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Riflessione quotidiana del 31 agosto 2013

 

Tes. 4, 9-11 e Mt 25, 14-30

                                                                                        

 

Fermiamo la nostra attenzione nella considerazione dell’insegnamento degli apostoli.

In questo caso, è Paolo che parla e ribadisce quale è stato il suo impegno nell’insegnamento, nella guida della piccola Chiesa che in Tessalonica.

L’insegnamento degli apostoli è quello proclamato durante tutto il periodo in cui Gesù si è dedicato all’annuncio della Buona Novella, passando di città in città e di villaggio in villaggio.

Tutto l’insegnamento di Paolo lo possiamo riscontrare nel Vangelo dei suoi tempi, quel Vangelo che ancora non era ben codificato, ma era trasmesso soprattutto a voce, perché tutti potessero apprendere cosa aveva predicato Cristo, durante gli ultimi tre anni della sua vita.

 

 

Cristo aveva parlato del progetto del Padre di salvare l’umanità, ormai immersa nelle tenebre più fitte.

Il progetto di Dio parla della sua grande bontà e misericordia. Il suo immenso amore non poteva fare a meno di perdonare all’umanità, che si era allontanata da Lui e che, ora, brancolava nel buio più fitto.

 

Come il Padre ha amato l’umanità peccatrice, così è dovere di ogni cristiano, di ogni battezzato di essere misericordioso verso i propri fratelli, di amare il prossimo, di amare amici e nemici senza alcuna distinzione.

 

L’amore del Padre si è manifestato mandando il Figlio suo per salvare l’uomo, prima ancora  che l’uomo si convertisse, mentre, cioè, era ancora nel peccato. E Cristo ha voluto donare, per volontà del Padre, la sua vita in olocausto per ottenere la salvezza eterna a tutti coloro che, nella propria buona volontà e nell’amore verso Dio e i fratelli, volessero accogliere veramente il dono immenso della salvezza, nella certezza che il Padre li avrebbe un giorno accolto nel suo seno, nel regno della beatitudine eterna.

 

Oggi, necessita che l’uomo ami veramente, ami anche il suo nemico, perché Cristo ha donato la sua vita, mentre eravamo suoi nemici.

Essere nemici di Dio è lo stato di vita vissuto nel peccato, nella dimenticanza di Dio, nella dedizione alle cose umane, con una visione troppo terra terra, nella incapacità di alzare lo sguardo verso il cielo, superando le dense nubi che ricoprono la terra, per ritrovare la beatitudine celeste.

 

Dio ci ha creati per vivere in Comunità e in comunione. In Lui abbiamo l’esempio: in Lui , infatti, c’è il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo, c’è, cioè, la SS. Trinità, nella più perfetta comunione.

Anche l’uomo è stato creato per vivere in comunità, in comunione l’uno con l’altro, vivendo nell’amore di Dio, cioè rendendo Dio presente in se stessi e vedendolo presente negli altri fratelli più prossimi, così come sono, con i propri vizi o con le proprie virtù.

 

Questo è quello che ancora oggi dobbiamo imparare.

Questo è ciò che ha imparato la Chiesa primitiva.

Nell’amore verso Dio e verso il prossimo, non ci sono limiti.

Come Dio ha donato a noi tutto il suo amore, anche noi dobbiamo comunicarlo a chi ci sta attorno, impegnando tutta la vita per far sentire in tutti coloro che sono attorno a noi, la presenza dell’amore di Dio, attraverso i nostri piccoli gesti, nella semplicità più assoluta, nell’espressione umana più semplice di amore fraterno e divino.

Rileggiamo l’esortazione di Paolo, che ci esorta all’amore vicendevole in Dio, Uno e Trino, Padre, Figlio e Spirito Santo.

 

Riguardo all’amore fraterno, non avete bisogno che ve ne scriva; voi stessi infatti avete imparato da Dio ad amarvi gli uni gli altri, e questo voi fate verso tutti i fratelli dell’intera Macedonia. Ma vi esortiamo, fratelli, a farlo ancora di più e a farvi un punto di onore: vivere in pace, attendere alle cose vostre e lavorare con le vostre mani, come vi abbiamo ordinato, al fine di condurre una vita decorosa di fronte agli estranei e di non aver bisogno di nessuno” (1 Tes. 4, 9-11).

 

Nella creazione di ciascuno di noi, Dio ci ha affidato un compito ben preciso, ci ha collocato al nostro posto attuale, perché noi potessimo mettere a frutto tutti i talenti che ci ha donato, senza esclusione di alcun talento.

Prima o poi, infatti, dobbiamo rendere conto al Padre dei doni che ci ha dato.

Se non facciamo fruttificare i doni di amore o talenti che Dio ci ha dato, dobbiamo renderne conto e c’è la possibilità di essere approvati e premiati e la possibilità di essere condotti nel luogo eterno, dove sarà pianto e stridore di denti.

 

Cosa fa Dio? Ci castiga?.

E’ la giustizia divina che si automatizza e ciascuno di noi, cosciente della sua risposta di amore al Padre, si va a collocare lontano da Lui, perché durante la vita terrena non è stato tanto bravo da far fruttificare i talenti ricevuti.

Invece, colui che è riuscito a far fruttificare i talenti, andrà alla gioia eterna per sempre.

E qui le nostre vie si dividono.

Quando moriamo noi stessi vogliamo rimanere là dove ci siamo procurati il posto prediletto di amore verso Dio o di allontanamento da Dio e cioè al fuoco nello stridore di denti.

 

Avverrà come di un uomo che, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni. A uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, a ciascuno secondo la sua capacità, e partì.

…Bene, servo buono e fedele, gli disse il suo padrone, sei stato fedele nel poco, ti darò autorità su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone.

Servo malvagio e infingardo, sapevi che mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso; avresti dovuto affidare il mio denaro ai banchieri e così, ritornando, avrei ritirato il mio con l’interesse. Toglietegli dunque il talento, e datelo a chi ha i dieci talenti. Perché a chiunque ha sarà dato e sarà nell’abbondanza; ma a chi non ha sarà tolto anche quello che ha. E il servo fannullone gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti” (Mt 25, 14-30).