Per tanti secoli si è diviso corpo e anima. Il corpo era il contenitore dell'anima. Non aveva valore in sé ma solo perché conteneva la parte nobile della vita: l'anima. Per cui tutto ciò che era corpo era insignificante, pericoloso o addirittura diabolico. L'abate Oddone di Cluny nell'XI secolo (Cluny era una grandissima abbazia e un centro di spiritualità enorme per quel tempo) poteva dire riferendosi al corpo: "Se ci ripugna toccare il muco e lo sterco con la punta del dito, come potremmo mai desiderare di abbracciare il sacco stesso che contiene lo sterco?".                     

Il corpo della donna per molti secoli è stato il simbolo del peccato, della tentazione; l'affettività è stata negata e repressa come infantilismo e la sessualità è stata catalogata come strumento del diavolo.

Non sono cose così lontane da noi. Quanti di noi hanno sofferto per mancanza di affettività pur avendo avuto un grande accudimento (la frase classica: "Non ti abbiamo fatto mancare niente", il che era proprio vero da un certo punto di vista)! Si veniva presi in braccio, ma solo per essere cambiati o zittiti dal nostro pianto. Ma gli abbracci? Le coccole? Le carezze? Il contatto pelle a pelle? Il gioco?
Quanti di noi sono analfabeti delle emozioni! Il linguaggio delle emozioni per molti di noi è ignoto.

 

Le emozioni? Non si sa cosa si prova, non si riesce a dare un nome a ciò che si vive, non si conoscono neppure certe emozioni. Al di là di "bene" e "male" sembra che proprio non sappiamo dire.

La rabbia? Ci hanno insegnato che bisogna tenerla dentro, che non bisogna esprimerla, che "non ci si deve arrabbiare". Certo che non si deve mica spaccare la faccia alle persone quando si è arrabbiati; ma se non la esprimiamo (urlando, cantando, piangendo, parlando, rompendo o pugnando oggetti simbolici) dove andrà a finire? Poi ci si chiede perché la gente è così nervosa, irritata, suscettibile o giudicante: per forza!

La tristezza? Ah no, non si poteva essere tristi. Bisogna sempre ridere, sempre fare la bella faccettina e non mostrarsi mai tristi, perché un "bravo cristiano è sempre felice". Così sembrava che tutti fossero felici e contenti e tu, che non ti sentivi così, pensavi di essere anche sbagliato.

La gioia? Mai esprimerla troppo, sempre contenersi, mai esagerare. Quando si era felici bisognava pensare alle persone tristi e a chi stava peggio di te. Così quando eri felice, quando c'era da godersi la vita e le giornate, ti sentivi sempre in colpa.

Quanti di noi vivono con sospetto ogni manifestazione corporea. Un abbraccio: "Se la vuole portare a letto!". Una carezza: "Ci sta provando!". Un bacio sulla guancia: "Un approccio".
E la sessualità: non se ne parlava mai, perché il solo argomento imbarazzava gli adulti. Quando se ne parlava era solo per stabilire "cosa si poteva fare e cosa non si poteva fare". Quanti di noi l'hanno vissuta come un peso, una vergogna, un tabù; e quanti sensi di colpa!

Tutto ciò che era corpo era pericoloso o negativo. Qual'era il modello dell'uomo spirituale? Il modello spirituale era il monaco che si disinteressava completamente del proprio corpo e che notte e giorno era rivolto a Dio. Così il corpo si poteva fustigare, colpire, umiliare, e tutto questo era santità (oggi diremmo masochismo).

In realtà la festa del Corpus Domini dice che Dio non esiste senza un corpo. Il corpo non è un optional, un di più, un contenitore. Il corpo è la realtà visibile di ciascuno di noi e di Dio stesso. Non c'è un'anima dentro al corpo, una vita dentro un involucro di nome corpo. Ma l'anima è corporea e il corpo è animato.

L'anima è corporea. Se l'anima sta male il corpo lo manifesta. Se l'anima sta male il corpo sta male.

