Domenica 06 maggio 2012

Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Giovanni 15,1-8.

«Io sono la vera vite e il Padre mio è il vignaiolo.
Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo toglie e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto.
Voi siete già mondi, per la parola che vi ho annunziato.
Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può far frutto da se stesso se non rimane nella vite, così anche voi se non rimanete in me.
Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me e io in lui, fa molto frutto, perché senza di me non potete far nulla.
Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e si secca, e poi lo raccolgono e lo gettano nel fuoco e lo bruciano.
Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quel che volete e vi sarà dato.
In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli.

 

Quando sei felice...sii felice

Il vangelo di oggi e quello di domenica prossima si trovano nel capitolo 15 di Gv. Oggi il vangelo ci presenta l'immagine della vigna. Gli ebrei la conoscevano molto bene. Nell'A.T. Israele era la vigna di Dio e Dio il contadino che se ne prendeva cura (Sal 80,9-12). Ma anche nel vangelo troviamo la stessa immagine (Mt 21,33-39). Nel Cantico dei Cantici la sposa invita lo sposo nelle vigne: la vigna, allora, è il luogo dell'amore, dell'estasi, della gioia sessuale (la vigna è anche l'organo sessuale femminile). Nell'A.T. il vino dev'essere dato a chi sta per morire e a chi ha la tristezza nel cuore (Pr 31,4). A Cana quando Gesù e Maria sono ad un matrimonio, quando manca il vino la festa sembra finire. Ma, poi, ci pensa Gesù e la festa e le danze possono ricominciare perché il vino c'è ancora.

Una volta non c'erano molti piaceri accessibili alla maggior parte della gente. Per far festa la gente comune, quando poteva, aveva il vino. Vino=festa, gioia. Ma anche fino a qualche decennio fa', per far festa, si beveva del vino. Quando arrivava un ospite per dirgli: "Sono proprio contento che tu sia qui", gli si dava un bicchiere di vino.
Noi oggi abbiamo molte cose (birra, coca cola, aranciata, ecc.) e non identifichiamo più vino=festa. Ma una volta, per gli antichi era così, dire "vino, vigna" era dire "festa, piacere, felicità, ebbrezza, intensità". Il vino era il sapore e il gusto della vita.

 

La vita dev'essere un gusto, un piacere. Dev'essere bello, gustoso, appassionante vivere, altrimenti diventa insopportabile, un peso. Guardate in giro quante facce da funerale, da cimitero, da venerdì santo. Ma la vita dev'essere come bere un bicchiere di vino, dice Gesù. Dovete gioire di essere al mondo, di essere voi stessi. Godetevi le cose e le persone. Se c'è il vino sai cosa facciamo? Ce lo beviamo!

Mi chiedo: perché le persone non si permettono di essere felici?
In certe situazioni della vita non c'è niente da ridere, né da essere felici, questo è vero. Ma spesso non è la felicità che ci manca ma la capacità di gustarla. Il vino c'è ma noi non lo beviamo. Ho trovato alcune motivazioni (ve ne sono altre, ovviamente!).

1. Motivazione psicologica: non riuscire a vivere i sentimenti.
Ci vuole cuore per essere felici. Bisogna essere vivi dentro per essere felici. Facciamo un esempio. Mio figlio compie gli anni. Posso fargli un regalo, un dolce e la cosa si chiude lì. Posso anche fargli un regalo da super-ricchi, ma non è questo il punto. Ma cosa succede se io lo prendo, lo guardo negli occhi o lo abbraccio (dipende dall'età) e gli dico: "Figlio mio, tu sei prezioso, importante. Tu sei tutto quello che ho. Tu non hai neppure idea di quanto io ti voglia bene. Sappi che sei la gioia della mia vita". Due persone che si dicono questo possono non essere felici?
E' il nostro anniversario di matrimonio. Possiamo festeggiare, andare a cena fuori, farci un regalo. Cose buone. Ma cosa succede se io prendo la mano di mia moglie e le dico: "Cara, abbiamo fatto tanta strada insieme. Ci sono stati giorni di sole e di pioggia, ma io sono qui con te, e ti ringrazio perché tu sei qui con me. Io ti amo e sento che tu mi ami; sono felice e onorato di far parte della tua vita e mi sento fortunato che tu faccia parte della mia. E sappi che spesso non riesco a manifestarti l'amore che ho per te ma è immenso".
Ma per dirsi questo bisogna accettare di sentire la gioia, di commuoversi, di piangere di felicità, di mostrarsi vulnerabili, di far sentire che si ha un cuore che sente. Per fare questo bisogna permettersi di "sentire" la gioia in noi. Per far questo bisogno lasciare spazio al cuore, alla vitalità che c'è dentro, all'amore, al mondo dei sentimenti.
E cosa succede se io non sento ciò che ho dentro? E cosa succede se io non riesco ad esprimere ciò che ho dentro o magari me ne vergogno?

