore ("uno di voi mi tradirà" 13,21) e porge il boccone a Giuda (13,26).
Il contesto di questo vangelo mi aiuta a comprendere che non c'è intimità senza la possibilità del tradimento. Il tradimento è molto più del semplice tradimento fisico.
Anche Gesù sperimentò il tradimento: Giuda (uno dei suoi, uno degli amici!) lo consegnò ai nemici. Pietro lo rifiutò, lo rinnegò, lo disconobbe quando fu ora di difenderlo. Le folle lo seguivano e lo acclamavano, ma quando fu ora di sorreggerlo lo lasciarono solo.

 

Tu ti trovi un altro uomo? Siccome ti consideravo mia e tu mi hai tradito (andando con un altro uomo), e poiché non reggo tale dolore, ti elimino. Così elimino chi mi ha fatto soffrire e credo di non soffrire più.

C'è un intimo legame tra aprirsi e tradimento, tra amore e vulnerabilità. Non si può conoscere l'intimità se non si vince la paura di esserne feriti.

Tutti noi vorremmo una garanzia di intimità: "Mi apro ma tu non mi pugnalerai". Tutti noi sappiamo quanto sia difficile aprirsi, farsi vedere per quello che si è, mostrarsi con i propri lati di luce e i propri lati d'ombra. Allora vorremmo essere certi che quando lo faremo non saremo traditi.

Ma nessuno ci può garantire questo. Fa parte dell'aprirsi la possibilità di essere derisi, svergognati, traditi, non compresi, giudicati, che qualcuno racconti in giro di noi o peggio usi la nostra apertura.

Se ti apri puoi essere ferito. Ma qual è l'alternativa? Rimanere chiusi per sempre? La maggior parte delle persone indossa le maschere proprio per questo: "Mai più!". Ti sei aperto, ti sei fidato, ti sei mostrato vulnerabile e qualcuno ti ha pugnalato. Allora hai tratto la logica conseguenza: "Se aprirmi vuol dire soffrire, semplice: non mi aprirò mai più!".
"Non mi lascio andare". Una donna è sempre stata sminuita da sua madre; qualunque cosa facesse non bastava mai, non era mai come sua madre voleva e sua sorella (primogenita) comunque lo faceva meglio. Cosa può vivere una bimba così? Vivrà un dolore e un rifiuto continuo.
Così oggi, da grande, si concede ma mai del tutto, perché così, anche se soffre o viene rifiutata, non soffrirà così tanto come quando era piccola. E' stata una buona strategia (la proteggeva dai rifiuti continui), ma se non si concede mai del tutto non potrà mai sentirsi amata, accolta e accettata del tutto.

