Se non riconosci il tuo bisogno di piangere; se non accetti e senti il tuo dolore non puoi essere felice né guarire. Una volta si diceva con orgoglio: "Un vero uomo non piange mai!". Così gli uomini si facevano "il cuore col pelo"; "Un vero uomo non cede mai, non si inchina, non si abbassa a niente", che è proprio il contrario di ciò che afferma le beatitudini: "Beati coloro che si piegano!". Oppure: "Un vero uomo non fa mai vedere ciò che prova", così non si poteva mostrare né l'amore che si provava, né la tenerezza, né la commozione, né la sofferenza. Essere "duri" era un modello ….. "Un vero uomo non ha bisogno di nessuno, non chiede aiuto a nessuno". Così capitava che le persone erano dentro ai loro problemi e ci annegavano sempre di più. Ciò che è tragico è che tutto questo è disumano e noi lo abbiamo elevato a santità, a modello; ciò che è tragico è che sono state le scienze umane ad insegnarci la falsità delle nostre convinzioni, mentre da sempre avevano le beatitudini (che sono il centro del messaggio di Gesù) e il vangelo che ci insegnavano tutto il contrario.

 

                   

 Vulnerabilità è commuoversi quando tuo figlio fa la Prima Comunione; vulnerabilità è sentire la rabbia e l'urlo dentro di fronte a certi fatti di cronaca; vulnerabilità è la tenerezza di fronte a chi soffre, ad un bambino piccolo o a tutto ciò che è piccolo; vulnerabilità è accettare che si deve morire e che tutto finisce. Le beatitudini non vogliono dire: "Si è felici solo se si piange o se si soffre" ma "si è felici solo se si è in grado di sentire" la vita, solo se non si ha il cuore come un sasso o una pietra. E se tu non provi nulla, se tu non sai piangere, se tu non accogli la tua sofferenza, allora sei insensibile e non puoi percepire la vita.

 

Per tutti questo è un cammino che avviene nel sangue (A-dam), nella fatica, nella lotta. L'uomo è fatto di Dio (Adamo è Dio, Elohim, nel sangue) ma deve raggiungersi.

Ma cosa ha fatto Adamo? Ha tradito il suo compito, il suo essere, il suo nome e ha voluto essere Dio (la tentazione del serpente) in "un attimo, subito", magicamente. Ha voluto saltare questo cammino doloroso: ma non si può, dice la Bibbia, non è possibile.

Quando l'uomo vuole saltare questo cammino evolutivo doloroso allora "si perde" (peccato), allora la sua vita non potrà che essere un cammino solo di sangue, solo di morte, solo di alienazione.
Solo se l'uomo mette "in principio" Dio, prima di ogni cosa, solo allora sarà un cammino di vita e l'uomo stesso diverrà principe, primo di se stesso, perché non anteporrà nessuno idolo davanti a sé.
Essere beati, felici, per la Bibbia significa porre Dio "prima" di ogni altra cosa, davanti a tutto e a tutti. E vero "principe" (cioè primo, all'inizio), vero re è colui che mette Dio davanti a tutto.

Per noi occidentali la felicità è una meta: "Arrivo lì e sarò felice"; "Quando avrò quello allora sì che sarò felice". Così ci illudiamo che quando avremo tanti soldi (meta) saremo felici. Così lavoriamo anni e anni per raggiungere la meta: avere tanti soldi nel conto in banca. Così ci distruggiamo e facciamo orari impossibili perché il conto corrente si impingui e quando raggiungiamo la nostra meta (se la raggiungiamo!) ci accorgiamo che non siamo felici. Anzi iniziamo a pensare (distorsione della mente): "No, mi sono sbagliato, sono troppo pochi questi soldi; ma quando ne avrò di più allora sì che sarà felice…". E così continuiamo a correre.

Così ci illudiamo che quando raggiungeremo quel titolo di studio (o quel posto di lavoro) allora sì che varremo. Così spendiamo tutto per raggiungere quel traguardo, sacrifichiamo i nostri anni più giovani, sacrifichiamo tempo, sole, pace, relax, amicizie, relazioni, intimità, per raggiungere il nostro traguardo.
Alcuni poi non arrivano mai al traguardo e così hanno un motivo per vivere: raggiungere il loro sogno impossibile. Ma vivranno sempre nel tentativo di raggiungere qualcosa di cui si rendono ben conto che non avranno. Ci sarà, quindi, in loro un senso di frustrazione e un rammarico tremendo. Hanno associato che felicità=quel traguardo; e siccome mi accorgo che non posso averlo=non sarò felice.
Chi lo raggiunge, invece, avrà un'amara sorpresa: non basta, ce n'è un altro. Perché se il tuo valore dipende da una meta raggiunta rimane la realtà che tu non hai valore. E così ri-inizierai una nuova rin-corsa per un altro traguardo. E correrai sempre in ri-cerca di qualcosa che non prenderai mai e che ti sfuggirà sempre.

Quante persone hanno ragionato così: "Quando sarò sposato (meta) allora sì… quando avrò un figlio (meta) allora sì… quando sarà passato questo periodo (meta), allora sì… quando conoscerò l'uomo giusto (meta), allora sì… quando cambieremo di casa (meta), allora sì… quando andrà via il mio capo (meta), allora sì…".

Tutta la nostra educazione si fonda su quest'impianto: "Quando raggiungerai… sarai felice".
"Se studi (mezzo), avrai un bel voto (traguardo)". "Se ti comporti bene (mezzo), la mamma ti regala… (traguardo)". "Se fai il bravo bambino (mezzo), allora io e il papà saremo contenti di te (traguardo)".
"Se vesto così (mezzo), allora sarò accettato". "Se ti alleni e sei bravo (mezzo), giochi la partita di calcio, altrimenti te ne stai in panchina (traguardo)". "Se fai così (mezzo), allora ti voglio bene (traguardo)". "Studia (mezzo) e avrai un bel lavoro (traguardo)". E' tutto così!

Tutto ha un obiettivo, uno scopo: ma tutto dev'essere fatto per un motivo? Ma ci dev'essere uno scopo per tutto? La felicità ha uno scopo?

Non è che si possa fare qualcosa anche senza motivo, disinteressatamente?

Non è che la felicità venga da ciò che si fa senza motivo, ma solo per spinta del cuore?

Non è che la felicità sia fare le cose per piacere, per passione, per entusiasmo?