2. Motivazione religiosa. Dio è contro il piacere.
Una volta sembrava che qualunque piacere venisse dal demonio. Anzi ci fu un tempo in cui si stimava "molto cristiano" l'essere seri, tristi, addolorati.
Una volta se eri cristiano non si poteva far nulla! Ma nulla di nulla! Non si poteva andare al cinema, i programmi tv non si potevano vedere per via di certe "scene", le ragazze non si potevano guardare; bere un po' di vino o di birra era meglio evitarlo; bisognava vestirsi sempre dimessi (meglio se trasandati perché era segno di povertà) e di scuro (fai te!: il segno della vita e della vitalità è il colore!); se ridevi troppo ti veniva detto che "il riso abbonda nella bocca degli stolti"; se abbracciavi era peccato e davi scandalo; se accarezzavi "ci stavi provando"; se tra marito e moglie si aveva un rapporto sessuale o si viveva l'intimità bisognava confessarsi; se andavi fuori a cena era un insulto a chi non mangiava; se eri felice dovevi pensare a tutta la gente che stava male e che stava soffrendo; se facevi qualcosa per te eri un egoista che pensa solo a se stesso e non agli altri; se giocavi a carte era una "cosa da osteria e da bar" e non si poteva; se ti divertivi ti dovevi sentire in colpa e se giocavi perdevi tempo.
Ma era meglio non essere cristiani! Così si potevano fare tutte queste cose ed essere felici. Mio nonno diceva sempre: "Siccome se sei cristiano non puoi far niente, io non lo sono e mi diverto!".

Ma se noi prendiamo il vangelo scopriamo che Gesù la vita se la godeva. Tant'è vero che i farisei e molta altra gente era scandalizzata di questa cosa. In testa infatti avevano l'immagine dell'ascetismo del Battista (Mc 1,6), vestito di peli di cammello, con una cintura di cuoio e che si nutriva di locuste e di miele selvatico.
Ma Gesù non si è mai distinto per l'ascesi e per la rinuncia alla vita. Anzi. Proprio perché viveva e si gustava il piacere della compagnia, dei pranzi, del mangiare, dello stare assieme, del bere, delle carezze, dovrà dire: "Beato è colui che non si scandalizzerà di me" (Mt 11,6).

Il gruppo di Gesù era l'unico gruppo religioso del tempo che non digiunava e i farisei infatti gli diranno: "Perché i discepoli del Battista e i discepoli dei farisei digiunano, mentre i tuoi discepoli no?" (Mc 2,18). E Gesù risponderà: "Ma possono digiunare gli invitati a nozze quando lo sposo è con loro? Finché hanno lo sposo con loro, non possono digiunare. Verranno sì giorni in cui sarà tolto lo sposo e allora sì che digiuneranno, ma adesso che c'è si fa festa" (Mc 2,18-20). Quando sei felice… sii felice!
Il gruppo di Gesù era l'unico gruppo del tempo che mangiava anche di sabato (contravvenendo una legge basilare della religione del tempo). E i farisei infatti gli dicevano: "Perché fanno quel che non si può fare?" (Mc 2,24). E Gesù dovrà rispondere: "Il sabato è fatto per l'uomo e non l'uomo per il sabato!" (Mc 2,27).
Non a caso l'accusa che continuamente gli fanno è: "Sei un mangione e un beone" (Mt 11,19), uno che si gode la vita. Sì, Gesù era proprio così: gli piaceva assaporare, gustare e godere della vita. Verrà anche il tempo del dolore, sofferenza, tristezza, ma adesso se sei felice, sii felice. Essere cristiani non vuol dire soffrire e rinunciare ad ogni piacere. Il vangelo non dice così e Gesù non si comporta mai così.

3. Motivazione mentale: "Se sei felice, poi ti capita qualcosa".
E' uno schema mentale: eravamo felici e poi ci è successo qualcosa di tremendo, di doloroso, per cui dentro di noi, da allora abbiamo associato alla felicità il dolore. Per cui non è che non siamo felici, ma che faremo di tutto per non esserlo perché per noi essere felici=dolore. E tutti vogliamo evitare il dolore.
Un uomo racconta che lui non è mai felice e che quando partecipa ad un matrimonio gli assale una infelicità enorme. Rimane lì, ma scapperebbe via. Così all'improvviso si è ricordato di un fatto che gli ha raccontato sua nonna: il giorno del suo matrimonio (felicità massima), sua nonna seppe di non essere la figlia legittima di suo padre (dolore tremendo). Lui rivive ancora quel dramma: "Se sei felice, guarda cosa ti succede (vieni a sapere)".

Ad un uomo a cui tutto andava "a gonfie vele" nel lavoro muore improvvisamente la giovane madre. Dentro lui fa un'associazione morte della madre-fortuna nel lavoro. Così oggi si impedisce di essere felice perché teme che qualche altra disgrazia gli possa accadere.

