Omelie a cura di Don Marco Pedron

The Gospel of the Sunday homily, followed by.
 

 

 

Martedì 01 novembre 2022 – TUTTI I SANTI

Dal vangelo secondo Matteo 5, 1-12

5,1Vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. 2Si mise a parlare e insegnava loro dicendo:

3«Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli. 4Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati. 5Beati i miti, perché avranno in eredità la terra. 6Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati. 7Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia. 8Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio. 9Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio. 10Beati i perseguitati per la giustizia, perché di essi è il regno dei cieli. 11Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia.

Parola del Signore

 

5,1Vedendo le folle salì sulla montagna

Gesù non allontana le folle ma le attira sul monte. Il monte indica la condizione divina. Non è più come nell’A.T. dove c’era timore, paura di avvicinarsi a Dio. Adesso avvicinarsi a Dio fa vivere.

Letteralmente è “salì sul monte”: non uno qualunque ma sul monte, uno conosciuto, anche se non ne dice il nome. Qual è allora questo monte che tutti conoscono (“il monte”)? E’ chiaro, è il Monte Sinai, il monte che tutti conoscevano, dove Mosè salì per avere da Dio l’Alleanza con il suo popolo. Allora Gesù, come Mosè, sale sul monte per dare una Nuova Alleanza.

 

Messosi a sedere=è la posizione del Maestro che insegna. Per gli antichi i monti erano la dimora degli dei (pensiamo all’Olimpo): Gesù si siede (kathisantos=installarsi più che sedersi) cioè si mette nel posto degli dei. Gesù, che è il figlio di Dio, è dove dev’essere (seduto sopra il monte=il trono di Dio). Altissimo vuol dire: “Colui che sta sopra i monti”.

 

Gli si avvicinarono i suoi discepoli=è Gesù che attira i discepoli, le persone. Dio non è più un Dio da temere ma un Dio che attira, che attrae. Non più un Dio da cui star lontano ma un Dio da incontrare, da avvicinare. Non un Dio che ti può punire (per cui più lontano stai e meglio è) ma un Dio che vuole amarti. Un Dio che non vuole qualcosa da te ma un Dio che è lì per darti Lui qualcosa a te. Il Dio di Gesù non incute paura e se Dio incute paura allora non è quello del vangelo.

Mt dice che sono i discepoli che gli si avvicinano: Dio, con Gesù, ti è vicino, a portata di mano. Ma non era così prima (e spesso neanche oggi!).

Nella religione ebraica gli uomini potevano arrivare soltanto fino a un certo punto perché c’era tutta una categoria di persone e di meriti per poter avvicinarsi al Signore. Nel tempio di Gerusalemme c’era uno spazio dove tutti, anche i pagani potevano entrare. Ma poi c’era una balaustra e ogni 15 metri c’era una targa in marmo scritta in tre lingue (ebraica: la lingua del popolo; greca: la lingua commerciale dell’epoca; latina: la lingua dei dominatori) che avvisava: “Chiunque (pagano) scavalca la transenna è responsabile della sua morte”. Quindi i pagani potevano arrivare fino a un certo punto. Poi le donne fino a un altro punto ancora. Poi i sacerdoti un po’ più oltre; ma soltanto il sommo sacerdote poteva entrare una volta all’anno in quella stanza dove si riteneva che ci fosse la presenza di Dio.

Quindi tra Dio e il popolo c’era un abisso. E si andava per ordine di merito: alcuni si potevano avvicinare tanto a Dio, altri per niente. Ma adesso con Gesù tutti si possono avvicinare a Dio. Tutti lo possono incontrare perché Dio non mette più barriere (meriti; purità; peccato; sacralità, ecc).

 

5,2Prendendo allora la parola li ammaestrava dicendo

Gesù proclama le otto beatitudini: perché otto? Perché nella simbologia del cristianesimo primitivo indicava la resurrezione (“l’ottavo giorno”). Gesù infatti è resuscitato il primo giorno dopo la settimana (quindi 7-settimana + 1-il giorno dopo la settimana=8).

Allora con il numero otto Mt ci fa vedere che chi vive così vivrà per sempre, vivrà cioè una vita che non sarà interrotta dalla morte. Mentre l’osservanza dei comandamenti di Mosè assicurava lunga vita in questa terra (ma poi morivi e finivi come tutti nello Sheol) la pratica delle beatitudini assicura una vita che supera la morte. Sia la morte fisica: chi vive così, come Gesù, avrà la stessa fine di Gesù (morte e resurrezione). Sia la morte morale: chi vive così piangendo, commuovendosi, provando felicità, lottando, appassionato per una causa, amando intensamente, è così vivo che non ha la morte e neanche la paura dentro.

Le Beatitudini, nel testo greco, sono 72 parole, come i popoli pagani nel libro della Genesi. Mentre i comandamenti erano per il popolo di Israele, le beatitudini sono per tutta l’umanità.

 

5,3Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli

Beati i poveri in spirito=la prima beatitudine, non è solo la prima, ma è la condizione di tutte le altre.

Beati-ascer, in ebraico, indica la felicità degli dei, una felicità cioè impossibile da raggiungere sulla terra. Ebbene questa felicità, dice Gesù, è qualcosa che si può già vivere adesso, sulla terra. Tu puoi essere terribilmente felice, pieno, gioioso, in pace, riconciliato già adesso, già da ora.

E chi proclama beati Gesù? I poveri in spirito. Qui c’è un problema di traduzione perché ci sono tre possibili traduzioni dell’espressione “beati i poveri in spirito”:

1. Poveri di spirito: beati i cretini, le persone limitate, carenti (poveri, assenti) di spirito. Ma non è possibile che Gesù intenda beati i tonti!

2. Poveri nello spirito: cioè persone che pur possedendo dei beni ne sono materialmente distaccati. Questo è smentito da Gesù perché quando incontra il ricco, non gli chiede di spogliarsi “spiritualmente” dai beni, ma materialmente e radicalmente.

3. Poveri per lo spirito. Gesù proclama beati non quelli che la società o le situazioni hanno reso poveri (mica lo volevano loro, anzi!!!) ma quelli che liberamente, per amore, entrano in questa condizione di povertà. Ma per fare cosa? Non per aggiungersi ai tanti poveri che già ci sono e che la società ha creato, ma anzi, per eliminare le cause della povertà. Gesù non chiede di spogliarsi ma di vestire gli altri. Gesù chiede di diminuire il tuo livello di vita per permettere a quelli che ce l’hanno troppo basso di innalzarlo un po’.

Gesù cioè ci invita a condividere quello che abbiamo e quello che siamo. Non si tratta di fare elemosina (rimane uno in alto che ha e da, e uno in basso che riceve) ma di diventare fratelli. L’altro, mio fratello, ha diritto tanto quanto me.