"Sorrido sempre". Un'altra donna è figlia di una coppia dove lui aveva già tre figli con una donna precedente, che poi ha lasciato. Il frutto della nuova relazione è stata questa figlia, nata quando i due erano già avanti nell'età. Più che dei genitori ha avuto dei nonni, ed è sempre stata confrontata con i tre figli precedenti: lei, naturalmente, non era mai all'altezza (tradimento). Sua madre poi si lamentava sempre di quest'uomo che non amava e lei doveva sempre consolarla, portarla fuori o stare in casa. Ciò che la bambina ha vissuto è stato un dolore immenso, ma nessuno poteva ascoltarla. Quindi l'ha nascosto e ha sviluppato la "strategia sorriso": "Io non ho problemi (= tanto anche se li ho non c'è nessuno che li ascolta) e sono felice (= a che serve essere tristi se non che a essere rifiutati ancor di più)".
"Non ho problemi. Tutto bene". Un ragazzo è cresciuto in una famiglia dove il primo problema era "portare a casa soldi per farsi la casa nuova". Sua madre, poi, lavorava così tanto che gli diceva (mai con le parole naturalmente, ma con i fatti): "Non seccarmi anche tu, guarda come sono distrutta". Il bambino ha imparato subito: "Meglio non avere problemi qui; non posso avere problemi, perché i miei problemi sono niente rispetto ai veri problemi della mia famiglia". Così ha imparato la strategia "io non ho problemi": lo difende dal sentirsi dire di no!
"Non ho bisogno. Non provo niente. Non sento". Eri pieno di creatività e di vitalità. Ma ti veniva sempre, detto in continuazione: "Zitto, stai buono, comportati bene, queste cose non si fanno, non cantare, non alzare la voce, non gridare, svegli il papà, non parlare finché c'è il telegiornale, non dire sciocchezze, non abbiamo tempo, ci sono cose più importanti, ti ascolterò quando avrò tempo, ecc". Allora hai dedotto: "Meglio non provare niente; meglio non sentire; meglio non aver bisogno d'ascolto, d'amore, così non si viene rifiutati". E così hai fatto!
Essere adulto, essere come Gesù, per me vuol dire concedermi la fiducia di aprirmi (e guarderò molto bene con chi farlo!), di essere vulnerabile, correndo anche il rischio del tradimento.
Non c'è amore senza apertura. E ogni apertura vuol dire spazio aperto dove qualcuno ti può anche pugnalare. Ogni volta che recito il Padre Nostro apro le mani. Per me è un simbolo profondo: è un rischio vivere, aprirsi, mostrarsi, far entrare qualcuno nel tuo intimo e nella tua vulnerabilità, ma ne vale la pena. Chiedo a Dio di avere il coraggio e la forza per farlo.

In poche parole il vangelo usa molte volte il termine "gloria" (doxa).

Per noi è incomprensibile questa parola. Quando noi pensiamo a gloria pensiamo ai personaggi famosi, a quelli che hanno fama, potere e riconoscimento.

"Gloria" è vincere il Campionato del mondo di calcio o apparire in tv; gloria è fare qualcosa per cui si sarà ricordati per sempre e non si sarà mai dimenticati; gloria è essere conosciuti da tutti; gloria è essere ammirati da tutti; gloria è arrivare in alto.

Ma "gloria", docheo, vuol dire lett. "mostrarsi, farsi vedere". La gloria è quando Dio si fa e si da a vedere nella tua vita. Dio non si può vedere, ma si può mostrare, si può far vedere, lo si può riconoscere. Tu vivi le tue giornate, ma in certe situazioni Dio si mostra: questa è "gloria". Tu vivi le tue giornate, ma in certe tue parole, in certi tuoi comportamenti, in certe tue scelte, Dio si dà a vedere.

Gesù è la "gloria di Dio" perché in lui Dio si è fatto massimamente vedere. Gesù "glorifica" Dio perché la sua vita è stata trasparenza dove Dio si è reso visibile. L'uomo è "gloria" di Dio quando nella sua vita autentica Dio emerge.

Di tanto in tanto succede nella vita di tutti i giorni che si apre una finestra sull'invisibile, sulla luce vera del mondo e i raggi dello spirito entrano nella vita materiale. Allora accade che l'Oltre si fa presente in maniera indelebile nella tua vita e lascia un segno che non si può più cancellare.
Giovanni Pascoli, ritornando a casa una sera, vedendo il tramonto (quante volte lo aveva visto!) disse: "Mi sentii una stella del Tutto. Lui c'era, era lì e io ero con Lui". Nulla fu più lo stesso.
Tagore stava camminando quando gli fu "chiaro che tutto era solamente una meravigliosa musica" di cui lui non era che una nota e Dio il musicista.

Un padre, razionale e ipercritico verso ogni spiritualità, il giorno dell'ecografia della moglie (aspettavano il primo figlio) fu così sconvolto dentro e pieno di "qualcosa di così grande da non poter essere contenuto" che gli cambiò la vita. Quel giorno sperimentò qualcosa di Dio e da quel giorno non ebbe più dubbi.

