Gesù siede in mezzo alla sua gente, alla gente assetata della sua parola. Egli guarda oltre. Guarda al suo essere Uomo-Dio e al suo popolo che desidera ascoltare e trovare quanto necessita per vivere serenamente i propri giorni della vita terrena.

Siede e guarda.
Vede la gente desiderosa di ascoltare. C’è pure il problema del vettovagliamento, del come rimanere tanto tempo fuori casa senza aver provveduto al bisogno quotidiano che è il mangiare.

E’ presente, tra la folla, un solo ragazzo che ha provveduto a se stesso. Ma gli altri non si sono preparati al grande evento, sono corsi, spinti dalla voglia di ascoltare.

Gesù guarda e dona. Gesù guarda e provvede.

Gesù guarda, fa guardare agli apostoli, fa fare i conti agli apostoli e poi dona, dona abbondantemente, senza riserva alcuna.
Quello che rimane, dopo aver mangiato tutti, è un tesoro prezioso da valorizzare: “Raccogliete i pezzi avanzati, perché nulla vada perduto” (Gv 6, 1-15),
Colui che raccolse molto non abbondò, e colui che raccolse poco non ebbe di meno” (II Cor. 10-15).
 
Guardiamo ora all’atteggiamento di Gesù.
 
Gesù salì sul monte e là si pose a sedere. E’ l’atteggiamento adatto per osservare e fare osservare.

E’ una folla che, per il desiderio di ascoltare non tiene conto neanche delle esigenze naturali, quali il mangiare qualcosa per resistere.

Il racconto evangelico ormai già lo conosciamo.
Perché, però, dobbiamo riferirci sempre al passato, a momenti particolari nella vita di Gesù? Si tratta di cose passate.

Mi viene in mente di fare una domanda a me e a voi.
Non crediamo forse che Gesù è presente nell’Eucaristia ed è sempre nell’atteggiamento di star lì, seduto, a guardare le nostre esigenze, i nostri bisogni? E’ vivo e vero, presente nell’Eucaristia, diciamo almeno a parole, anche se non lo dimostriamo con i fatti. Ma ci crediamo ancora? O si tratta di cose passate?

Se ricordate, una volta capitava di dover fare la comunione fuori della S. Messa, per le persone impedite dalla propria attività o da motivazioni spirituali quali potevano essere “lo stato personale di peccato grave”. Ognuno pensa all’insegnamento della Chiesa: “Prima mi devo confessare e poi mi faccio la comunione”.

Oggi questo non si usa più. Oggi pare che non si usi più questa formula, perché si crede di meno ed io non confesso, né prima né dopo la comunione, perché tu non hai avuto il tempo prima, io non ho il tempo di ascoltare le confessioni ora, prima della Messa, perché mi devo preparare, e dopo la Messa perché ho altro da fare. Quindi, è più conveniente che ci si faccia la comunione e poi se ne parla, ecc. E così si continua, così si va avanti. Ci si accosta alla comunione perché: “dopo non la posso fare”. Pare che non si usi più …

Dice san Paolo: “Chiunque in modo indegno mangia il pane o beve il calice del Signore, sarà reo del corpo e del sangue del Signore. Ciascuno, pertanto, esamini se stesso e poi mangi di questo pane e beva di questo calice; perché chi mangia e beve senza riconoscere il corpo del Signore, mangia e beve la propria condanna. … Se però ci esaminassimo attentamente da noi stessi, non saremmo giudicati …” (Cor 11, 27-32).

Abbiamo dimenticato queste espressioni? Non ne teniamo forse conto?
Facciamo la comunione, facciamo la comunione, perché è la Cena del Signore.
E il Signore sta lì a guardare, a vedere, ad aspettare che noi ci muoviamo verso di Lui, che noi ascoltiamo la sua parola, che noi soprattutto ci mettiamo in quella disposizione d’animo adatta per potere ascoltare e presentare a Gesù i nostri bisogni spirituali e naturali.

Gesù è lì, in chiesa, in attesa! Certamente si dà certe volte l’impressione che la sua presenza eucaristica, durante le nostre sacre Cene venga a disturbare. Questo lo possiamo rilevare proprio quando consideriamo che, subito dopo la comunione, non teniamo conto in alcun modo della presenza eucaristica, né dentro di noi sacramentalmente, né nel ciborio, presente per noi …

Attenzione! Gesù è lì o era lì un tempo e ora non più?

Mettiamoci dinanzi a questo Dio seduto in attesa di una nostra richiesta, in attesa che manifestiamo le nostre esigenze.
Ma quello che creiamo, alla fine della Messa, è un clima adatto per vedere questo Gesù? “Gesù si pose a sedere con i suoi discepoli”.

Almeno spiritualmente, quando siamo a casa per i fatti nostri, in spirito o intellettivamente, andiamo a trovare questo Gesù che sacramentalmente è presente dove ci sono le ostie consacrate, in attesa della nostra attenzione, del nostro andare a Lui. Se non possiamo fisicamente, andiamo almeno intellettivamente da Lui, in qualsiasi momento, spesso, sempre, continuamente. 
CHI CE LO PUO’ IMPEDIRE? Il parroco, i sacerdoti, i sacrestani, i ministri straordinari, i custodi della chiesa?

 Ricordiamo.

Gesù salì sulla montagna e là si pose a sedere con i suoi discepoli. …

Alzati quindi gli occhi, Gesù vide che una grande folla veniva da lui e disse a Filippo: «Dove possiamo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?».

Diceva così per metterlo alla prova; egli infatti sapeva bene quello che stava per fare.

Gli rispose Filippo: «Duecento denari di pane non sono sufficienti neppure perché ognuno possa riceverne un pezzo».

Gli disse allora uno dei discepoli, Andrea, fratello di Simon Pietro:

«C’è qui un ragazzo che ha cinque pani d’orzo e due pesci; ma che cos’è questo per tanta gente?». Rispose Gesù: «Fateli sedere». C’era molta erba in quel luogo. Si sedettero dunque ed erano circa cinquemila uomini. Allora Gesù prese i pani e, dopo aver reso grazie, li distribuì a quelli che si erano seduti, e lo stesso fece dei pesci, finché ne vollero” (Gv 6, 2-14).