Patch Adams proprio nel momento in cui suo padre dopo tanta assenza si era riavvicinato, morì. E lui trasse questa conclusione: "Quando stai per essere felice, poi arriva il disastro". Aveva sedici anni e negli anni che seguirono fece di tutto per non essere felice (obbediva ad uno schema inconscio). Pensò di togliersi la vita varie volte: una volta con venti aspirine, poi saltando giù da un precipizio, ecc. Finché un giorno tornò da sua madre e gli disse: "Ho provato ad uccidermi. E' meglio che mi ricoveri in un ospedale psichiatrico". E quell'esperienza poi gli cambierà la vita.

4. Un'altra motivazione mentale: "Non puoi essere felice tu se non è felice anche lui".
C'è un uomo che ha un fratello disabile. Da piccolo sua madre gli diceva sempre: "Non essere troppo felice, non vedi come sta male tuo fratello?". E così lui mai si poteva permettere di esserlo. Se prendeva un bel voto a scuola non si poteva esultare o festeggiare perché altrimenti ci sarebbe stato il confronto con il fratello in difficoltà. Così adesso lui ha dentro questo comando: "Se non sono felici gli altri, non posso esserlo neanch'io". Quindi è perennemente infelice.
C'è una donna ricca che si veste come una stracciona. "Ma perché non ti vesti meglio?". "Perché mi sento in colpa!". Lei si sente in colpa di avere quello che molti altri non hanno e così si impedisce di essere felice ("io non posso essere felice se anche gli altri non lo sono").

Allora per me è di grande aiuto questo vangelo: "Io sono la vite". "Io, Gesù, sono per una vita che sia piacere, gusto, sapore". Il piacere è per me il luogo dove io posso sperimentare la bontà, il gusto di Dio, l'amore di Dio.
Il problema è che noi confondiamo due cose: la felicità frutto delle emozioni profonde e lo stato di ebbrezza prodotto dallo stordirsi con qualche "droga" di felicità.
Bere un bicchiere di vino è assaporarne il gusto, assaggiarlo, sentirlo: ma se "mi sbronzo" allora non è più un piacere, è il bisogno di annegare il disagio che ho dentro.
Mangiare è un piacere, un gusto, ma se mangiare vuol dire riempirmi allora mangio per riempire il vuoto che ho dentro.

Giocare è un piacere, un divertimento: ma se gioco solo per vincere, per umiliare l'altro, allora sto giocando non per piacere ma per dimostrare che io sono il più forte (sto coprendo la mia insicurezza).

Giocare è un piacere: ma se divento schiavo del gioco (es.: d'azzardo) allora non è più un gioco ma una "droga"; è un atteggiamento ossessivo-compulsivo, malato.
Ballare è un piacere: è seguire il flusso delle emozioni nel corpo (emozione=movimento, danza, ballo!). Ma se ballo per stordirmi, per dimenticare le tristezze della vita, allora non è più piacere ma è un anestetico, un modo per evitare la dura realtà.

Una storia sulla felicità. C'era un re che aveva un servo, un paggio, molto ma molto felice. Così il re lo chiamò e gli disse: "Perché, paggio, sei così felice?". "Perché ho tutto ciò che mi serve: mia moglie, i miei figli, la mia casa, ogni tanto qualche moneta. Non mi serve niente di più". Il re però era infastidito che un suo servo fosse così felice mentre lui, che aveva tutto, non lo era. Così chiamò i suoi consiglieri: "Voglio la felicità del paggio". Ma i consiglieri di corte gli dissero: "Non può averla mio sire. Però può sottrargliela". "Sì, come?". Faccia così: "Prenda una borsa con 99 monete e gli dica: "Queste 100 monete sono un regalo per te. Ma tu non devi dire che te le ho date io. Anzi adesso le porterai con te, le nasconderai e le potrai guardare e usare non prima di tre mesi". E così fece. Al servo non sembrò vero di avere così tanta fortuna. Nascose la borsa e aspettò i tre mesi. Era felicissimo, ma quando aprì la borsa scoprì che le monete non erano 100 ma 99: "Com'è possibile? Chi me ne ha rubata una? Il re? No, non è possibile, che sia stato il re: che differenza fa per lui una più o una meno? Mia moglie? Si potrebbe proprio essere stata lei (e cominciò a guardarla con diffidenza). I miei figli? (E anche con loro iniziò ad essere sospettoso). Il mio amico che viene sempre qui a casa nostra (e non lo invitò più)?".
Il paggio che aveva avuto le 99 monete, invece di vedere ciò che aveva, continuò a guardare a ciò che mancava, e fu per sempre triste.


Guarda gli altri e ti dimenticherai di te.

Quando sei felice.