Omelie a cura di Don Marco Pedron

The Gospel of the Sunday homily, followed by.
 

 

 

Domenica 02 agosto 2020

Dal vangelo secondo Matteo 14, 13-21

13Avendo udito questo, Gesù partì di là su una barca e si ritirò in un luogo deserto, in disparte. Ma le folle, avendolo saputo, lo seguirono a piedi dalle città. 14Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, sentì compassione per loro e guarì i loro malati.

15Sul far della sera, gli si avvicinarono i discepoli e gli dissero: «Il luogo è deserto ed è ormai tardi; congeda la folla perché vada nei villaggi a comprarsi da mangiare». 16Ma Gesù disse loro: «Non occorre che vadano; voi stessi date loro da mangiare». 17Gli risposero: «Qui non abbiamo altro che cinque pani e due pesci!». 18Ed egli disse: «Portatemeli qui». 19E, dopo aver ordinato alla folla di sedersi sull’erba, prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò la benedizione, spezzò i pani e li diede ai discepoli, e i discepoli alla folla. 20Tutti mangiarono a sazietà, e portarono via i pezzi avanzati: dodici ceste piene. 21Quelli che avevano mangiato erano circa cinquemila uomini, senza contare le donne e i bambini.

Parola del Signore

                                                                                            PANE QUOTIDIANO, «ALZÒ GLI OCCHI AL CIELO»

Domenica scorsa Gesù aveva raccontato le tre parabole del tesoro, della perla e della rete (13,44-52). Terminate le parabole, Gesù se ne torna a Nazaret, nella sinagoga (13,53-58). Ma ciò che è incredibile è che mentre le folle lo ascoltano volentieri e alcuni anche accolgono il suo messaggio, nella sinagoga, i pii, i devoti, i religiosi, lo rifiutano: “Da dove gli viene questa sapienza? Non è il figlio del carpentiere? Sua madre la conosciamo e anche i suoi fratelli e le sue sorelle: ma chi si crede di essere?” (13,54-56).

Gesù si rende conto di come il culto, quando diventa un rito vuoto, una semplice ripetizione di gesti, renda le persone refrattarie, chiuse e insensibili. Così Gesù, da questo momento, non metterà più piede in una sinagoga. Se il culto, le preghiere, i riti, diventano vuoti, senza vita, senza mettere in contatto l’uomo con Dio, allora sono inutili. Allora sono “sepolcri imbiancati: essi all’esterno sono belli a vedersi, ma dentro sono pieni di morte” (23,27).

Gesù però non si scoraggia e non ha tempo per amareggiarsi: se lì lo rifiutano, altrove lo accolgono. Se da una parte non ti accolgono, non farne una questione personale: vai altrove. E così Gesù fa.

 

Ma c’è un altro pericolo all’orizzonte: Erode. Erode Antipa, uno dei figli di Erode il Grande, appena sedicenne, alla morte del padre ereditò un quarto del suo regno (tetrarchia): la Galilea e la Perea. Gli storici del tempo lo trattano come un emerito cretino che doveva il potere solo al fatto che era figlio di erode il Grande. E fu una donna (ambito a cui era molto sensibile!) a rovinarlo: Erodiade. Infatti verrà deposto ed esiliato.

Erode Antipa pensa che Gesù sia Giovanni Battista resuscitato. Il Battista lo aveva accusato pubblicamente di essersi preso per consorte Erodiade, la moglie di suo fratello, in violazione della Legge (Lv 20,21: “Se uno prende la moglie di suo fratello, è una impurità”). Erode aveva già eliminato il Battista per risolversi il problema (la famosa danza della figlia di Erodiade 14,6-12), decapitandolo.

"Ma adesso c’è Gesù? E’ ritornato in vita il Battista?" Erode pensa questo (14,1-2). Se Erode vede in Gesù il Battista, da una parte comprendiamo il suo senso di colpa: sa di aver fatto il male.

Dall’altra, una regola per ogni tempo: i potenti non si pentono mai. Era venuto il Battista, adesso viene Gesù, ma Erode non cambia. Un potente, se si convertisse, dovrebbe rivoluzionare la propria vita: ma può davvero farlo? Non ha troppo da perdere? Per questo è meglio non essere potenti, perché quando si ha troppo da perdere si è ingabbiati e imprigionati.

 

Il Battista muore e i suoi discepoli vanno subito ad avvertire Gesù (14,12): “Stai attento, tu sei il prossimo”. Appena Gesù sente questo, scappa nel deserto (14,13). Fuggire a volte è un segno di grande saggezza. Di fronte ad un leone o ad una tigre, meglio darsela a gambe. Gesù poi ad un certo punto capirà che non potrà fuggire sempre e affronterà apertamente il suo destino (Lc 9,51).