Antonio, un uomo quarantenne depresso e insoddisfatto della sua esistenza, ha raccontato che, portato a messa da un amico (lui era dalla Cresima che non metteva piede in chiesa!), ad un certo punto sentì chiara e forte la voce: "Antonio vivi! Antonio esci! Antonio, te lo ordino: vivi!". La cosa, totalmente inaspettata, lo fece rabbrividire e si convertì a questa nuova vita.
Questa è gloria: sentire anche solo per un attimo la Voce e vedere anche per solo un istante la Luce.
La gloria dell'uomo è sentirsi Dio, divino, potente, immortale. Ma questa non è gloria, è idolatria. La vera gloria non è sentirsi Dio, ma sentire Dio, vederlo, percepirlo, riconoscerlo. Ti entra qualcosa che non potrà mai più uscire e che non ti lascerà mai più.

Poi il vangelo dice: "Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri" (13,34). E' un comandamento nuovo? Un po' sì perché per un ebreo l'amore era per quelli della propria famiglia o al massimo per quelli della propria gente. E' una piccola novità, in effetti. Ma non è questa la vera novità.

La vera novità avviene nella riga successiva: "Come io vi ho amato". Questo è il metro: amare come Gesù ci ha amati. Questo determina, mostra, rivela l'essere o meno discepoli di Gesù: "Da questo sapranno che siete miei discepoli: se avrete amore gli uni gli altri, come io vi ho amati" (13,35).

I primi cristiani erano testimoni di questo: si amavano in maniera diversa da tutti gli altri. C'era un di più, un diverso, una libertà maggiore, un perdono più vero e profondo, una gioia non comune. Quando la gente comune li guardava diceva: "Quelli si amano proprio, per davvero!".
Non è certo quello che viene detto oggi delle nostre comunità cristiane. Anzi, a volte vengono definite come chiuse, giudicanti, ripiegate su di sé. A volte vengono accusate proprio di non amare lì dove c'è bisogno di maggior amore e cura (gay, divorziati, situazioni "non in regola", ecc.).
Ciò che Gesù dice sovverte le nostre categorie religiose. Per noi è "cristiano", cioè "di Cristo", chi è battezzato, va a messa, rispetta certe regole e certe norme.

Ma per Gesù è "cristiano", "suo discepolo", chi ama come Lui ha amato. Gesù in Mt 25, 31-46 sarà chiaro: non chi si definisce religioso è "mio discepolo", ma chi ama ("perché io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi"). Su questo non ci sono più dubbi: è "discepolo di Gesù" non chi ha il patentino per la chiesa (battesimo) ma chi ama, chi è disponibile a crescere nel suo amore e nelle sue relazioni.
"Dio è amore", dice S. Gv: dovunque c'è qualcuno che ama nella verità, lì c'è Dio. Ma possiamo anche dire il contrario: "L'Amore è Dio". Andare dove c'è qualcuno che veramente si ama perché lì c'è Dio.

Il grande problema è: che cosa definiamo con la parola "amore"? Tutti dicono di amare.
Una madre "scatta" in continuazione, urla, tira sberle e rimproveri a destra e a manca. Suo figlio di sette anni ha gli occhi della paura (e lo possiamo capire). Lei dice: "Io lo amo!".
Un'altra madre si è "mangiata" il figlio, ora trentenne. Lo ha reso un invalido psichico: mammone, sempre con lei, impaurito dalle donne e da ogni cosa. Lei dice: "Ricordati caro, che nessuno ti amerà come tua madre!".

Un uomo picchia duramente i propri figli e li tratta con disprezzo. "Lo faccio perché gli voglio bene - dice lui - così diventano forti nell'animo".

Un altro uomo è un muro di silenzio, di chiusura e di ripiegamento su di sé, sia in famiglia che con gli amici. Lui dice: "Nessuno ama come me!".

C'è un uomo che dice di "amare un sacco": per lui amare vuol dire "farsi" una donna diversa ogni sera.

Con l'espressione "per il tuo bene" o "per amore" si sono compiute le peggiori atrocità.
Attenzione allora parola "amore": può rientrarci dentro tutto e il contrario di tutto.

