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Category: Riflessioni
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Sembra quasi mi fossi insabbiato sulla “Vita”, il Vangelo è pieno di frasi di vita, ciò che mi dà tristezza è che purtroppo tante persone, di cui parecchi giovani, non leggono mai un passo del Vangelo, non usufruiscono delle letture donate da persone preparate, il risultato lo vediamo in giro su quello che si scrive o si pensa. C’è tanta sofferenza!
 
    
 
 Ecco cosa accade quando non ci si sviluppa dentro: si muore fuori. I nostri figli muoiono per le strade o in discoteca non per l’alta velocità o l’eccessivo uso di droghe (quello è solo il mezzo; se non c’è questo ce ne sarà un altro), ma muoiono perché noi adulti non siamo stati in grado di passare, di sviluppare la nostra parte divina e di far pulsare il nostro cuore.

Abbiamo costruito fuori ma non dentro e questo non può portare che al vuoto, alla morte. L’unico invito di Gesù è questo: “Vivi!”. Certo non si improvvisa, non cade dal cielo, c’è un agnello interiore da sacrificare, è faticoso, a volte lacerante, ma se compi il tuo cammino poi puoi passare e andare verso la terra della libertà. Puoi vivere per davvero. Perché il segreto della vita (il segreto di Pasqua) è che la vita è più forte.
 
Tony de Mello, in un suo libro così scrive: Come risolvere l’insoddisfazione della propria vita? Quando ci si sente insoddisfatti della propria vita, si cerca una via d’uscita. Come trovare la felicità, la pace e l’amore, o come aiutare qualcuno ad essere felice? Non c’è bisogno di un manuale, di scritture o di altro; e neppure un guru o di rituali primitivi. Bastano i cinque sensi. Il corpo e il proprio mondo interiore: ecco ciò che serve. In essi si trova tutto ciò che è necessario , insieme con le capacità che Dio ci ha dato. La nostra vita è così insoddisfatta?! Senza pace, senza piacere, costellata di preoccupazioni e di sofferenze. Se non ci fosse la sofferenza, ci sarebbe l’amore. La sofferenza vi impedisce di amare ininterrottamente.
 
Se non soffriste, amereste. Vivreste in pace, diffondendo amore e pace intorno a voi. La sofferenza ha una causa e che, individuata tale causa, potremmo eliminare la sofferenza. Avremmo la libertà, il Nirvana. Qual è dunque la causa della sofferenza? L’attività mentale, l’elaborazione dei pensieri. Talvolta la mente riposa; allora tutto va bene. Altre volte però inizia a operare e produce l’elaborazione dei pensieri. Comincia a giudicare, a valutare, a elaborare pensieri di ogni tipo. La mente si muove in una determinata direzione così da valutare cose, giudicare persone e avvenimenti. La sofferenza è il risultato delle valutazioni, dei giudizi e delle costruzioni mentali. Se la mente non giudica, non c’è sofferenza, e neppure emozione. C’è soltanto la pura gioia. Tutti noi in determinati momenti della nostra vita abbiamo già sperimentato questa gioia. La si chiami grazia, coincidenza, fortuna o in qualsiasi altro modo. All’improvviso ci sentiamo pervasi da un senso di pace, la mente non si agita più e proviamo gioia, piacere. Se non comprendiamo come opera la nostra mente, cominceremo a basarci soltanto sulle nostre costruzioni mentali, restando in balìa della ragione. Non ci fideremo più delle cose, ma delle nostre costruzioni mentali.
 