Molte persone sorridono di fronte al parallelismo corpo-anima ma io lo trovo fonte di grande conoscenza mia personale, quella conoscenza che ti mette di fronte la verità anche se non vuoi vederla.

Ce lo insegna la psicosomatica; ce lo insegna Gesù nei miracoli. Ce lo insegna la spiritualità ebraica, cinese e
tutte le grandi tradizioni spirituali. Analizzando i miracoli di Gesù si scopre che Gesù guariva le persone perché le malattie fisiche erano la visualizzazione delle malattie dell'anima. Gesù lavora così: il corpo è lo schermo dell'anima. Guarisco l'anima e guarisco il corpo.

L'uomo dalla mano inaridita (Mc 3,1-6): il problema di quest'uomo è la stima di sé. Non fa (mano inaridita) perché ha paura di sbagliare e di essere al centro dell'attenzione. Dev'essere stato educato nella paura: "Guai a te se sbagli! Questa cosa non la devi fare!" o nella derisione per cui ha imparato che per non essere rifiutati è meglio non fare. Cosa gli fa fare Gesù? Gli dice: "Mettiti nel mezzo!". Finché non trova la forza nell'anima di ri-mettersi al centro, di vincere la paura di sbagliare non guarirà.
E Lazzaro? Lazzaro è morto (Gv 11,1-44) perché le sorelle Marta e Maria lo hanno soffocato (bende). Morto vuol dire spento, depresso, senza vita, angosciato, in una situazione dove uno non vuol che morire. Quante madri sono quelle due sorelle! Madri che per iperamore (o anche insicurezza loro) soffocano, stanno troppo con il fiato sul collo ai loro figli, li dirigono troppo o trasmettono a loro troppa ansia. Così il figlio muore dentro, non riesce ad uscire fuori, non riesce ad essere se stesso, non riesce a vivere. E' l'anima di Lazzaro ammalata. E, infatti, Gesù gli dirà: "Esci fuori!". Devi trovare il coraggio di uscire fuori anche se le deludi, anche se non ti accettano, anche se rompi certi equilibri. E' l'anima delle sorelle, il loro atteggiamento interiore che dev'essere modificato. A loro Gesù dirà: "Scioglietelo e lasciatelo andare". Bellissimo! Lasciatelo libero, non trattenetelo, non vogliate che lui sia un prolungamento della vostra vita, non vogliate che lui esaudisca le vostre pretese o le vostre vite non realizzate. Se lo amate, lasciatelo andare.

Avete mai osservato quante volte le persone si buttano alle ginocchia di Gesù, si prostrano. Perché? Il ginocchio è la capacità di piegarsi, di inchinarsi, la flessibilità. Se tu non ti pieghi, se tu non sai riconoscere i tuoi errori, i tuoi schemi sbagliati, non puoi guarire. Se tu rimani nelle tue posizioni, se tu sei testardo, se tu non sei umile, non puoi guarire.

Quando il corpo soffre è l'anima che soffre. Occhio? Cosa non vuoi vedere? Schiena? Quali pesi ti schiacciano? Stomaco? Cosa non accetti? Pelle? Quali relazioni, rapporti, ti hanno macchiato, ferito? Intestino? Cosa non vuoi lasciare andare? Fegato? A cosa non vuoi adattarti? Rene? Cos'è che non riesci a capire se è bene o male, se ti fa bene o male? Molti prendono queste indicazioni come "verità divina": no! I libri su questo vendono alla grande! E' un indicazione della tua anima. E' un cartello sulla strada con scritto: "Padova". Ti indica una direzione, ma non serve a niente se tu non percorri la strada. Applicare è inutile: è la tua anima che soffre e il tuo corpo te lo dice.
Come si può credere che nel pane della domenica ci sia Cristo se non si crede che il corpo riveli l'anima, il Dio dentro di noi? Come si può credere che un po' di vino, che se lo assaggi anche dopo la consacrazione sa sempre da vino ed è sempre buono da bere tanto come prima, sia il corpo di Cristo se non si crede che il mondo e tutto ciò che esiste sia il Corpo di Dio? O lo spirituale si rivela attraverso il corporeo sempre, o mai.