Spesso, molto spesso siamo chiamati ad essere testimoni di speranza nel nostro mondo. E per fare questo non possiamo che rivolgere le nostre attenzioni al mondo giovanile, partendo dall’idea che i giovani sono soggetti portatori di speranza.

                                                   

 Una sostanziale ambiguità caratterizza oggi la condizione giovanile, da un lato i giovani stimolano l’intera società a procedere in avanti, a migliorare le condizioni di vita, a guardare agli ideali più alti; dall’altro lato essi appaiono drammaticamente poveri di futuro, lo scenario che si presenta ai loro occhi è quello di una fuga dall’impegno sociopolitico, una defezione in questi personaggi che regnano nei palazzi del governo e che hanno portato alla realtà che stiamo vivendo e che dobbiamo ancora apprestarci a vivere.

 

Questa realtà rende i giovani particolarmente vulnerabili, perché li espone ai vari “venti di moda”, che suscitano comportamenti omologati e conformistici, i quali a lungo andare non saziano il cuore e provocano anzi una grande insoddisfazione. Se i giovani sono un popolo in attesa, viene da chiedersi, alla luce di queste considerazioni, chi o che cosa attendono, in chi o in che cosa ripongono le loro speranze?
Quasi impauriti di diventare adulti e di assumersi responsabilità, i giovani di oggi palesano una grande difficoltà a progettare il futuro, specie se questo comporta scelte impegnative o definitive. Gli stessi legami affettivi sono spesso vissuti all’insegna di quella che si chiama “liquidità”: sono cioè legami non solidi, poco impegnativi, difficilmente definibili come “amore”; un termine, questo, che molte volte finisce con lo spaventare i ragazzi di oggi, perché lo ritengono troppo impegnativo, se non addirittura impossibile.

Pur non mancando fra i giovani splendidi esempi di generosità, specie nel campo del volontariato, la loro condizione generale oggi appare segnata dalla precarietà, che è anzitutto quella del lavoro. Molti giovani, vivono con una sorta di “paghetta” mensile in cambio di una entità lavorativa senza sbocchi e senza prospettive, tale da impedire ogni progettualità per il futuro.

A questa precarietà occupazionale se ne aggiunge una ancora più  drammatica, che è la precarietà esistenziale. Questa si traduce spesso in una vita mediocre, di basso livello, incapace di conoscere i grandi slanci ideali e le progettualità più elevate.

Questi giovani, però, non sono i soli responsabili della loro situazione. Essi infatti ricordano a noi adulti le debolezze dei nostri esempi e le nostre manchevolezze e la comunità cristiana è interpellata in prima persona da questa urgenza educativa, che chiama in causa prima di tutto la famiglia e la scuola, a cui da sempre la Chiesa ha rivolto una particolare attenzione, anche se al suo interno molti di loro hanno portato tanti giovani ad allontanarsi dal credere.

 Per fortuna, nonostante tutte le difficoltà in cui si dibattono i ragazzi del nostro tempo, non è possibile spegnere nel loro cuore la sete d’infinito, il bisogno d’amore e, in ultima analisi, il desiderio di Dio.

Abbiamo in particolare la responsabilità di non spegnere i loro sogni e di non svendere le attese più belle deposte nei loro cuori dalla mano stessa di Dio. Ogni uomo ha bisogno di conoscere Gesù per capire la verità di se stesso e l’evento della morte e risurrezione di Gesù “ è il cuore del cristianesimo, il fulcro portante della nostra fede, la leva potente delle nostre certezze, il vento impetuoso che spazza ogni paura e indecisione, ogni dubbio.

Ma l’evangelizzazione dei giovani esige anche il coraggio di osare nuovi percorsi, lasciandosi docilmente guidare dalla fantasia creativa dello Spirito. A Lui dobbiamo rivolgerci per capire quali strade percorrere al fine di raggiungere i giovani e farli incontrare con Cristo. In un famoso libro di Gaston Courtois, Quando il Maestro parla al cuore, leggiamo queste parole che il Signore suggerisce a ciascuno di noi: «Bandisci energicamente dal tuo spirito tutto ciò che non è me e non è secondo me. Allontana le preoccupazioni inutili e inopportune». Questa raccomandazione è alla base dell'ascetica cristiana, la quale consiste essenzialmente nell'eliminazione volontaria e sistematica di tutto ciò che ci allontana da Dio.

Oggi il clima culturale non è molto favorevole a tale modo di impostare la propria vita. Vige l'imperativo opposto, che consiste nel non farsi mancare nulla, nel non privarsi di nessun piacere. Si vive all'insegna del mito dello spontaneismo e della soddisfazione immediata di tutti i bisogni. Si pensa che sia un bene fare tutte le esperienze possibili e immaginabili, anche quelle che potrebbero sembrare dannose. Si tacita la ragione, a favore dell'istinto e dell'emozione, secondo un'etica del desiderio e, sostanzialmente della non responsabilità. Rischiamo di vivere “nel sonno della ragione che genera i mostri”, ovvero delle personalità immature, smidollate, incapaci di fortezza e di perseveranza.