Allora diventiamo prigionieri delle invenzioni della nostra mente, non delle cose in sé. Facciamo un esempio. Un tale cammina per strada e sente una bella musica. Ne resta affascinato. Ed ecco subentrare la costruzione mentale: “che musica stupenda, mi piacerebbe ascoltarla più volte; mi comprerò un lettore cd e relativo disco con la musica incisa. Dovrò darmi da fare per avere tutte queste cose “ . tutto costruito dalla mente. Un altro passa per la medesima strada, ascolta la stessa musica, ne resta affascinato come anche da altre cose :” mi piacerebbe riascoltare questa musica, ma se non posso comprare un lettore cd , posso far risuonare nel mio cuore una musica altrettanto affascinante”. Delle due quale costruzione mentale ingenera angoscia, inquietudine? La musica è magica, adorabile, affascina. Voi non siete in balìa della musica che avete ascoltato, siete sotto il controllo delle valutazioni operate dalla vostra mente.
Tutta la vita di Gesù, dall’inizio alla fine, è stata segnata da un imperativo: “Vivi!”. “E vivi al massimo delle tue possibilità, con tutta l’estensione del tuo cuore, con tutta la ricchezza della tua anima, con tutta l’intensità possibile, con tutta la passione di cui sei capace”. Con alcuni non poté far nulla : “Ma come? Avete la Vita in voi, potete guarire e sentire la felicità e non lo volete?”. E non lo vollero. Piuttosto che perdere, lasciare, i loro schemi e i loro pregiudizi, preferirono “la morte” alla “vita”. A volte si chiede alle persone: “Come va?”. “Bene!”, ti rispondono. Ma è un bene che sa di sopravvivere. Non c’è “vita”, energia, nelle loro parole e nei loro occhi. Come se avessero detto: “Sono morto, mi sono spento, ma vado avanti!”.
Provava a risvegliare la vita assopita che è in te, in realtà, non essa non muore mai. E per quanto uno sembra spento, prosciugato delle energie, lontano dalla realtà, alienato dalla paura, la vita dorme, sonnecchia, da qualche parte anche in lui. Si tratta di risvegliarla. Lo so, fa paura vedere certe cose e prendere consapevolezza di certe verità. Ma nel buio non c’è vita, c’è solo menzogna, illusione, si vive da “figli delle tenebre”.

La gente si immobilizza perché si costringe a fare cose che non vuole fare, a vivere vite che non vuole vivere. La gente si paralizza perché ha paura di scegliere, di far soffrire, di sbagliare. La gente si ferma perché non trova nessuna strada (perché se non ascolti il tuo cuore che strada vuoi trovare!). La gente si blocca perché teme di ritrovarsi sola, di dover percorrere strade nuove e mai percorse. Ma Gesù gli dirà: “Amico, alzati, prendi il tuo lettuccio e fa la tua strada con le tue gambe”. Hai le gambe, cammina e smetti di farti portare. Prendi in mano la tua vita e percorrila come vuoi tu. “Vivi! Fai scorrere la vita che c’è in te. Abbatti i tuoi muri, stappa i tuoi orecchi, apri i tuoi occhi, liberati dai tuoi mostri e vivi con tutta l’intensità, l’amore e la forza che puoi. E neppure sai quanto puoi!”.
Noi diciamo: “C’è violenza, c’è odio, ci sono gli stupri e gli imbrogli”. Ma cosa c’è dentro il tuo cuore? Noi diciamo: “Se tutto quello che è fuori non ci fosse, allora sì che io starei bene!”. E se fosse il contrario? E se fosse che l’esterno va così perché l’interno, ciò che è dentro di te (e dentro questo mondo) va così? Se ti fermi un attimo, se ti ascolti con serietà (per questo molte persone non si ascoltano o fingono, perché ascoltarsi con rigore vuol dire vedersi non per quello che si vorrebbe vedere ma per quello che si è!), puoi dire che tutto questo non c’è dentro di te? Nel vangelo di Marco si legge: “Dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono le intenzioni cattive… tutte queste cose cattive vengono fuori dal di dentro e contaminano l’uomo”.
Tutti vogliamo una vita sana. Ma poi viviamo “fuori” di noi, diretti da altri perché abbiamo paura di compiere le nostre scelte, “fuori” perché seguiamo le strade comuni (di tutti e quindi di nessuno); ma poi viviamo come se non avessimo un’interiorità: rabbia, lutti e pianti non fatti, separazioni non avvenute, odio e rancore, tutto questo continua a vivere dentro di noi, magari sepolto da qualche pietra tombale; ma poi viviamo senz’anima, come se fossimo qui “non si sa perché”, senza inseguire il nostro destino, senza farci la grande domanda sul perché io ci sono, senza accedere alla sorgente divina che vive in noi, senza radici.
E se non siamo sani dentro come potremmo esserlo fuori? “Ogni albero buono produce frutti buoni e ogni albero cattivo produce frutti cattivi; un albero buono non può produrre frutti cattivi, né un albero cattivo produrre frutti buoni. Ogni albero che non produce frutti buoni viene tagliato e gettato nel fuoco. Dai loro frutti dunque li riconoscerete”. “Ma se dici così ci sentiamo in colpa!”. Ti senti in colpa perché non accetti di vedere, perché rifiuti che la tua vita dipenda da te, perché continui a far dipendere “dal caso” la tua vita, mentre il “caso” è solamente il nome che diamo al destino e alla vita vissuta senza consapevolezza.
Tu dici: “Si muore!”. In realtà non ci pensi mai perché se ci pensassi cadresti nell’angoscia. Perché che senso ha tutto quello che fai se poi si muore? Che senso ha il tuo amare, il tuo essere amato, il tuo lottare se poi tutto passa e tutto finisce. Noi evitiamo di farci questa domanda profonda perché se ce la facessimo cadremo nel dramma totale. Ma poi in realtà viviamo “da morti”. “Ma guardati! Il tuo volto di cosa parla? E le tue parole? Sono sempre piene di critica, di cose che non vanno, di acidità, di nervosismo! E le tue scelte? Meglio non farle per non sbagliare, o perché meglio non essere attaccati”. E perché vivi “da morto”? Perché hai una sola vita, ci sei attaccato terribilmente e hai paura di perderla. E con la paura fottuta di perderla, non vivi, sei sempre sulla difensiva. Chi può vivere? Solo chi può perdere la vita. Se puoi morire, puoi anche vivere.
C’è un uomo che ha quattro case, tre auto, due lavori, uno stipendio da favola ma vive come un miseraccio. Ma che te ne fai? Perché continui ad accumulare? A che ti serve? Con quello che ha (più meno) potrebbe vivere per qualche milione di anni. Ma sai quanti ne vivrai? Se ti va bene non più di cento (e quaranta sono già passati!). Avete mai visto un leone? Dopo che si è pappato la gazzella, se ne sta tranquillo a dormire, a riposare, a godersi la vita. Non va a caccia di altre dieci gazzelle perché sa che non gli servono e sa che se ne uccide dieci al giorno poi non ce ne sono più. Noi uomini no, invece, vogliamo avere quello che non ci serve (guardate i nostri frigoriferi, le nostre discariche, i conti in banca di certa gente) così facendo ne facciamo morire altri! C’è cibo almeno per venti miliardi di persone, ma non per l’ingordigia della gente. E perché facciamo tutto questo? Il motivo è semplice: paura della morte. Perché ci attacchiamo ad una persona e ne facciamo la fonte della nostra felicità? Come se una persona potesse renderci felici? Se una persona può renderti felice, può renderti anche infelice.