Gesù non fece grandi discorsi sull'amore. Gesù si focalizzò sulle persone. Mentre l'ebreo di fronte a certe persone si chiedeva: "Questo lo devo amare o no?", Gesù non si fece mai questo problema. Quando vedeva una persona se ne prendeva cura.

A volte Gesù li amò e cambiò loro la vita; altre volte li guarì dai loro mali fisici e dell'anima; altre volte semplicemente li accettò per quello che erano, riconoscendo che più di quello non potevano dare.

L'amore esiste sempre di fronte ad un volto.

L'amore è fare sempre il vero bene dell'altro. Amore è prendere l'altro dov'è e aiutarlo nella sua situazione.

Amare non è "fare cristiani, convertire": se amo un musulmano lo aiuterò a diventare un musulmano migliore. Madre Teresa diceva: "Esiste un solo Dio, ed egli è il Dio di tutti. Perciò è importante vedere tutti gli uomini come uguali davanti a Dio. Io ho sempre detto che dobbiamo aiutare un indù a diventare un indù migliore, un musulmano a diventare un musulmano migliore, e un cattolico a diventare un cattolico migliore".

Se amo una coppia di divorziati non li convertirò perché si pentano del loro peccato e ritornino con i precedenti partner, ma li aiuterò a diventare uomini che si amano di più, riconoscendo casomai gli errori del passato per non rifarli.

C'è un ragazzo che ha delle doti meravigliose: creativo, simpatico, geniale, profondo. E' uno che ha veramente una marcia in più. Ma è bloccato e facilmente si deprime. Quando parlo con lui riconosco che mi aspetto che lui diventi ciò che io vedo. Ma è una mia aspettativa che non tiene conto delle sue difficoltà, dei suoi tempi e delle sue scelte. Amarlo non è far sì che diventi come credo sia bene per lui; amarlo è aiutarlo a diventare sempre più se stesso, a volere il suo bene. E potrebbe essere che lui decida per sé che "il suo bene" non sia quello che io voglio per lui. Amarlo è comunque esserci in ogni caso, anche se non diventerà ciò che può diventare o ciò che io vorrei.

L'amore si impara vivendo nell'incontro con i volti delle persone; l'amore s'impara amando. A ben pensarci nessuno di noi sa amare. Possiamo imparare cos'è, maturando sempre di più con la vita ciò che altrimenti è solo un concetto. Quando nasciamo il bambino "ama" sua madre, ma non è amore: è bisogno assoluto, dipendenza totale, egoismo (senza di lei muore). Molte persone sono rimaste a quell'amore lì.

Tutti noi siamo nati con la capacità di guidare l'auto. Il che non vuol dire che appena nati siamo in grado di farlo. Con l'amore è così: tutti siamo capaci d'amare ma se non c'è una "scuola di vita" per l'amore, chiameremo "amore", "bene", ciò che non è né amore né bene.
Per la cosa più grande della vita (l'amore) non c'è una scuola. Si va a scuola per imparare a lavorare con il computer, per imparare l'inglese, per guidare l'auto, per come uscire da un luogo pubblico in caso d'incendio, ma non c'è una scuola per l'amore! Fa pensare, no?
L'amore si impara: andate a scuola d'amore e conoscetelo non attraverso i libri ma attraverso la vostra vita.

L'amore è intimità, ma non solo... Per la psicologia infantile amore è l'attaccamento fusionale madre-bimbo.
Tutti noi percepiamo qualcosa dell'amore quando con il nostro compagno viviamo le gioie e le delizie dell'incontro sessuale. Tutti noi percepiamo l'amore quando ci sentiamo uniti, attaccati, complici, in sintonia con qualcuno. C'è stato un tempo per tutti noi dove eravamo così intimi da essere dentro chi amavamo (gravidanza). C'è stato un tempo in cui non c'era confine fra noi e nostra madre (primi mesi). Per questo ricerchiamo così tanto le coccole, gli abbracci e il contatto. Amore è intimità, fusione, stare insieme, stare vicini, essere dentro. Tutti noi siamo bramosi di questo.

