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Category: Riflessioni
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Le parabole sono un modo amorevole e non violento di dir qualcosa e di far vedere altre verità. Una parabola è una storia, un racconto, che non ti forza a credere: ti fa vedere una cosa, ma senza accusarti, senza giudicarti. Se vuoi capire, lì capirai tutto: parla di te ma non parla a te.
C’è un ragazzo che vorrebbe dire ad una ragazza il suo sentimento di amore. Ma ha paura di essere rifiutato o di ricevere un no. Ma intanto il tempo passa. Si potrebbe dirgli: “Svegliati e vai, prima che qualcun altro te la 'rubi'”. Ma potrebbe sentirsi giudicato e dire: “Vedi, non sono capace neanche di dire quello che ho dentro!”, e così otteniamo l’effetto contrario di quello che vogliamo. Perché non dirgli, ad esempio: “Sai un giorno mi hanno portato del tiramisù, buonissimo. A me piace tantissimo il tiramisù. L’ho messo in frigo e aspettavo, aspettavo, aspettavo l’occasione buona, migliore per mangiarlo… ma ho aspettato troppo e quando sono andato per mangiarlo non era più buono”. Gli dici questo, e se vuole capire, lui capisce.

 

Perché non solo dobbiamo stare attenti a dire le cose, ma anche a come le diciamo. Quando dici una cosa ad uno e lo ferisci non passa più il tuo messaggio (anche se magari era buono e vero), ma la ferita. E non si può poi giustificarsi dicendo: “Io gliel’avevo detto!”. Sì, d’accordo, gliel’avevi detto. Ma come gliel’avevi detto? Amore è comunicare senza ferirsi e relazionarsi in maniera sana e positiva.

 Le parabole sono simili. C’è una quantità (dieci; cento, che è dieci volte dieci); poi si perde qualcosa e non c’è più la totalità. C’è una ricerca che può richiedere anche tempo. E poi c’è una grande festa quando si ritrova ciò che si è perduto.

Nella vita ci si perde. Quando pensiamo al “perdersi” pensiamo spesso all’allontanarsi dalla chiesa o al fare qualche peccato che ci allontana. Sì, è una possibile lettura. Ma qual è la cosa più grave che possiamo perdere? Noi stessi.

Per molte persone la vita è una malattia. Sì, vivono, vanno al lavoro, hanno una famiglia, ma tutto è pesante, sempre difficile e niente mai appassiona o suscita veramente emozione. Ci si diverte anche un po’, ma nel profondo c’è un senso di tristezza, di amarezza, di inutilità, di scoraggiamento. E se glielo chiedi non sanno dirti il perché. Ti dicono: “E’ così, ma non so il perché. So solo che sono scontento, depresso, insoddisfatto”. Perché? Perché non sono al loro posto nel mondo, magari i suoi valori sono stati accantonati. Si trovano fuori posto.

Quando siamo fuori posto, quando cioè tralasciamo i nostri valori, ciò che è importante per noi (che a volte neppure sappiamo), quando non percorriamo la nostra strada e non viviamo la nostra missione nel mondo (magari per paura o perché ci è comodo così o per evitarci dei cambiamenti), allora siamo scontenti e ci ammaliamo di mal di vivere. Siamo non più sulla nostra strada ma su di un’altra che non è la nostra: e lì non possiamo stare bene!

La biologia racconta benissimo questo mal di vivere. Una pecora, come quella del vangelo, si allontana dal gregge. La pecora non ha senso dell’orientamento né fiuto: quindi più cammina e più si allontana. Ma una pecora fuori del gruppo, fuori del branco, in natura, non ha scampo, è morta.

Lei non lo sa ma il suo cervello sì. La natura è meravigliosa: cosa fa infatti il suo cervello? Il suo cervello necrotizza la corteccia surrenale (che secerne il cortisone) e così la pecora è senza forze, esaurita e crolla di fatica. E’ la soluzione perfetta: così stanca e sfinita, si ferma e smette di allontanarsi dal gruppo; se così non avvenisse si allontanerebbe sempre di più. Questo permette al cane e al pastore di cercarla e di trovarla. Quando viene ritrovata, le cellule corticosurrenali producono una scarica di cortisone, la pecora si rialza, vacilla un po’ e poi torna di corsa nel gregge.

Quando siamo sempre stanchi, quando tutto ci costa fatica, quando siamo depressi, è perché non siamo al nostro posto nel mondo. Ci siamo persi, viviamo lontani da noi e dai nostri valori. La stanchezza, come per la pecora, è un modo “gentile” della natura per non farci allontanare ancor di più.

Allora: quando sono infelice di tutto, quando niente mi riempie, mi entusiasma, quando mi sento sempre depresso o triste, quando sono sempre insoddisfatto vuol dire che mi sono perso. Sono come quella pecora: fuori dal mio gregge, fuori di me, fuori dai miei valori, fuori dalla mia strada.

Per quanto lontani si vada, per Dio non siamo mai troppo lontani. “Per quanto lontano o in basso sei caduto, non è mai troppo tardi. Quanto tu ti “fai”, ti butti nell’alcool, rovini la tua famiglia o i tuoi figli, perdi tutti i tuoi soldi, vieni scoperto a fare qualcosa che non avresti dovuto fare (o mille altri errori), tu perdi il tuo valore. Agli occhi di chi ti è vicino e del mondo, tu non vali più niente (è per questo che si prova vergogna). Ai tuoi stessi occhi non vali più (e questa è la cosa più difficile da accettare): “Guarda cos’ho fatto? Imperdonabile! Come ho potuto? Che vergogna!”.

Ma il vangelo è il recupero di tutto ciò che era perduto. Nel vangelo, se tu sei morto puoi tornare in vita e a vivere. Nel vangelo, se tu sei ammalato puoi tornare a guarire. Nel vangelo, se tu sei paralizzato puoi tornare a camminare e se sei cieco puoi tornare a vedere. Nel vangelo, se tu sei andato a fondo puoi tornare a galla. Nel vangelo, se tu sei diventato un peccatore puoi essere perdonato e tornare puro e integro. Nel vangelo nessuna esperienza negativa è veramente definitiva, se tu lo vuoi, nessun errore (agli occhi di Dio) vi farà perdere mai la vostra dignità e il vostro valore.

La maggior parte delle persone non vive male, anzi. Ma le manca sempre qualcosa. Il vangelo dice: “Cerca quel di più, cerca quel qualcosa che ti farà vivere in pienezza, appassionato, impegnato, coinvolto, dentro e che ti farà sentire così terribilmente vivo”. Il vangelo è chiaro: “Non ci può essere gioia vera e profonda finché non si è trovato proprio quello” (15,6.9). Il pastore deve lasciare tutte le sue novantanove pecore (le sue certezze) e fare un cammino per trovare la gioia. La donna deve accendere la luce (consapevolezza), lasciare i suoi lavori (dedicarsi cioè a quello e non ad altro) e cercare, per trovare la vera gioia. Bisogna lasciare molti tesori (che ti possono essere rubati e che tu temi di perdere) per trovare il vero tesoro che non ti può essere rubato. Perché la gioia più grande sta nel tesoro più grande.

E’ il salto della fede: quello che fa di un uomo religioso un uomo di fede. Lasciare certezze, regole, sicurezze, farsi scombussolare, fare un viaggio che ti porterà lontano, molto lontano, che ti farà diverso, per trovare non un tesoro ma il Tesoro.