Allora vuol dire: io non sono felice e mi attacco a te che mi fai felice. E non posso stare senza di te perché sei la mia vita. Ma sei la mia vita perché io ho rinunciato alla mia. Perché facciamo così? Perché abbiamo paura di morire! Abbiamo paura di rimanere da soli, di non trovare più l’amore, di essere abbandonati, che tutto finisca e così ci aggrappiamo a cose e persone, vivendo poi l’angoscia e il terrore di perderle. Ma se ci fosse un’altra vita? Se questa cosa che chiamiamo “vita” fosse solamente una preparazione? Tu vai al cinema e vedi un film. Ma che cos’è che hai visto in realtà? Non hai visto la realtà, tu hai visto nient’altro che una pellicola, delle immagini. Tu non eri dentro alla storia. E se questa vita fosse nient’altro che un film? E se la vita vera fosse, quella dove si sarà veramente dentro, fosse quella dopo la vita? E se le mie giornate non fossero altro che i nove mesi di gravidanza? Non è che ciò che io chiamo “morte” non sia nient’altro che un nascere? Non è che solo allora vedrò gli occhi meravigliosi di mia Madre e le mani forti di mio Padre? Non è che ora tutto quello che dico di loro non sia nient’altro che immagini, che tentativi, perché in realtà non li ho mai visti? Non è che sarà meraviglioso? Non è che saremo amati come mai potremo credere?
 
Che tu sia coraggiosa come la sabbia del mare che non teme le onde che avanzano per ricoprirla; che tu abbia la fede di coloro che lottano per vincere, la speranza di coloro che assumono il presente per costruire il futuro, l’amore di coloro che non temono la morte, perché di amore non si muore ma si rinasce. (Poesia di un detenuto brasiliano alla figlia appena nata)