L'amore è autonomia, individualità, ma non solo... Per la psicologia evolutiva l'amore è staccarsi dall'amore simbiotico: è la forza di fare il proprio viaggio e di diventare se stessi. Allora amore vuol dire saper che tu sei tu e che io sono io: non siamo uguali, siamo differenti, diversi, altri. Tu non puoi chiedere a me di vivere quello che tu vuoi vivere e io non chiederò a te di darmi quello che tocca a me prendermi.

L'amore è unione del tutto, ma non solo... Per la fisica l'amore è il legame che unisce gli atomi. La fisica dice: "Tutto è unito, connesso". L'amore è la forza che unisce ciò che è diverso, altro. Gli atomi e le particelle del mondo sono divise fra di loro, ma c'è un legame, una connessione che le tiene unite. L'amore è la connessione, il legame che unisce ogni cosa, è il campo magnetico per cui tutto resta su e non cade nel vuoto e nel nulla. C'è un legame che lega, che unisce ogni cosa. Per me è l'amore.

Per questo le relazioni d'amore possono finire ma l'amore no. Sono le relazioni che si interrompono ma non l'amore. Se con una relazione finisce anche l'amore vuol dire che non c'era amore in quella relazione. Per questo si può amare anche chi non c'è più (legame) anche se non c'è più la relazione (non se ne è dipendenti).

L'amore è vita, ma non solo... Per la biologia l'amore è la forza della specie che vuole sopravvivere. La vita, l'evoluzione, sembra tentare in tutte le maniere di procedere, di andare oltre. Nonostante un ambiente ostile la vita continua ad esserci.

Sembra esserci un amore, una forza che vuole che la vita e che l'uomo vivano.

L'amore è passione, sentimento, ma non solo...

Per Gesù l'amore è passione per la vita fino alla morte. Gesù entrava dentro ad ogni cosa con tutto se stesso e con la forza di tutte le sue emozioni. Quando c'era da essere felice lo era pienamente; quando era toccato dal dolore della gente, lo era profondamente; quando amava, amava così autenticamente che l'altro guariva; in ogni cosa era dentro del tutto. Guardando a Gesù vivo la forza del sentimento dell'amore.

Se ami si vede! Chi ama non è freddo, mai!

L'amore è dare, ma non solo... Per il cristianesimo amore è dare, donare, donarsi, lasciarsi toccare da ciò che si vede.

Possiamo dire che Madre Teresa, che era tutta per gli altri, non abbia amato? Certamente no. Possiamo dire che chi dedica (dedicare viene da dare) la propria vita per la causa della verità, di un mondo migliore o più giusto non ami? Possiamo dire che Gino Strada non ami? Certamente no.
Se non c'è gratuità non c'è amore. Se tutto viene misurato in base a ciò che si dà e in base a ciò che si riceve allora c'è economia: ti do questo e tu mi dai questo.

L'amore vero non fa i soldi (infatti fa felici) perché ha uno spreco in sé. Dà e non gli interessa il ritorno.

Sono solo alcune delle dimensioni dell'amore.

Ma in fin dei conti non conta neppure conoscerle tutte.

Non conta, infatti, sapere cos'è l'amore, ma amare.

Solo allora sapremo e conosceremo l'amore.

La parola a-more è composta dall'a privativo (non) e dalla parola morte (mors, mortis): l'amore è ciò che non muore, la non-morte. L'amore fa vivere oggi e ci farà vivere domani.

L'a-more è l'unica cosa che ti fa vivere perché è la non-morte.

L'amore è la Vita, è ciò che non può morire e che resterà per sempre.

Margherita Yourcenar in suo romanzo scrive: "Verrà un giorno in cui tutte le leggi scompariranno e resterà solo la legge dell'amore". E' così: solo l'amore è ciò che non muore.
Tutto passerà (proprio tutto!) e rimarrà solo l'amore.


L'a-more è ciò che ti salva perché non ti fa morire:
solo l'amore ti fa vivere
e solo per amore si può vivere.